C’è sempre qualcuno che, a una cena, ti guarda con l’aria di chi ti ha appena scoperto un difetto di fabbrica e dice: «Dai, non fare l’asociale». Lo dice, lo splendido, mentre ti invita a unirti a un tavolo di dodici persone che parlano contemporaneamente di mutui, intolleranze al glutine e altri temi da botta di sonno improvvisa. Tu, che sognavi una conversazione con una sola persona e possibilmente a volume umano, che vorresti rintanarti dietro il termosifone, ti chiedi se il problema sia tuo.
Piccola digressione autobiografica: due tra le mie più care amiche sono proprio così, a contatto con più di quattro persone contemporaneamente soffrono e sviluppano allergie fin lì sconosciute al mondo. Se organizzo una cena a casa la loro domanda non è mai «Che si mangia?» (lecita) ma «Quanti siamo?» (è quello che determina il loro sì). Santa pazienza. Ma è vero, per anni abbiamo vissuto sotto il ricatto morale della socialità. Come se la felicità fosse misurabile in aperitivi, chat di gruppo e compleanni affollati. Come se chi non ama stare sempre in mezzo agli altri sia per forza triste e/o problematico. Ma è davvero così? Secondo Giuseppe Iannone, psicologo, psicoterapeuta e sessuologo, la questione è molto meno drammatica di quanto ci raccontiamo. «Non credo esista una quantità ottimale di socialità valida per tutti», spiega. «Più che contare il numero delle persone incontrate, è utile osservare come ci sentiamo nelle situazioni che viviamo». Tradotto: il punto è capire perché lo fai, disperata ragazza mia (cit.).
L’asociale e il dramma dei convenevoli
«La domanda da porsi è: sto scegliendo ciò che mi fa stare bene oppure sto evitando qualcosa che mi fa paura? E soprattutto: cosa temo? L’esposizione? Il confronto sociale? La vergogna? Il senso di inadeguatezza?», insiste Iannone. Perché c’è una differenza enorme tra chi ama la tranquillità e chi si nasconde. Poi ci sono loro: i maledetti convenevoli. Le chiacchiere sul meteo, sul traffico. Le conversazioni che sembrano scritte da un’intelligenza artificiale per niente creativa. Chi le detesta viene spesso accusato di essere pesante. Uno che vuole sempre parlare dei massimi sistemi. Uno che trasforma il caffè in un seminario esistenziale (confesso: capita anche a me, ma solo talvolta). Iannone assolve gli insofferenti ai discorsi da ascensore. «Le conversazioni leggere hanno una funzione importante: permettono di creare un contatto graduale. Ma non tutti attribuiscono lo stesso valore a questo passaggio».
La dittatura dell’anima della festa
Insomma, non esiste una patente della socialità corretta. «Alcune persone si sentono vive quando affrontano temi significativi, altre trovano piacere anche in scambi più spontanei e disimpegnati. Nessuna delle due modalità è superiore all’altra», ragiona Iannone. Il problema nasce solo quando perdiamo elasticità. Quando pretendiamo che ogni incontro diventi una seduta filosofica oppure, all’opposto, quando passiamo una vita intera a galleggiare in superficie. Tra i grandi inganni del nostro tempo c’è anche la figura dell’“anima della festa”. Quel personaggio leggendario che entra in una stanza e, apparentemente, conquista tutti in trenta secondi. Che un po’ fa invidia e un po’ paura. «Spesso si soffre non per ciò che si è, ma per il confronto con un ideale», osserva Iannone.
Asociale allergica ai convenevoli ma capace di “riempire”
E aggiunge, lapidario: «La capacità di creare legami significativi non coincide con la capacità di attirare l’attenzione». In altre parole: non tutti devono illuminare la stanza entrando. «Qualcuno la rende più accogliente semplicemente abitandola», sottolinea lo psicologo. Una definizione elegantissima di tutte quelle persone che non monopolizzano la conversazione ma che, quando se ne vanno, lasciano il vuoto. Naturalmente esiste anche il rischio opposto. Quello di chi trasforma il proprio bisogno di selezione in una specie di aristocrazia emotiva. Quelli del “non frequento certi ambienti”, detto con la stessa espressione di chi rifiuterebbe un bicchiere di vino servito in un bicchiere di plastica.
Selettivi o snob?
Per Iannone il confine è chiaro. «È diverso dire: “Questo ambiente non fa per me” dal dire (o lasciare intendere): “Chi frequenta questi ambienti vale meno di me”». Il naso arricciato di Miranda Priestley a certe sfilate, se avete presente. La selettività è una preferenza. Lo snobismo è un giudizio. «Il confine diventa problematico quando si trasforma in una gerarchia di valore tra persone e stili di vita», argomenta. Una distinzione semplice ma spesso dimenticata. Anche perché scegliere sempre e soltanto persone che ci somigliano può avere un costo. «Chi privilegia pochi rapporti intensi può costruire legami molto significativi», spiega Iannone. «Ma potrebbe perdere occasioni inattese che nascono proprio dall’incontro casuale». Un po’ di serendipity, suvvia!
Asociale, quando preoccuparsi davvero
E qui c’è forse la riflessione più interessante. Le persone che cambiano la nostra vita raramente arrivano con il curriculum che avevamo immaginato. Spesso sono proprio quelle che non avremmo selezionato. Quelle che, sulla carta, non erano il nostro tipo. Quelle che non avremmo nemmeno invitato alla cena perfetta da sole sei persone. Il tema diventa più delicato con gli adolescenti. Un ragazzo che passa molto tempo da solo va lasciato tranquillo o aiutato? Per Iannone la differenza è semplice: non bisogna contare gli amici, bisogna osservare la sofferenza. «Un adolescente selettivo può avere pochi amici ma vivere quei legami con spontaneità e piacere», riflette. Diverso è il caso di chi vorrebbe avvicinarsi agli altri ma non riesce. «Quando la solitudine genera esclusione, ansia, senso di inadeguatezza o ritiro progressivo, non è più una scelta». In quel caso non serve spingere il ragazzo a essere più socievole. Serve capire cosa sta comunicando quel ritiro. Paura? Delusione? Timidezza? La risposta è lì.
Né eremiti né animatori turistici
Alla fine, forse, la vera maturità relazionale non sta nel diventare più socievoli. Sta nel trovare la propria distanza. «Non si tratta di essere molto o poco socievoli», conclude Iannone. «Ma di riuscire a stare nelle relazioni senza sentirsi invasi e senza doversi proteggere continuamente». E forse è proprio questo il punto che ci sfugge mentre continuiamo a dividerci tra festaioli e asociali. La socialità non è una gara a chi accumula più contatti. È l’arte, molto più complicata, di capire quanta vicinanza ci serve per sentirci vivi e quanta distanza ci serve per restare noi stessi. L’arte di decifrare e selezionare il nostro mondo.