A volte, per tornare in pista, serve qualcuno che ti chiami “mamma” o “papà”. Prendi Daniel Day-Lewis, tre volte premio Oscar. Otto anni fa, dopo essere stato il protagonista de Il filo nascosto di Paul Thomas Anderson, dichiarò di sentirsi stanco e svuotato, annunciando il ritiro dalla recitazione. L’aveva già fatto nel 1997, quando si prese una lunga pausa dal cinema (anche) per imparare il mestiere di artigiano calzolaio, a Firenze. Allora, l’aveva convinto a tornare sul set la voglia di interpretare Bill “il Macellaio” nel capolavoro di Martin Scorsese Gangs of New York. Stavolta, a stanarlo, ci ha pensato il figlio 27enne Ronan, che lo ha diretto in Anemone, un film letteralmente familiare: la vicenda ruota attorno a un uomo che vive isolato e si ritrova faccia a faccia con i rapporti che ha provato, invano, a tagliare. Un racconto di ferite, di perdono e di legami indissolubili, che si intreccia con la realtà di Daniel e Ronan, padre e figlio alle prese con un copione condiviso e l’esperienza – esaltante ma non sempre facile – di lavorare in famiglia

Lavorare in famiglia: dal set alla bottega
Sul set di Anemone, Daniel e Ronan Day-Lewis hanno invertito i ruoli: il padre davanti alla macchina da presa, pronto a lasciarsi “guidare”, e il figlio dietro, a condurre il gioco con la calma di chi è cresciuto guardando un maestro all’opera. Un passaggio di testimone simbolico, che ricorda da vicino tante storie meno hollywoodiane ma ugualmente intense – quelle di chi lavora in famiglia h24. Nelle aziende, nei laboratori, nei ristoranti, le scene si ripetono ogni giorno: mani che imparano osservando, passioni che si tramandano, generazioni a confronto. E una piccola grande impresa quotidiana: far funzionare le cose, senza pestarsi troppo i piedi.
Questione di imprinting (professionale)
Ci sono figli che finiscono nel mestiere dei genitori quasi senza accorgersene. Succede nei ristoranti di famiglia, nelle botteghe, negli studi professionali: uno cresce lì dentro, tra gli odori, le voci, le abitudini. E alla fine, più che una scelta, sembra un richiamo. «Non è solo imitazione ma identificazione affettiva: scegliamo ciò che ci fa sentire parte di una storia, cercando di ritrovare, nel nostro percorso, la stessa passione che abbiamo visto nei nostri genitori» suggerisce Adriano Formoso, psicologo, psicoterapeuta e naturopata-omeopata. «Chi è cresciuto accanto a un padre e a una madre che tornavano a casa, di sera, stanchi ma felici, ha percepito la possibilità di scoprire un “senso” dietro al lavoro. Da grande, difficilmente si accontenterà di un mestiere che non gli scalda il cuore».
Lavorare in famiglia: porto sicuro o gabbia dorata?
Da un lato c’è il senso di protezione offerto da chi ti conosce da sempre, dall’altro la sensazione di avere addosso uno sguardo che ti valuta in continuazione. «L’equilibrio si trova quando il figlio smette di voler “dimostrare” e comincia semplicemente a fare, portando qualcosa di proprio al tavolo comune» spiega lo psicologo. «L’autonomia non nasce dal tagliare i ponti, ma dal riconoscimento reciproco: il genitore deve accettare che le regole possono cambiare, il figlio, che non tutto va riscritto da capo. Quando ci si viene incontro in questo modo, la collaborazione aiuta entrambi a crescere». Ma prima – dettaglio tutt’altro che irrilevante – bisogna imparare a discutere da colleghi senza ferirsi da parenti.
Vecchia scuola, nuove idee: l’arte di venirsi incontro
Ogni generazione ha il proprio modo di vivere il lavoro: chi è cresciuto nel sacrificio tende a cercare stabilità, chi è nato dopo privilegia libertà e realizzazione personale. «Quando questi mondi si incontrano nello stesso luogo, possono scontrarsi, ma anche completarsi» afferma il dottor Formoso. «Il segreto è passare dal confronto al dialogo: riconoscere che l’esperienza dei genitori è una risorsa e che l’energia dei figli è un’opportunità di rinnovamento. Solo così la bottega, lo studio o l’azienda diventano un ponte tra passato e futuro, non un campo di battaglia fra epoche diverse». E quando l’intesa funziona, arriva la prova più delicata: imparare a brillare di luce propria, anche se il cognome è ingombrante.
Lavorare in famiglia: quando il cognome pesa
A Hollywood come in una cittadina di provincia, il cognome può essere un trampolino o una zavorra. «Portare il nome di famiglia significa partire avvantaggiati e sotto esame allo stesso tempo: ogni passo è un confronto silenzioso con chi è venuto prima» osserva Formoso. «La soluzione non è rinnegare le origini, ma usarle come base per costruire qualcosa di proprio». L’identità professionale, in fondo, si conquista così: non cancellando la firma sulla bottega, ma aggiungendoci la propria iniziale. «Nel mio lavoro al Centro di Ricerca in Neuropsicofonia e durante il Formoso Therapy Show (spettacolo che combina musica e momenti di riflessione, che il dottor Formoso porta in giro per l’Italia; www.adrianoformoso.com) osservo che spesso i “figli di” lavorano il doppio. Non lo fanno tanto per superare i genitori, quanto per scoprire di poter stare in piedi da soli. È lì che nasce la vera autostima». E prima o poi, arriva una svolta: quando per il genitore è l’ora di fare un passo indietro.
Perché il passaggio di testimone fili liscio
Arriva un momento in cui il testimone va passato, anche se nessuno ha davvero voglia di mollare la presa. «È una fase delicata, perché per molti genitori lasciare spazio al figlio significa confrontarsi con il tempo che avanza» chiarisce il dottor Formoso. «Non è solo questione di fiducia, ma di identità: chi ha dedicato la vita a un mestiere fatica a immaginarsi senza quel ruolo. Il segreto è che entrambi capiscono che quello che sta succedendo non è una sostituzione, ma un’evoluzione nel nome della continuità. Dal punto di vista pratico, il figlio dovrebbe aiutare il padre o la madre a sentirsi ancora parte della storia comune, e il genitore dovrebbe sostenere il figlio, dandogli una mano a scriverne un nuovo capitolo».
Il rispetto necessario per lavorare in famiglia
Dietro i ruoli, ci sono le persone: perché lavorare in famiglia funzioni davvero, bisogna tenerlo sempre a mente. «Quando padre e figlio, madre e figlia riescono a vedersi al di là dei legami di sangue, nasce il rispetto reciproco» dice lo psicologo. «Serve poi chiarezza: sapere dove finisce il lavoro e dove comincia l’affetto. E ci vuole fiducia, quella che permette all’altro di provare, di sbagliare, di crescere. La famiglia non è un vincolo, è una palestra. Lì si impara a conoscersi, a lasciarsi andare e, quando occorre, a farsi da parte. Solo così il legame diventa una forza che unisce, non una catena che trattiene».