Sapere o non sapere, questo è il dilemma. Si potrebbe reinterpretare in chiave moderna (e sanitaria) la celebre frase di Amleto, per definire il dubbio – amletico, appunto – se conoscere o non conoscere le proprie condizioni di salute. Se, invece, vogliamo essere più “moderne” ecco che è sufficiente parla di FOFO, ossia l’acronimo che sta per “Fear of finding out” (“la paura di scoprire”, in questo caso una brutta notizia o la verità). Il che, tradotto, è proprio la resistenza nel sottoporsi ad accertamenti, esami e visite, per paura di scoprire una qualche malattia o anomalie. A quanto pare è un timore molto diffuso.

Che cos’è la FOFO?

Se da tempo abbiamo imparato a conoscere il significato del termine FOMO, ossia “Fear of missing out”, ora è tempo di capire cosa sia la FOFO. Secondo un’indagine condotta negli USA su 2.000 impiegati in età adulta ben 3 su 5 hanno evitato di sottoporsi a screening medici e i due motivi principali sono proprio la paura di ricevere brutte notizie e l’imbarazzo. Ma la situazione potrebbe essere anche peggiore. Un altro sondaggio, questa volta condotto nel 2025 su un campione di 7000 americani, ha mostrato come oltre la metà (51%) segue i programmi di controllo o gli esami di prevenzione antitumorale. Ma il dato è in calo del 10% rispetto al 2024.

Come riconoscere quando è davvero “paura di sapere”

La FOFO, dunque, è un modo per evitare di conoscere “la verità”, peraltro non solo in ambito medico: potrebbe accadere anche, per esempio, in una relazione di coppia o sul lavoro. Ma sulla salute occorre fare attenzione a riconoscere questo comportamento: «Per capire se una persona sta mettendo in atto la FOFO, è fondamentale osservare comportamenti che vanno oltre la semplice ansia o negligenza. Spesso si nota una procrastinazione medica cronica, in cui la persona rinvia continuamente appuntamenti o esami adducendo scuse logistiche deboli e poco credibili», spiega Cristina Brasi, psicologa e analista comportamentale.

La cecità attentiva e gli altri segnali nascosti della FOFO

Non si tratta, però, solo di rinviare continuamente i controlli medici. In alcuni casi, come spiega Brasi, «può manifestarsi una “cecità attentiva”, cioè la tendenza a ignorare attivamente notizie, conversazioni o informazioni che riguardano specifici temi di salute, comportandosi come se non esistessero. A livello interpersonale, chi soffre di FOFO può ricorrere allo “scherzo difensivo”, banalizzando i propri sintomi con un umorismo nero per allentare la tensione. In altri casi si mette in atto la cosiddetta “razionalizzazione illusoria persistente”: si attribuiscono segnali fisici potenzialmente gravi a cause banali, come giustificare un dolore al petto come semplice indigestione».

Perché molte donne sono più vulnerabili alla FOFO

Un aspetto interessante riguarda anche chi mette in atto questo tipo di comportamento. In genere, le donne si preoccupano di più per la salute, ma soprattutto dei propri cari, più che della propria: «Le statistiche lo dimostrano, ma le donne risultano anche particolarmente vulnerabili alla FOFO a causa del loro ruolo di genere. La loro esitazione non nasce solitamente dalla paura della verità clinica in sé, quanto piuttosto dal timore che una diagnosi possa trasformarle in un “peso” (burden) per la famiglia che loro stesse sostengono quotidianamente. Questo comportamento è spesso radicato nel self-silencing (auto-silenzamento), che porta le donne a mettere i propri bisogni in secondo piano», chiarisce Brasi. In quest’ottica l’eventuale «malattia rappresenta una minaccia diretta alla loro identità di caregiver e pilastro familiare; pertanto, evitare di scoprire la verità diventa un tentativo disfunzionale di preservare questa immagine e non gravare sugli altri», aggiunge Brasi.

Gen Z e giovani adulti: quando l’eccesso di informazioni paralizza

A giocare un ruolo fondamentale è anche l’età: «Esiste una profonda differenza generazionale rispetto agli adulti: per la Generazione Z e i giovani adulti, la FOFO non deriva dalla mancanza di informazioni, ma dal suo opposto, ovvero un eccesso, che diventa paralizzante e che è chiamato Information Overload. Essendo immersi in un ecosistema digitale, la costante esposizione sui social media a contenuti sanitari, spesso allarmistici, alimenta la Cyberchondria. Questo innesca un ciclo vizioso in cui il giovane cerca online un sintomo banale, trova diagnosi catastrofiche e sviluppa un’ansia tale da evitare il medico reale pur di non ricevere la conferma delle sue peggiori paure autodiagnosticate. Per gli adolescenti, inoltre, l’evitamento è anche una strategia di difesa della privacy in un’era di sorveglianza digitale», spiega ancora l’esperta.

Le strategie più efficaci per superare la FOFO

Eppure questa paura può essere superata, anche se «le soluzioni rapide non funzionano: una delle strategie più efficaci è la Self-Affirmation Theory: poiché l’informazione sanitaria minaccia l’ego, si invita la persona a riflettere sui propri valori personali e sui propri punti di forza prima di esporsi alla notizia medica, “tamponando” così l’impatto emotivo e rendendo l’informazione più gestibile. Sul piano terapeutico aiuta anche la Terapia Cognitivo-Comportamentale (CBT), mentre l’Acceptance and Commitment Therapy (ACT) insegna ad agire in presenza dell’ansia, focalizzandosi non sull’eliminazione della paura ma sul perseguimento dei propri valori vitali (es. fare un esame per amore dei figli). Sarebbe anche utile – conclude Brasi – che la comunicazione medica abbandonasse i messaggi basati sulla paura, a favore di quello che danno speranza».