C’è un momento, nella vita di molti di noi, in cui guardiamo fuori dalla finestra e ci chiediamo: ma che senso ha tutto questo? Magari è una sera qualunque, dopo una giornata passata a correre tra scadenze e notifiche. O forse è quando apriamo l’ennesima notizia sul clima, sulla guerra, sulla crisi. E ci sentiamo piccoli, inutili, come se tutto quello che facciamo – lavorare, studiare, creare – non servisse a niente.

È di questo smarrimento che parlano Maura Gancitano e Andrea Colamedici nel loro nuovo libro Botanica della meraviglia. Coltivare lo stupore alla fine del mondo (HarperCollins). I due filosofi e fondatori del progetto Tlon si interrogano su cosa significhi fare cultura e coltivare senso in tempi difficili. Lo fanno partendo da un’immagine precisa: quella dei musicisti del Titanic che, mentre la nave più grande del mondo affondava nel suo primo viaggio, anziché cercare di salvarsi, continuarono imperterriti a suonare.

“Botanica della meraviglia” è l’ultimo libro di Maura Gancitano e Andrea Colamedici (@tlon.it).

La domanda scomoda del Titanic

“La sensazione di essere su una nave che affonda sembra una costante del nostro tempo”, scrivono Gancitano e Colamedici nel libro. Proprio per questo l’immagine dei musicisti del Titanic è così potente oggi.«Quella scelta è stata commentata, giudicata, disprezzata o elogiata per più di un secolo», racconta Gancitano durante l’incontro alla 23esima Rassegna della Microeditoria di Chiari (Bs), dove abbiamo avuto modo di intervistarla. «Perché mette di fronte a una domanda scomoda: cosa ha senso fare quando il mondo intorno a noi sta crollando?».

Dal film “Titanic” (1997). ©Paramount Pictures

La risposta non è scontata. Quegli otto musicisti, il cui leader Wallace Henry Hartley fu ritrovato con il violino ancora legato al corpo, incarnano un paradosso che oggi sentiamo sulla nostra pelle: come si fa a dedicarsi all’apparentemente inutile (musica, arte, studio, filosofia, “ma pure l’uncinetto”), quando ci sono emergenze ben più concrete da affrontare? «Per chi si occupa di cultura oggi c’è un po’ la sensazione di essere dei musicisti sul Titanic», spiega la filosofa. «Mentre si discute costantemente di Intelligenza artificiale, crisi climatica e guerre, perché continuiamo a parlare di libri?».

Il superfluo che ci tiene in vita

La tesi di Botanica della meraviglia è che proprio quello che consideriamo secondario sia in realtà essenziale per l’essere umano. «Rischiamo di mettere da parte quello che riteniamo inutile, considerando che ci sono cose più importanti», sottolinea Gancitano. Ma non è ottimismo ingenuo. Anzi. “Questo non è un libro per trovare conforto”, scrivono nell’introduzione. “Non ti renderà una persona migliore. Quello che offre è un prontuario di pratiche per non impazzire mentre il mondo brucia”. Il punto è un altro: quando tutto sembra crollare, dedicarsi a ciò che ci nutre non è una fuga dalla realtà ma un modo per restarci senza delirare. Per non perdere il senso delle cose.

Anestesia quotidiana: il rischio di non provare più niente

«Io ho sempre visto la filosofia come una teoria che doveva diventare pratica», dice Gancitano. Ed è qui che il libro diventa interessante per chiunque: ci offre strumenti concreti per affrontare il senso di smarrimento che molti di noi provano. Il rischio più grande è quello di anestetizzarci. Quanti morti vediamo ogni giorno? Quante tragedie? «Rischiamo di non provare più niente per proteggerci, ma è un problema», avverte la filosofa. È quello che accade quando scorriamo velocemente le notizie sul telefono, quando vediamo l’ennesima tragedia e poi continuiamo a scrollare. Perdendo la capacità di essere toccati dalle cose.

«Noi abbiamo subito un trauma, quello del Covid, e poi a un certo punto non ne abbiamo parlato più, siamo andati avanti», dice Gancitano. «Però intanto ha cambiato la percezione del mondo, ora sappiamo che può succedere qualsiasi cosa. E questo fa collassare la possibilità di immaginare il futuro».

Gesti concreti contro lo smarrimento

Nel libro, Gancitano e Colamedici propongono una serie di pratiche concrete per ritrovare il senso. Non sono meditazioni complicate o rituali new age, ma gesti semplici.

Andare a zonzo senza meta

Quando è stata l’ultima volta che sei uscita di casa senza una destinazione precisa? «Una pratica utile è quella della “deriva”: andare a zonzo, la cosa di cui abbiamo più paura oggi», spiega Gancitano. Cerchiamo sempre di fare qualcosa che dia un vantaggio, un ritorno. Andare in giro senza meta può aiutare a rivendicare uno sguardo sul mondo diverso. Gancitano racconta di un pensionato che si lamentava di non avere mai tempo. «Viviamo talmente immersi nella performance che, anche quando non abbiamo niente da fare, non riusciamo a immergerci in un’altra dimensione del tempo», osserva. «Conosciamo tantissime persone che hanno conquistato tanto, ma a cui manca il senso. Ciò che fanno non è mai abbastanza».

Nel libro gli autori parlano della serie Netflix Snowpiercer come metafora perfetta: un treno che gira all’infinito sullo stesso percorso. “Dobbiamo continuare a muoverci, a produrre, a consumare”, scrivono, anche se sappiamo che questo non ci porterà mai da nessuna parte. La soluzione? «Cercare consapevolmente di essere fannulloni. Rivendichiamocelo». Non si tratta di pigrizia, ma di riprendersi il gusto di fare qualcosa semplicemente perché ci piace. Senza doverla mettere su Instagram o nel curriculum.

Il cimitero come pausa dal rumore

Uno dei capitoli più sorprendenti racconta di una scoperta casuale: il Cimitero acattolico di Roma si trova a Testaccio, in una zona molto trafficata, ma appena varcata la soglia il rumore del mondo si placa. Da una passeggiata tra le lapidi è nato un ciclo di incontri di “cimiterologia”, in cui le persone attraversano fisicamente il cimitero, imparando a rallentare il passo, a osservare, a stare nel silenzio. Non è questione di regole o di essere macabri. È semplicemente trovare uno spazio dove fermarsi davvero. Il cimitero, un luogo-tabù, diventa un ponte tra la frenesia quotidiana e la dimensione contemplativa.

Leggere insieme, anche in silenzio

Gancitano racconta di ricevere costantemente messaggi di persone che le confidano di non riuscire più a leggere, perché non riescono a concentrarsi. La sua risposta è stata creare sessioni live di lettura condivisa: persone che si collegano e leggono ognuna il proprio libro, in silenzio. «La lettura per me è una pratica meditativa», spiega. «Lo scopo non è finire il libro, è la sensazione che provi quando leggi». Può sembrare strano farlo insieme ad altri in silenzio, ma funziona. È come quando vai in biblioteca e riesci a studiare meglio perché ci sono altre persone che studiano, anche se non vi parlate.

«Quando le cose sono molto caotiche è facile isolarsi», ammette Gancitano. È l’istinto che molti hanno davanti all’ansia e alla disillusione: chiudersi, fare le cose da soli, trincerarsi. «Però c’è anche bisogno di tornare a stare insieme. Se non riusciamo a fare da soli quel che ci sembra inutile, possiamo provare a farlo con gli altri. Non è un fallimento».

La meraviglia si può coltivare (anche se non è la soluzione)

Il libro di Gancitano e Colamedici non dà ricette facili. Non dice che basta pensare positivo perché le cose vadano bene, come fanno i mental coach o i manuali di self-help. Anzi, mette nero su bianco che tutto probabilmente continuerà a peggiorare. «Noi possiamo provare meraviglia solo se la cerchiamo, non la troveremo mai se pensiamo che sia per stupidi», spiega Gancitano. Ma coltivare la meraviglia non significa che il mondo smetterà di andare in frantumi. Significa solo che forse nel frattempo riusciremo a non impazzire. “Oggi ognuno di noi si trova a dover scegliere, ogni giorno, cosa vale la pena continuare a fare“, scrivono nel libro. E questi non sono solo dilemmi personali.

È una questione collettiva, di cosa decidiamo di fare insieme, di quali pratiche vogliamo tenere in vita, di cosa vogliamo salvare mentre il Titanic affonda

Durante l’incontro a Chiari, Gancitano ha parlato di persone che, in momenti storici drammatici, hanno continuato a fare cultura. Simone Weil che traduceva dal sanscrito durante l’occupazione nazista. Etty Hillesum che scriveva il suo diario durante la Seconda guerra mondiale. Walter Benjamin che partiva con i manoscritti nella valigia sapendo che sarebbe stata l’ultima cosa che si portava dietro. Non potevano fare altrimenti che resistere attraverso la cultura. Noi (forse) abbiamo ancora la possibilità di scegliere cosa fare del nostro tempo. E soprattutto di scegliere se farlo da soli o insieme.

Le cose che sembrano inutili sono essenziali, sì, ma rimangono comunque vane. Perché fare i botanici se l’habitat è compromesso e molte piante sono già in via d’estinzione? Andare a zonzo non fermerà il cambiamento climatico. Leggere insieme non impedirà le guerre. Passeggiare al cimitero non riporterà indietro chi abbiamo perso. Quei musicisti sul Titanic hanno suonato fino alla fine e sono morti lo stesso. Hanno continuato a fare musica non perché fosse giusto o utile, semplicemente perché era l’unica cosa che sapevano fare per rimanere umani mentre il resto spariva. Non andrà tutto bene, se faremo queste cose. Se non le faremo, staremo male lo stesso. Solo che in quel caso avremo perso pure noi stessi.

Andrea Colamedici e Maura Gancitano. Foto: Marzia Brugnoli