Gentili con i colleghi e gli estranei. Ruvidi, diretti e a volte anche un po’ aggressivi con amici e parenti. Vi è mai capitato? Pare che sia piuttosto comune, come si legge sui social, dove il dibattito sull’autocontrollo tiene banco. In effetti il tema non è nuovo, tanto che un vecchio proverbio recita “La confidenza toglie la riverenza”. Come dire: con le persone con le quali si è più intimi si tende a lasciarsi andare. Ma il rischio è di rovinare proprio questi rapporti.

La fatica dell’autocontrollo quotidiano

Questo comportamento, del tutto naturale, ha le sue motivazioni: spesso si passa tutta la giornata concentrati a trattenere l’istinto, le reazioni impulsive e dirette, salvo poi varcare la porta di casa alla sera e prendersela con il partner o i figli per sciocchezze. Secondo gli esperti è una reazione per dar sfogo alle frustrazioni accumulate durante il giorno.

Dall’autocontrollo alla regolazione emotiva

In realtà, «sarebbe anche meglio utilizzare un altro termine: se pensiamo ad autocontrollarci, infatti, ci poniamo immediatamente in una condizione di frustrazione. È un po’ quello che accade quando si decide di seguire una dieta alimentare molto restrittiva: ci si trattiene per tutta la settimana, poi ci si sfoga nel weekend, spesso esagerando. Lo stesso accade quando ci si sforza di autocontrollarsi tutto il giorno, poi si torna a casa e ci si lascia andare. Io preferirei parlare di regolazione delle emozioni», spiega Roberta De Angelis, psicologa, psicoterapeuta, che non esita a dirsi convinta che dalla difficoltà possa nascere sempre l’opportunità.

Cos’è la teoria della sicurezza emotiva

Se liberarsi di ansie e stress con i familiari o un’amica o un amico intimo è quasi “fisiologico”, non va sottovalutato un altro elemento, che ha a che fare con la teoria dell’attaccamento di John Bowlby. Si tratta di uno dei massimi esponenti della psicoanalisi del ventesimo secolo, che mise a punto l’idea secondo cui gli esseri umani hanno bisogno di una “base sicura” e di connessioni psicologiche durature. «Questo spiega anche perché tendenzialmente nei rapporti più intimi e stretti siamo propensi a essere più autentici, sia in senso positivo (manifestando emozioni piacevoli) che negativo (come nel caso delle sfuriate immotivate). Quando siamo a casa, per esempio, ci sentiamo più sicuri e dunque non nascondiamo i nostri lati “meno belli”», sottolinea la psicoterapeuta.

Quando stanchezza e stress diventano esplosivi

Ad aggiungersi allo stress di dover sfoggiare in pubblico l’immagine di sé come di una persona calma, tranquilla e possibilmente gentile e sorridente, talvolta si aggiunge anche una certa dose di stanchezza. La conferma era arrivata di recente da uno studio, pubblicato su Pnas, che dimostrava come la stanchezza mentale renda più irritabili e aggressivi. Il risultato è che questa condizione, una volta rientrati nella comfort zone domestica, rischia di dare libero sfogo al flusso di emozioni represse. «La stanchezza gioca un ruolo sicuramente importante, soprattutto in una società come quella nella quale viviamo, che è molto performativa: richiede molto a tutti, in termini di energie e produttività. Se l’ambiente esterno è molto richiedente, quindi, diventa ancora più difficile non sentirsi schiacciati e costretti ad essere all’altezza delle aspettative», chiarisce De Angelis.

Imparare a regolarsi: cosa succede nel cervello

La gestione delle emozioni è una abilità e si impara con il passare degli anni: i bambini e i giovani sono generalmente e notoriamente più impulsivi. Ma l’autocontrollo si può imparare: «Se per giovani intendiamo gli adolescenti, nel loro caso subentra anche un fattore ormonale: il cervello in evoluzione e crescita ha meno capacità di autocontrollo e questo è il motivo per cui cercano esperienze molto forti. Gli adulti, invece, possono imparare ad avere autocontrollo, o meglio ad autoregolarsi – spiega De Angelis – A dettare il comportamento, infatti, non c’è solo l’amigdala, ossia la parte più antica del cervello, che si attiva per fornire risposte immediate, come in caso di paura o pericolo, ma subentra anche la corteccia prefrontale, che si è sviluppata dopo e che permette di regolare le emozioni».

Il primo passo: riconoscere e nominare le emozioni

La connessione e l’integrazione tra queste due funzioni porta a un maggior equilibrio. Ma come si fa ad arrivare a questa condizione? «Naturalmente ci sono teorie psicologiche che permettono di seguire un percorso specifico. Ma, senza entrare nel tecnico, il primo passo è imparare a conoscersi. In concreto, un suggerimento è di nominare le emozioni ed etichettarle, cioè dar loro un nome. In questo modo si impara a riconoscerle e, quando le si prova, si riesce meglio a gestirle. Perché l’obiettivo non deve essere sopprimere quello che si prova, ma appunto gestirlo».

Il rischio della “pentola a pressione”

D’altro canto sappiamo bene cosa accade quando si tenta di nascondere ciò che si prova troppo a lungo: prima o poi emergerà e, generalmente, lo farà in modo molto forte, proprio come una pentola a pressione. «Cercare di annullare le emozioni non porta a benessere e la dimostrazione sta in diversi comportamenti che tentano di farlo, in modo scorretto, come nel binge eating o nel binge watching: in questi casi si cerca di “congelare” ciò che si prova, non a caso si parla di freezing. Si vorrebbe non sentire ciò che provoca dolore o malessere, mettendo in atto un comportamento eccessivo. Il trucco, invece, sarebbe di rimanere in una situazione che viene definita di “finestra della tolleranza” o della sofferenza», dice la psicoterapeuta.

Accettare la propria fragilità ci rende più forti

Ammettere i propri limiti, infine, aiuta a vivere meglio le emozioni quotidiane. Il che non significa essere deboli, quanto piuttosto accettare una fragilità insita nell’essere umano, secondo gli esperti. «Chiaramente nessuno pretende che questo avvenga necessariamente in pubblico, ma quando ci si trova in un “luogo sicuro” il fatto di ammettere a se e con gli altri di avere delle fragilità non può che far bene. Anche perché non si tratta di un’etichetta da portarsi addosso tutta la vita. Si può attraversare semplicemente un momento e il fatto di ammettere di non stare bene o essere spaventati, crea connessioni, senso di appartenenza e aiuta a produrre ossitocina: tutti elementi che diventano ancora più importanti in una società nella quale siamo iperconnessi a livello digitale, ma isolati nella vita reale», conclude De Angelis.