Che belva sei? Cerbiatta. L’accessorio dell’inverno sono le corna, l’evergreen per eccellenza. Come scriveva Stella Pulpo/Giulia De Lellis «stanno bene su tutto», e sono in poche a non averle indossate. Chi con vergogna, rabbia, ma molte con orgoglio: una su tutte Lily Allen, che con West End Girl torna a far parlare di sé lavando in piazza i panni sporchi dell’ex marito David Harbour.

Lily Allen è West End Girl (ovvero, una di noi)

Parafrasando Stephanie Meyer: io non ho mai pensato a come le avrei indossate, ma – quando è capitato – ho capito anche io che sfoggiarle era un bel modo per renderle innocue. «Un giorno tutto questo dolore ti sarà utile», mi sono detta. Eppure allora sembrava impossibile: le cose utili sono quelle che ci insegnano qualcosa, e la fine di un amore – è vero – spesso è una lezione importante. I motivi per cui non ha funzionato ci dicono qualcosa su quello che siamo, quello che dobbiamo migliorare di noi stesse. Ma le corna, così dolorose, improvvise, insensate, a cosa servono?

All’inizio, mi sono risposta che servivano a ricordarmi la mia posizione nella piramide sociale. Anche Lily Allen, nepobaby famosa per brani come It’s not fair e Fuck You (nei primi anni Duemila), ammette di aver fatto lo stesso. Il brano di apertura che dà il titolo all’album, West End Girl, comincia con la narrazione del suo imbarazzo quando ha realizzato che senza il marito non si sarebbe potuta permettere nemmeno la casa. Senza il suo riconoscimento, il suo sostegno, cosa le rimaneva?

Quella con David Harbour (Hopper di Stranger Things, per intenderci), era una relazione apparentemente perfetta. Moderna, trendy (memorabile il loro house tour per Architectural Digest), aperta. Con delle regole, che però rispettava solo lei: ecco perché, scoperti i messaggi tra lui e una misteriosa compagna di Tennis, Lily è scesa dal piedistallo della cool girl e ci ha lanciato questo album, undici brani in cui si mostra come una di noi.

Come tutte, all’inizio concentra tutta l’energia sulla misteriosa Madeline, l’altra donna. Ci sono passate anche Rihanna, Taylor Swift, Adele, Beyoncé. Anche io (ne ho già parlato) ho fatto una lista mentale di tutti i motivi per cui lei, l’altra, era meglio di me: più giovane, più bella, più intelligente. Ma la verità è che nessuna, pensando a donne del calibro di Jennifer Aniston, Sandra Bullock, Rihanna (ma anche Anna Magnani, Simone De Beauvoir, Colette) penserebbe mai che il tradimento subìto le abbia danneggiate.

Il senso delle corna

Le corna infatti servono, al massimo, a ricordarci che infondo non siamo uniche. Dive, star (più o meno rilevanti), o persone comuni: può capitare – e capita – a tutte, per questo un ottimo modo per superarle è smettere di nasconderle. Nel caso delle star, “fatturarci”. Prima di essere un accessorio, infatti, le corna sono uno strumento narrativo. Siamo noi a scrivere il racconto, e dobbiamo saperle usare: spogliarci della vergogna di essere state prese in giro e indossarle con orgoglio, come Lady D con il suo revenge dress.

Oggi, anche grazie ai racconti di donne che della loro reputazione da cornute hanno fatto un brand, le corna sono un inizio, non una fine. E quello che conta non è quello che abbiamo perso, quello che abbiamo passato o come siamo state realmente, ma solo le donne che diventiamo dopo aver scoperto il tradimento. Pensiamo a Rosalía, che torna con LUX dopo un EP registrato con l’ex che l’ha tradita, e presenta un album in cui canta in 13 lingue.

Non ha mai nascosto di aver pianto tutte le sue lacrime, ma nel frattempo ha studiato: è ripartita dalla musica classica, dalle origini, e oggi ci racconta i suoi ultimi anni come nessuna ha osato fare prima. Si è tinta i capelli con un’aureola che è anche una corona di spine, e si mostra in copertina a metà tra la Vergine Maria e Maria Maddalena.

Fatturare sulle corna, una ricchezza (quasi) alla portata di tutte

Insomma, il senso delle corna lo si capisce realmente – è brutto da dire – quando capitano ad altre. Quando vediamo da esterne l’inizio di quel ciclo di fasi dell’accettazione, della depressione, della rinascita, capiamo che quello che resta dello schifo che abbiamo passato è l’esperienza. E l’esperienza, per noi donne, è una ricchezza.

È storia da tramandare, ripetendo le frasi che sono state dette a noi (o che abbiamo letto, visto, ascoltato da altre). E aggiungendone di nuove, le nostre. Come gli incantesimi e le ricette, sono le altre cornute a ricordarci che non è poi la fine del mondo. Essere la prima a dare fazzoletti e cioccolatini a un’amica col mascara sbavato arricchisce come le royalties di un album in cima alla classifica.

Chi non vive di musica o di parole si deve accontentare di questo “rimborso spese emotivo”, che però soddisfa uguale. Lo fanno le GenZ su TikTok, con inni che diventano virali a forza di video di ragazze che li cantano urlando (Good for you di Olivia Rodrigo, Happier than ever di Billie Eilish, Coincidence di Sabrina Carpenter)… O costumi di Halloween e carnevale che proprio sulle corna e la vittimizzazione fanno leva. Tra i più gettonati, infatti, agnelli sacrificali e cerbiatte.

@millieleer Some say the Halloween look of the year 🦌 What else should I recreate? Products used: @Too Faced melting bronzing stick @Gucci bronzing powder @Kylie Cosmetics the Smokey pallet @L’Oréal Paris infaillible gel liner – shades white & brown @YSL Beauty lash clash mascara @pradabeauty ♬ original sound – ladolceeevita

Anche perché le corna, tanto, non passeranno mai di moda. E ogni volta che capiterà a qualcuno (o a noi di nuovo, perché non è come la varicella…), saremo pronte. Pronte a far ridere qualcuno con la storia di quando su quella buccia di banana (come scriveva Nora Ephron) siamo scivolate noi. E vedere nel loro sguardo quello che pensavamo quando eravamo al loro posto: «Se ce l’ha fatta lei, posso farcela anche io». Questo dolore, in effetti, non è granché utile. Non è unico, anzi è la cosa più comune del mondo. Ma ci lega, lo capiamo solo noi. È il nostro segreto e, anche se non possiamo renderlo un bestseller o un impero, è preziosissimo.