Le nostre madri pensavano solo alla pensione. E invece noi abbiamo sempre più spesso la necessità o l’opportunità di scoprire nuovi orizzonti professionali anche dopo i 50 anni. Se tu potessi liberare la fantasia, senza ostacoli pratici e senza necessità economiche, cosa vorresti fare “da grande”?

A cinque anni le risposte sono onnipotenti e infinite. A cinque anni vale tutto: astronauta, domatrice di draghi, spalatore di neve (era l’ambizione sfrenata del primogenito quando abbiamo iniziato a domandarci dove avessimo sbagliato), regina e capotreno.

A venti qualche sogno si è già infranto («Ah, per andare nello spazio non basta il liceo scientifico?») e qualche ambizione nuova prende corpo («Vorrei diventare content creator»).

A trenta, per qualcuna, l’orologio biologico si risveglia e la variabile maternità va a complicare, o ad arricchire, piani e ambizioni.

A quaranta, con la consapevolezza di una maggiore maturità, qualcuna fa la rivoluzione e torna a sognarsi infinita, qualcuna consolida quello che ha, altre boccheggiano e abbassano l’asticella alla mera quotidiana sopravvivenza.

Tra sogni e obblighi: il percorso imposto dalla vita adulta

Da piccola volevo diventare medico ma mia madre decise che gli anni di studio erano troppi e non era il caso. Allora annunciai l’intenzione di fare la scrittrice («Per carità! Sei già così introversa…») o la giornalista («Troppa concorrenza, non ce la farai mai»). Per necessità mi feci soldato ubbidiente, mi iscrissi a Economia («Ma non mi piace!» «Imparerai ad apprezzarla e soprattutto non resterai disoccupata») e mi lasciai trasportare dalla corrente. Qualche colpo di testa, di fortuna e una certa disciplina hanno fatto il resto e negli ultimi trent’anni non ci sono mai stati spazi liberi in cui porsi domande esistenziali o professionali.

Il foglio bianco della vita adulta

Cosa vuoi fare da grande? Fino a che età è permesso domandarlo? Fino a che età si può cambiare, inventare, pensarsi senza limiti? Me lo chiedo oggi, dopo decenni in cui non ce ne è stato bisogno. Perché, per quei cambiamenti inaspettati, quei cicli che finiscono, quelle porte che si chiudono (e qualcuno dice che un portone si aprirà e chi lo sa se è veramente così), davanti a me ho un foglio bianco tutto da riempire. E questo vuoto e questo bianco, che non ho mai sperimentato prima, mi elettrizzano e al contempo mi fanno molta paura. L’esperienza, anche nel lavoro, regala consapevolezza di sé, dei propri superpoteri e dei propri confini.

Cosa vuoi fare da grande, ora che lo sei?

A cinquant’anni, ben più che a trenta, sappiamo chi siamo, in cosa siamo brave e in quali posizioni stiamo comode. Abbiamo spalle più larghe che in passato e una maggiore faccia tosta. E tutto questo mi dà coraggio e desiderio di lanciarmi dal trampolino e saggiare questo mare aperto. D’altro canto, a cinquant’anni, conosciamo bene la ferocia di un mondo a misura di un’eterna giovinezza, che tende a escludere ben più che ad accogliere. E mentre cammino sul filo tra l’euforia e l’angoscia, tra i sogni di gloria e i deliri di rovina, tra il cielo e l’abisso, azzardo qualche passo di danza perché forse è proprio questo che voglio fare da grande: ballare libera e incurante, mentre cerco la mia vocazione e il mio approdo.