Siamo stati una giornata a parlare di una foto. Una foto scattata una mattina di vento e sole sul muretto di una torretta a picco sul mare. I capelli per aria come in certi personaggi dei fumetti. Le camicie gonfie per le raffiche intense del Grecale. Le facce trasfigurate dalla smorfie necessarie per rispondere allo schiaffo beffardo degli agenti atmosferici. Gli occhi strizzati dalla luce e dai sorrisi. Nessuno di noi al proprio meglio, va detto. Ma buffi. Fermati in un attimo di vita che non tornerà, nella forma “cruda” che abbiamo quando nessuno ci guarda. Fotografava un turista di passaggio, uno che non ci aveva visti mai, e dunque non sapeva come eravamo davvero, nella nostra versione migliore, almeno quel poco che sarebbe bastato per dirci “sistema quel ciuffo”, “chiudi il bottone, che così ti viene la pancia”. Insomma, nessuno, alla fine, si riconosceva. “Ma non sono così! Non sono io questa!”. È incredibile quanto ci angusti la discrepanza tra ciò che vediamo di noi e ciò che vedono gli altri. La presa d’atto che non sempre le cose combacino. Ma anche che quell’immagine interiore possa nel tempo mutare. Quella volta, ad esempio, che durante uno Zoom ho scoperto grinze sul collo che non sapevo di avere. Con tutte le creme che metto!
Autodenunciamo i difetti prima degli altri
Crescendo ho capito che c’è un solo modo per superare lo shock di certe verità e di certi complessi. Spiattellarli. Tra le conquiste portate dalla maturità questa è una delle migliori. Dopo una vita passata a nascondere i difetti, ad architettare strategie per apparire quello che non siamo, a tirare indietro la pancia, finalmente ci autodenunciamo. E più lo facciamo in modo plateale più ci sentiamo rassicurate. Nessuno così può sparlare di noi a nostra insaputa. Nessuno ci può fare del male. Costituirsi prima che il tribunale pronunci la sentenza è un’ottima mossa per prendere le malelingue in contropiede. Soprattutto quelle che proliferano nella nostra testa. Battute sul tempo. Tiè.
Quella volta che Katia Follesa ha sventolato le braccia
Mi sono resa conto che fosse una tattica vincente quella volta che Katia Follesa, favolosa comica con pedigree da Miss, a cui diamo il benvenuto in questo numero, ha sbandierato, letteralmente, a Sanremo le sue braccia al vento, risvegliando una ola di entusiastica condivisione tra tutte le signore presenti all’Ariston. E ovviamente anche tra quelle a casa. Per me che ho sempre sventolato le mie tendine a uso domestico, per far ridere le bambine – «Ancora mamma, ancora!» – è stata una vera liberazione. Mai fatto caso alla tenuta dei miei arti superiori prima che iniziassero a mostrare cenni di cedimento. Male comune. Fino a un attimo prima riempivi gli armadi di vestitini smanicati e canotte da saldatore stile Flashdance e un attimo dopo non hai più il coraggio di mettere niente che anticipi la linea del gomito. L’ingresso nella “età editoriale adulta” – evito volutamente di chiamarla “mezza” – non è una questione di anagrafe ma di specchi. È quando inizi ad assumere le sembianze di tua madre. Aiuto.
La body positivity può metterci a disagio
La tecnica dello sbandieramento, dicevo, funziona quando ci metti onestà e un pizzico di autoironia. Niente a che vedere con la body positivity, che ci ha insegnato a tramutare i difetti in pregi. Facendoci credere di sentirci a nostro agio con quel tubino che invece ci cadeva malissimo, spingendoci a esibire con enfasi sinuosità che ci mettevano a disagio, a fare appello a una self-confidence che non avevamo, una sicurezza che rasentava il ridicolo. Era magnifico nel principio quel tentativo di opporsi a canoni irraggiungibili e univoci, aprendo la strada alla diversità, ma era troppo ambizioso per gente cresciuta con l’obbligo del corpo perfetto, troppo teorico. Data la formula mancava la pratica. Il boom dei farmaci dimagranti in fondo ci dice questo: nessuno di noi ci credeva fino in fondo a quella favola del piacersi a tutti i costi. È solo che ci mancava la forza di volontà per metterci a dieta. Finché è arrivata Katia. La quale non ha finto di non vedere quel difetto. Non lo ha celebrato come da manuale. Ma ha avuto l’ardire di sbertucciarlo in pubblico. Si è autobullizzata in mondovisione. Con umorismo. Con leggerezza. Applauso.
La bellezza è anche essere buffi
Ecco cosa dovremmo fare noi delle nostre rughe, delle nostre pance, delle nostre chiome scomposte dal vento, dei nostri brufoli e delle nostre bracciotte: smascherarle invece che coprirle. Condividerle anziché vergognarcene. Non perché sono belle, perché sono brutte. Perché fanno ridere. La bellezza è anche essere buffi, sbagliati, persino indecorosi e disdicevoli in certi frangenti. La bellezza è fregarsene. E piacersi in quella foto in cui siamo venuti malissimo. Piacersi con allegria. P.S. Messaggio per Katia: su Donna Moderna c’è un pezzo su come tonificare le braccia. Giuro che non era voluto!