Lo scorso anno l’influencer tedesca Tara-Louise Wittwer, titolare di una rubrica anti sessismo sul settimanale Der Spiegel, ha presentato a Colonia il suo saggio Scusa, ma non chiedo scusa (pubblicato in Italia da Giunti) che in Germania ha venduto 800 mila copie. Al pubblico presente l’autrice ha chiesto: ti è capitato spesso di chiedere scusa per qualcosa per cui non avresti dovuto? Ad alzare il braccio sono stati un uomo e tutte le donne presenti. Una reazione che dimostra la tesi di Wittwer: le donne, cioè, si scusano troppo, minando la loro autostima e regalando ulteriore spazio ai maschi, che fanno leva sulle insicurezze altrui.

Cover di Scusa, ma non chiedo scusa (Giunti) dell'l’influencer Tara-Louise Wittwer
Nel saggio “Scusa, ma non chiedo scusa” (Giunti) l’influencer Tara-Louise Wittwer invita le donne a smettere di scusarsi troppo e a riprendersi il proprio spazio.

Lo stesso concetto è stato riassunto con uno sketch brillante dalla comica Amy Schumer. In una immaginaria conferenza sulle Donne nell’Innovazione, ha “riunito” varie scienziate, più una vincitrice del Nobel e una del premio Pulitzer. Senza mai riuscire a raccontare la propria attività, prima le relatrici si scusano per aver corretto gli errori fatti dal moderatore maschio nel presentarle e poi per mille altre cose, arrivando infine a scusarsi per essersi ustionate con il caffè rovesciato da un cameriere.

Sorry syndrome: il condizionamento sociale spinge le donne a scusarsi troppo

Fatte salve le esagerazioni, vero è che la cosiddetta sorry syndrome è profondamente radicata nel gentil sesso, perché deriva da aspettative di genere che si sono tramandate per secoli. Fin da piccole, alle femmine viene insegnato a essere più educate e accomodanti dei fratelli, dando priorità all’armonia nelle relazioni interpersonali. Viviana Chinello, psicoterapeuta a Monza e Brianza, chiarisce:

Al controllo familiare interiorizzato si aggiunge il fattore sociale: e così, rivestendo da sempre ruoli subordinati, anche fuori casa le donne hanno imparato a evitare i conflitti sviluppando una maggiore accondiscendenza

Questo doppio standard comportamentale è stato drammaticamente rafforzato da strumenti come la briglia del rimprovero, un attrezzo metallico chiuso sulla testa che, nell’Inghilterra medievale, veniva imposto alle donne che uscivano dai loro ruoli convenzionali e «che con la mordacchia in testa dovevano sfilare attraverso i villaggi» aggiunge Wittwer.

Da generazioni di donne, il bisogno di scusarsi per non sembrare arroganti

Ecco allora che la propensione a scusarsi è passata da una generazione di donne all’altra, come una sorta di salvacondotto per non sembrare presuntuose o arroganti, mentre da sempre i ragazzi vengono elogiati per la loro assertività.

A dire il vero, gli psicologi Karina Schumann e Michael Ross hanno dimostrato come non è vero che gli uomini siano meno propensi a scusarsi. Piuttosto, i due sessi hanno idee diverse su ciò che rappresenta un comportamento offensivo, con le donne che percepiscono come tale un numero maggiore di atteggiamenti. Gli uomini, per dire, non ritengono di doversi scusare se hanno promesso di portare giù la spazzatura e se ne sono dimenticati; le donne pensano il contrario. E questo scollamento crea «conseguenze spiacevoli per le interazioni tra i due sessi» notano Schumann e Ross. «Per esempio, se le donne percepiscono come offese “disattenzioni” che i loro partner non notano, esse possono interpretare l’assenza di scuse come un segno di indifferenza nei loro confronti. Allo stesso modo, gli uomini, che non sentono la necessità di scusarsi, possono considerare le loro partner come eccessivamente sensibili ed emotive».

Se i maschi sono meno inclini alle scuse, in compenso la sorry syndrome affligge perfino coloro che sembrano più libere. Ci è cascata pure Taylor Swift, una star del pop dichiaratamente femminista.
Nel documentario Miss Americana la vediamo esultare per il suo successo per poi criticarsi, dimostrando come anche le donne più emancipate siano “addestrate” a scusarsi.

Non scusarti, ringrazia: strategie per dire basta alla sorry syndrome

Ma c’è una buona notizia: possiamo imparare a invertire la rotta. Non si tratta di non scusarsi mai, come il Fonzie di Happy Days, perché le scuse genuine sono un collante sociale che rafforza le relazioni. Si tratta di farlo quando è giustificato. Dunque la prima cosa da fare è distinguere le situazioni: «Hai commesso un errore reale? Hai causato un danno o un’offesa? Se la risposta è no, non c’è motivo di scusarsi» scrive Wittwer. Presa consapevolezza degli automatismi, sostituiamo alle scuse la gratitudine. «Anziché “Mi dispiace per averti fatto aspettare”, possiamo dire: “Grazie per aver aspettato”» suggerisce la dottoressa Chinello. Opportuno anche ascoltarsi per rendersi conto di come ci si esprime: invece di “Scusa, posso fare una domanda?” affermiamo: “Ho una domanda”.

Just Not Sorry e altri strumenti per smettere di sminuirsi con le parole

Per le comunicazioni scritte esiste un plug-in di Google Chrome chiamato Just Not Sorry che avvisa quando le email contengono parole e frasi che minano la forza del messaggio. «Il punto è disapprendere ciò che ci è stato inculcato e imparare la fermezza nell’esprimere il nostro punto di vista. Iniziare una frase con “Scusa, ma” indebolisce il nostro legittimo diritto di pensarla diversamente da un altro, comunicando insicurezza » sigla la psicoterapeuta. In più, un atteggiamento remissivo ci rende vulnerabili alla manipolazione, al rischio di essere ignorate o di non ottenere rispetto. Per questo, alla fine, non c’è che un rimedio: sviluppare la fiducia in se stesse per riprendersi, anche simbolicamente, il proprio spazio.

Dietro una donna che si scusa continuamente c’è una bambina che non vuole dar fastidio ai grandi e che non si autorizza a difendere le sue opinioni. Wittwer, che è sempre stata la più alta della classe, ha sperimentato per prima questa “minorità” psicologica: per molto tempo, dichiara, ha avuto «un ego da 163 cm intrappolato nel corpo di una donna alta». Continuando a scusarsi senza motivo «mi sono fatta piccola, mi sono fatta innocua, mi sono svuotata» racconta. «Ma alla fine sono tornata al mio metro e 81 e adesso non mi dispiace prendermi il posto che mi spetta». E così, riallacciandosi alla presentazione del suo libro e alla domanda sulle scuse “inutili”, Wittwer ci invita ad alzare la testa per non dover più alzare la mano.