39 anni, un sorriso luminoso e, da sempre, un problema di sovrappeso. Monica è tra i tanti che si sono affidati ai nuovi farmaci antiobesità ormai in rapidissima diffusione (negli States, secondo i dati della Kaiser Family Foundation, li avrebbe già usati 1 adulto su 8). Sull’argomento, però, c’è ancora parecchia confusione. E il rischio di restare scottati è concreto.

«Burrosa, morbida, in carne. Paffuta, pienotta, robusta. Cicciona, balena, chiatta. Se peschi a caso una persona che mi conosce e le chiedi: «Descrivimi Monica», userà sicuramente uno di questi aggettivi. Se mi vuole bene i primi, se è cattiva e ce l’ha con me gli ultimi.

La storia di Monica

È tutta la vita che sono grassa. Dalla dissociata alla flexitariana, dal tennis allo spinning: ho provato diete di ogni tipo, abbinate agli sport più disparati. Combattendo con un appetito atavico e una pigrizia olimpionica. Sono riuscita a dimagrire, di tanto in tanto, ma mai quanto volessi né in modo duraturo.

Poi una collega, tornata in forma dopo un periodo di sovrappeso post-gravidanza, mi ha svelato il segreto: prendeva uno dei nuovi farmaci antiobesità, nati per combattere il diabete. Sono andata dal suo specialista in Scienze dell’alimentazione che, controllati gli esami del sangue (tutto a posto, a parte il colesterolo un po’ alto), l’ha prescritto pure a me.

Ogni lunedì mattina, prima di andare al lavoro, mi facevo l’iniezione sottocutanea sulla pancia, con quella specie di penna con la rotellina da girare per decidere il dosaggio, che va aumentato gradualmente. I primi effetti sono arrivati presto. In una settimana, la fame è sparita. Il medico mi aveva suggerito il digiuno intermittente. «Questo è pazzo» pensavo mentre spiegava che, tra le 22 e le 13, avrei dovuto limitarmi a bere acqua. E invece è stato sorprendentemente semplice, anche perché avevo quasi sempre un pizzico di nausea. Di quelle persistenti, che non passano mangiando, anzi. È stato l’unico fastidio, per il resto stavo benissimo, mi sentivo piena di energie.

Dopo 30 giorni avevo perso 3 chili, alla fine del primo anno avevo superato l’obiettivo dei meno 12. Ricordo l’euforia quando sono riuscita a infilarmi dei jeans taglia 42. Adesso stanno nascosti in fondo all’armadio, quando li vedo mi viene il magone.

Dopo 18 mesi ho smesso perché costava troppo – sui 300 euro mensili – e perché speravo di poterne fare a meno. Mi infastidiva l’idea di dipendere da una sostanza. Peccato che, da subito, la fame si sia scatenata e nel giro di un anno abbia recuperato tutti i chili persi, con l’aggiunta di un generoso extra. Attualmente sfioro il mio personale record di grassezza. A tavola mi sforzo di contenermi, continuo a fare sport con una certa costanza, ma non tiro giù un etto. Non so dire quanto incida la perimenopausa – ci voleva giusto lei! – e quanto invece abbia influito l’aver smesso il farmaco.

Di sicuro, c’entra a livello psicologico: mi sento più frustrata e sfiduciata che mai. Quando lo prendevo era tutto così facile, ora non ce la faccio… E la frustrazione, si sa, rende ancora più famelici. Sto quasi pensando di ricominciare. Magari solo per qualche mese. Oppure per sempre, seguendo l’esempio della mia collega, che può permettersi di non interrompere la terapia ed è ancora bella magra. Non come me. Cicciona.

Cosa succede dopo aver sospeso i farmaci per dimagrire?

Funzionano davvero. E in fretta. Con una piccola iniezione sottocute alla settimana, l’appetito se ne va e il peso scende. Per chi, come Monica, combatte contro la bilancia da una vita, i nuovi farmaci antiobesità rappresentano la possibilità di svoltare, finalmente. E infatti tutti ne parlano e tutti li vogliono. Peccato che (uno) troppo spesso vengano prescritti “off label”, anche a chi deve perdere solo qualche chilo o da medici non specializzati in problemi di peso.

E peccato che (due) ci sia poca chiarezza su un punto fondamentale: una volta sospesa la terapia, si tende a riprendere i chili persi, a volte con gli interessi. Uno studio pubblicato sul British Medical Journal rivela che, quando il trattamento con gli agonisti del recettore del glp-1 viene interrotto, si reingrassa di circa 0,8 chili al mese, per riallinearsi ai valori di partenza nell’arco di 12-18 mesi. Un recupero fino a 4 volte più rapido di quello che interessa chi è reduce da una semplice dieta. Oltre a risentire del rallentamento del metabolismo, normale dopo un periodo di restrizione calorica, qui bisogna fare i conti con la perdita degli effetti del farmaco. «L’appetito, prima drasticamente rimodulato, ricomincia a farsi vivo, insieme al foodnoise, il pensiero insistente legato al cibo» chiarisce Elisa Verrua, specialista in Endocrinologia e malattie del metabolismo. «Viene meno, inoltre, l’effetto positivo sul consumo energetico e sullo svuotamento gastrico, che prolungava il senso di sazietà dopo i pasti».

Farmaci dimagranti: in quali casi sono da prescrivere

«Gli agonisti del recettore del glp-1, come semaglutide, liraglutide e tirzepatide, stanno rivoluzionando la terapia dell’obesità, offrendo risultati fino a poco tempo fa impensabili, ma devono essere utilizzati attenendosi rigorosamente alle linee guida» spiega Luca Busetto, ordinario di Nutrizione al Dipartimento di medicina dell’Università di Padova e vicepresidente della European Association for the Study of Obesity. «Vanno prescritti da un medico dopo un’attenta valutazione clinica, esclusivamente in caso di diabete di tipo 2, obesità o sovrappeso importante – con indice di massa corporea tra 27 e 30 kg/m2 – quando sussistono anche complicanze quali, ad esempio, ipertensione, artropatia da carico o dislipidemia significativa (vale a dire alterazione persistente di colesterolo e trigliceridi, ndr)». Come ha riconosciuto la legge Pella, lo scorso ottobre, l’obesità è una malattia cronica, progressiva e recidivante.

«I nuovi farmaci consentono di dimagrire, ma non la fanno sparire» dice Busetto. «Infatti, sono pensati per trattamenti prolungati – oltre che scrupolosamente monitorati – e spesso vanno assunti per sempre. Quando si smette di prenderli, è naturale che i chili tendano a tornare. Succede anche con i farmaci per l’ipertensione: se vengono sospesi, la pressione risale».

No, non basta una puntura

Quello che è capitato a Monica, quindi, non sorprende. Ma c’è un’aggravante. «Non conoscendo la sua storia clinica, è difficile valutare se la prescrizione del farmaco fosse corretta» osserva la dottoressa Verrua. «Di certo, non le hanno spiegato bene come avrebbe funzionato la terapia, anche al momento della sospensione, e mi pare che il suo disagio sia stato affrontato in modo superficiale.

Per ogni paziente va stabilito un percorso su misura, che preveda attività fisica, educazione alimentare e, quando serve, un supporto psicologico. È necessario un follow-up sistematico, anche per ottimizzare la resa del farmaco e cercare di mantenere più a lungo i benefici ottenuti quando si prova a sospenderlo, calibrare nel tempo i dosaggi, controllare i progressi (l’obiettivo è preservare la massa magra e liberarsi di quella grassa) e gli eventuali inciampi. Non di rado, per esempio, la riduzione dell’appetito porta a mangiare o bere troppo poco, aumentando disturbi come reflusso e nausea». La terapia che, se gestita bene, diventa uno strumento capace di migliorare stile di vita e autostima, quando il paziente viene lasciato a se stesso, può trasformarsi in una scorciatoia fallimentare.

«È evidente la gravità nel prescrivere questi farmaci a chi deve perdere solo pochi chili» dice Verrua. «Il problema non è tanto un dimagrimento eccessivo, suggerito da alcuni volti scavati avvistati a Hollywood, quanto il messaggio che “basti una puntura”. Quando il trattamento viene sospeso – ad esempio per i costi elevati – il rischio è di ritrovarsi come Monica». Con gli stessi chili di prima e un carico di frustrazione che pesa quintali.

Farmaci dimagranti: costi elevati e disuguaglianze

Le vendite degli agonisti del recettore del glp-1, secondo il rapporto OsMed dell’Agenzia Italiana del Farmaco, in un solo anno – il 2024 – sono state protagoniste di un’impennata del 13,2%. Ma questi medicinali costano e oggi vengono passati dal Servizio sanitario nazionale solo in caso di diabete. La Regione Lombardia sta lavorando a un piano per calmierare il prezzo. «Il progetto è in fase di definizione e non è chiaro come funzionerà la rimborsabilità» osserva Elisa Verrua, endocrinologa. «È probabile che vengano introdotti criteri di selezione, magari legati alla gravità clinica o all’ISEE. È comunque un passo importante: oggi il costo elevato limita l’accesso ai farmaci e crea disuguaglianze evidenti. Accanto alle misure economiche, però, è fondamentale lavorare sull’informazione e sulla riduzione dello stigma che circonda l’obesità, malattia che questa società ossessionata dalla magrezza spesso considera ancora una questione di pigrizia o di capriccio».