Non bastava l’ondata di -maxxing, a indicare tutti quei fenomeni che spingono alla ricerca della perfezione (e all’eccesso), nei lineamenti del viso e della muscolatura (looksmaxxing), nel sonno perfetto (sleepmaxxing), nell’inseguire modelli di vita sani e antichi (nonnamaxxing) o anche nella variante “single” con il solomaxxing. Ora che inizia ufficialmente l’estate è tempo di tanmaxxing, la voglia della tintarella impeccabile, a costo di non usare le protezioni solari adeguate.
Cos’è la tanmaxxing
Gli esperti del settore non hanno dubbi: tra le nuove tendenze della calda estate 2026 c’è la voglia della tintarella perfetta o, per dirla con linguaggio social, di tanmaxxing. Complice il proliferare di “taninfluencer” su piattaforme come TikTok e Instagram, l’abbronzatura diventa un must, da ottenere a suon di oli abbronzanti spesso spacciati per “miracolosi”, sedute di lettino UV, ma persino ricorrendo alla consultazione continua di App meteo per capire quali siano i picchi solari e dunque esporsi in giorni e orari “migliori”. Migliori sì, ma solo ai fini dell’incarnato, non sempre della salute della pelle.
L’effetto serie tv e social
A spingere all’eccesso, come per altri fenomeni -maxxing, sono quasi sempre i social, ai quali in questo caso si uniscono anche web-serie come The burning truth: pensata per la Gen Z e Alpha, dunque i giovanissimi, punta a sfatare alcune false credenze sull’abbronzatura e a spiegare come alcuni miscugli home made per ottenere tintarelle migliori possano in realtà rivelarsi dannosi da un punto di vista dermatologico. A promuoverla, in questo caso, è una nota casa di produzione cosmetica, ma l’obiettivo è quello di rafforzare alcuni messaggi dei dermatologi.
L’allarme dei dermatologi
«Anche come società scientifiche stiamo promuovendo App che vadano in direzione opposta al tanmaxxing, indicando quali sono i picchi di sole peggiori, da evitare o da affrontare con comportamenti adeguati. È giusto anche ricordare che oggi esistono tessuti con al loro interno fotoprotezioni che permettono di non usare un filtro solare: sono molto utili, per esempio, per gli sportivi come i surfisti o chi è in montagna, che non può riapplicare la crema ogni due ore come si dovrebbe o che stanno in acqua o sudano», chiarisce Sebastiano Recalcati, responsabile della struttura semplice dipartimentale di Dermatologia-IST di Asst Lariana, già vincitore del premio “Young Dermatologist Achievement Award”.
Non solo creme
«Quello da cui invece vorremmo mettere in guardia sono quei capi realizzati in modo tale da consentire l’abbronzatura pur indossandoli. Molti sono pensati per le donne, per evitare di avere il segno delle spalline: hanno trame dalle quali il sole filtra lo stesso ma, se non si applica anche una protezione con filtro solare, di fatto si sta prendendo il sole in zone non coperte, dunque si possono creare danni sul lungo periodo. L’invito, quindi, non è a evitare l’abbronzatura, ma a ottenerla nelle ore giuste e con i filtri giusti. Tra l’altro la tintarella veloce, da un punto di vista meramente estetico, è anche quella che scompare prima rispetto a un’abbronzatura graduale», chiarisce Recalcati.
Il paradosso opposto: protezioni sempre più alte
Ad affiancare il tanmaxxing, però, c’è anche un’altra tendenza, di segno opposto: l’uso di protezioni solari con filtri sempre più alti. Secondo un report realizzato da New Line per l’associazione delle imprese Cosmetica Italia, in Europa l’uso di creme solari per il viso è cresciuto del 39% (in unità vendute), quelle per il corpo del 19% e gli autoabbronzanti del 17%. In Italia si conferma lo stesso trend. Il mercato degli schermi solari è raddoppiato in un anno, con un +34% di vendite in Inghilterra, +15% in Italia, +13% in Spagna, +6% in Germania e +2% in Francia, con una crescita media nell’UE del 17%, come indica un’indagine Circana, società globale di ricerche di mercato.
L’esempio virtuoso dell’Australia
«Finalmente vediamo un trend positivo, dopo anni di campagne di sensibilizzazione. In questo l’Australia è capofila: la popolazione ha in media un fototipo molto chiaro, spesso l’1 che è di origine irlandese e celtica, e vive a una latitudine con una importantissima esposizione solare. Questo ha fatto sì che in passato ci fosse un’incidenza elevatissima di melanomi. Ma grazie a campagne pubblicitarie e servizi, come i dispenser di creme solari alle fermate degli autobus, in un paio di anni il melanoma sta iniziando a ridursi. In Italia abbiamo un fototipo generalmente meno chiaro, ma ci sono molti casi di melanoma. Fortunatamente rispetto a 10 anni fa oggi quasi tutti usano protezioni e con protezioni passate da 5 o 10, a 25 e anche 50, che sono più utili visto che quasi nessuno le applica in modo del tutto corretto, per quantità e frequenza», dice Recalcati.
Sole, i prodotti di tendenza 2026
Tra le novità di quest’anno ci sono nuovi sieri solari minerali protettivi e ‘lattiginosi’, e a effetto glow che perfezionano la carnagione. Sono prodotti che sempre più spesso «si possono applicare anche sotto il trucco e perfino come finishing. I solari poi seguono il trend ‘skinification’, ovvero l’uso di ingredienti di skincare, sia per gli schermi solari che i prodotti autoabbronzanti, entrambi ora arricchiti con gli ingredienti tipici dei sieri anti rughe per abbronzature più salutari», spiega Cosmetic Business.
Filtri in stile K-beauty
Ad affermarsi, poi, è sempre di più la K-beauty, anche quando si tratta di abbronzature: «Anche in questo campo la K-Beauty sta facendo breccia in Europa con schermi spray o leggeri che garantiscono anche un effetto finishing per perfezionare il look, uniformare la carnagione e fissare il risultato», confermano ancora i produttori specializzati. Definire questi prodotti come semplici solari, dunque, è limitativo. Oggi, infatti, il solo fattore di Protezione solare (Spf) non è più sufficiente tanto che gli esperti parlano di “esposoma solare”, ovvero l’insieme dei fattori ambientali che influenzano la salute della pelle.
L’importanza dell’“esposoma solare”
«L’esposizione solare è fondamentale per la salute umana. Da un lato favorisce la sintesi della vitamina D e contribuisce al benessere psicofisico, dall’altro, quando è eccessiva o cumulativa, può provocare danni importanti alla pelle, accelerare i processi di invecchiamento cutaneo e aumentare il rischio di tumori cutanei» spiega Quaglino. Se gli UVA, che rappresentano circa il 95% delle radiazioni ultraviolette che raggiungono la Terra, penetrano più in profondità nel derma e favoriscono lo stress ossidativo e il fotoinvecchiamento, gli UVB sono i principali responsabili dell’eritema solare e dei danni diretti al Dna, collegati a neoplasie cutanee come carcinoma basocellulare, carcinoma squamocellulare e melanoma.
Attenzione alla luce blu-violetta
«Oggi però sappiamo che il danno cutaneo non dipende esclusivamente da UVA e UVB, ma anche la luce visibile, in particolare la componente blu-violetta, e la luce blu ad alta energia possono svolgere un ruolo rilevante nei fenomeni di iperpigmentazione, nel melasma e nei processi di fotoinvecchiamento. Per questo la protezione richiesta non è più soltanto anti-Uv ma deve diventare multispettrale» chiarisce Pietro Quaglino, direttore della Clinica Dermatologica della azienda ospedaliera universitaria Città della Salute e della Scienza di Torino, professore di Dermatologia dell’università degli studi di Torino e membro del Consiglio direttivo SIDeMaST, Società Italiana di Dermatologia.
Environmental aging: cosa fa invecchiare la pelle
Tra le novità recenti, per esempio, ci sono «i filtri colorati cosiddetti‘ tinted sunscreens’ che contengono ossidi di ferro e garantiscono una protezione superiore dalla luce visibile – spiega Quaglino, che sottolinea: «Quando parliamo di esposoma, infatti, ci riferiamo anche ai fattori ai quali è esposta la pelle, come luce visibile, luce blu ad alta energia, infrarossi, calore, inquinamento atmosferico, fumo e fattori climatici. Tutti questi elementi possono interagire tra loro amplificando il danno biologico e accelerando i processi di invecchiamento cutaneo».
Non solo scottature
Lo scopo, quindi, è non solo evitare le scottature, ma ridurre il danno che si accumula nel corso degli anni, limitando l’invecchiamento cutaneo, le alterazioni della pigmentazione e il rischio di dermatosi legate all’esposizione ambientale. «Per questo motivo la moderna dermatologia punta sempre più a prevenire e modulare il danno solare cumulativo, piuttosto che limitarsi a trattare le sue conseguenze», conclude Pietro Quaglino.