C’è un cane che nell’epica batte i social dieci a zero. Si chiama Argo, aspetta Ulisse per vent’anni, lo riconosce quando tutti gli altri lo scambiano per un mendicante, scodinzola e poi muore. Tutto si consuma in una manciata di secondi. Nessun selfie, nessuna storia su Instagram, nessun hashtag #doglover. Solo una relazione.
Ha detto Christopher Nolan, regista di Odissea, alla BBC: «Prima di iniziare il film ho riletto il poema di Omero e il momento in cui Argo si ricongiunge con Ulisse mi ha distrutto. È stata davvero una delle ragioni principali per cui ho capito che dovevo fare questo film». E da qui parte lo psicologo e psicoterapeuta Stefano Borioni per leggere un fenomeno molto contemporaneo: il cane è ancora il nostro compagno di vita o, qualche volta, diventa un pezzo della nostra immagine? «Argo non riconosce il re di Itaca o l’eroe di Troia», osserva Borioni. «Riconosce l’uomo, la persona con cui ha costruito una storia condivisa. Il riconoscimento nasce nello spazio della relazione, non nella sua rappresentazione».
Ho scelto te, un cane, per amico
Forse è anche per questo che il rapporto con un cane riesce a essere così intenso. In un mondo in cui le relazioni umane sono spesso attraversate anche da aspettative, invidie, confronti e fraintendimenti, il cane sembra offrirci qualcosa di rarissimo: la sensazione di essere accolti senza dover dimostrare nulla. «Con un cane sperimentiamo una forma di incontro in cui il legame sembra esistere prima delle prestazioni, dei ruoli e delle conferme. Siamo visti, attesi, importanti, indipendentemente dalla nostra bellezza, ricchezza o status sociale».
Una questione di bisogni reciproci
Questo significa che il cane ci ama davvero? O ama semplicemente chi gli riempie la ciotola? Borioni sorride all’idea di ridurre tutto a un calcolo di crocchette. «Ogni relazione contiene anche una dimensione di bisogno», spiega. «Noi soddisfiamo alcune necessità del cane, ma anche lui risponde a bisogni profondi nostri. È questa reciprocità che trasforma un’interazione in un legame capace di modificare entrambi». E cita ancora Argo: «Non aspetta Ulisse per vent’anni perché dipende da lui per sopravvivere. Lo aspetta perché quella relazione ha lasciato una memoria affettiva profonda». Il nostro golden attendeva i miei adolescenti tutta la notte mentre io cedevo al sonno, passeggiando nervoso da una camera all’altra finché i letti non venivano “abitati”. Tanta gratitudine da parte mia.
Io, il mio amico cane e la prova dei social
Poi però c’è l’altra faccia della medaglia, più contemporanea. Quella dei profili Instagram pieni di zampe, musetti e passeggiate perfette. Pubblicare una foto con il proprio cane non è certo un peccato, anzi. Ma una domanda, secondo Borioni, vale la pena farsela. «Sto condividendo un affetto a cui tengo o sto vendendo l’emozione che quell’immagine crea in chi la guarda?», riflette. Se prevale la seconda risposta, «il cane rischia di trasformarsi in un’estensione idealizzata del Sé, utilizzata per ottenere conferme (cuoricini, ergo dopamina) più che per raccontare un legame reale». La cartina di tornasole è semplice: «Se domani nessuno potesse vedere quel post, quel legame rimarrebbe lo stesso?»
Guarda come sono simpatica e affettuosa con il mio amico cane
Anche perché il cane comunica molte cose di noi. Affidabilità, empatia, sensibilità. E il rischio di usare tutto questo come una specie di marchio personale esiste. «Il problema nasce quando l’animale smette di essere un soggetto e diventa un oggetto da utilizzare», osserva Borioni. «Un conto è condividere un legame autentico, un altro è trasformare un essere vivente in un accessorio che deve raccontare chi siamo». E poi ci sono i single che definiscono il proprio cane “il grande amore della mia vita”, lo vestono, gli parlano come a un bambino, a volte rendendo morboso. Inquietante un rapporto che si avvicina pericolosamente al possesso. Romanticismo? Fuga?
Dall’amico cane verso il mondo
«Prima di chiederci perché una persona investa così tanto nel proprio animale», avverte Borioni, «dovremmo domandarci quale sofferenza, quali perdite o quali esperienze relazionali abbiano reso quel legame così essenziale». Per molte persone il cane rappresenta infatti un’esperienza profondamente riparativa dopo abbandoni o relazioni traumatiche. Il punto, però, è capire se quella relazione diventa un trampolino o un bunker. «Questo legame amplia la tua capacità di fidarti degli esseri umani o la sostituisce? Ti offre una base sicura da cui partire oppure un rifugio da cui non senti più il bisogno di uscire?», domanda lo psicoterapeuta. Sono interrogativi scomodi ma necessari. Perché, ricorda Borioni, «il rapporto con un cane non può sostituire alcune dimensioni proprie del legame umano, come la reciprocità simbolica, il desiderio o la progettualità condivisa».
Un amico per crescere, non per chiudersi
Insomma, il cane non è una zona di comfort da demonizzare, ma nemmeno un sostituto universale delle persone. «Le relazioni umane ci chiedono di tollerare la distanza, il conflitto, la frustrazione», spiega Borioni. «È proprio attraverso queste differenze che sviluppiamo nuove risorse interiori». E allora torniamo ad Argo. Se avesse avuto Instagram avrebbe aspettato una storia di Ulisse? «No», risponde Borioni senza esitazioni: «Argo non avrebbe aspettato una storia su Instagram, perché il riconoscimento nasce nella relazione, non nella sua rappresentazione». Una frase che, forse, va molto oltre il rapporto con i cani.