Oggi è il 6 ottobre, la Giornata europea dei Caregiver. Nei calendari istituzionali e sui quotidiani si sprecano i ringraziamenti e le parole di encomio per chi si prende cura di un familiare fragile o non autosufficiente. Ma per chi come me vive questa condizione ogni singolo giorno, tra la somministrazione di un farmaco, un’emergenza burocratica e l’angoscia di non fare mai abbastanza, la sensazione prevalente non è l’orgoglio, bensì una stanchezza infinita.

Giornata europea del caregiver: oltre la retorica

In Italia siamo oltre 12 milioni di persone che dedicano tempo, energie e salute all’assistenza informale di parenti o conoscenti. Tra di noi, ben 4,4 milioni svolgono il ruolo di caregiver familiari conviventi. È una metropoli invisibile che garantisce il funzionamento del welfare nazionale, ma che continua a essere considerato una risorsa privata a cui delegare le lacune dell’assistenza pubblica.

I numeri della cura: un lavoro continuativo sulle spalle di noi donne

Il lavoro di cura in Italia ha un genere preciso. Come evidenziano i dati Istat, a prestare aiuto a familiari e conoscenti è il 21,7% delle donne, contro il 17% degli uomini. A fare la differenza non è solo la presenza numerica, ma la natura stessa del carico assistenziale: mentre agli uomini vengono affidate prevalentemente mansioni logistiche o di trasporto, sulle donne grava l’assistenza diretta, quotidiana e continuativa, che comprende l’igiene personale, la somministrazione delle terapie, la gestione della casa e il disbrigo delle pratiche amministrative.

Veniamo chiamate “generazione sandwich”, noi tra i 45 e i 64 anni stritolate tra due esigenze di cura opposte: da un lato l’assistenza ai genitori anziani e non autosufficienti, dall’altro il sostegno ai figli che rimangono a casa più a lungo a causa delle difficoltà economiche e lavorative.

Questa sovrapposizione di ruoli azzera ogni tempo libero e impone costi professionali e personali altissimi. Per riuscire a conciliare la cura con i ritmi di lavoro, moltissime donne sono costrette a richiedere il part-time o ad abbandonare del tutto l’occupazione, subendo una contrazione del reddito, delle prospettive di carriera e quindi della pensione. L’impegno prolungato senza riposo espone inoltre al rischio di burnout, ansia e isolamento sociale.

Il modello veneto: quando la cura diventa un diritto riconosciuto

Mentre a livello nazionale il quadro normativo rimane frammentato, sul territorio si registrano esperienze di rilevante avanzamento civico. L’esempio più recente è la legge regionale approvata all’unanimità dal Consiglio regionale del Veneto, frutto di un percorso di oltre tre anni. Questo provvedimento segna un cambio di passo sostanziale rispetto alla delega passiva alle famiglie, garantendo che l’assistenza sia complementare e non sostitutiva dei servizi sanitari e sociali regionali. Il riconoscimento non è condizionato alla convivenza con la persona assistita né a un vincolo di parentela stretto, tutelando anche amici, vicini e persone legate affettivamente. Vengono introdotti interventi specifici per gli studenti e i giovani che prestano cura, attraverso protocolli con scuole e università, supporto psicologico e misure d’affiancamento per l’ingresso nel mercato del lavoro.

L’iniziativa veneta si inserisce nel solco già tracciato da regioni pioniere come l’Emilia-Romagna e dalle battaglie storiche di associazioni come CARER (associazionecarer.it) dimostrando come le istituzioni locali possano dare risposte concrete alla realtà della cura.

Il Ddl nazionale paralizzato: le promesse sulla carta e la mancanza di fondi

Se il livello regionale mostra segnali d’innovazione, il livello nazionale resta fermo al palo. Alla Camera dei Deputati è in discussione il Disegno di legge nazionale sul caregiver familiare, un testo che mira a definire tutele giuridiche e previdenziali omogenee su tutto il territorio. Il Ddl nazionale prevede sulla carta interventi significativi: dalla flessibilità sul lavoro all’innalzamento della soglia ISEE da 15mila a 25mila euro per l’accesso ai contributi economici, fino a misure per lo studio e i minori: l’esonero dalle tasse universitarie per chi studia e assiste, e il riconoscimento della figura degli assistenti familiari minorenni.

Le associazioni di caregiver però lamentano che, a fronte di un aumento della platea di beneficiari, non sia corrisposto l’aumento delle risorse. In ogni caso, finché il processo legislativo alla Camera non giungerà a conclusione con un’approvazione definitiva, queste misure rimarranno semplici proposte prive di efficacia.

    Il contrasto tra la legge già operativa in Veneto e la stasi del Ddl nazionale evidenzia un’ingiusta disparità di trattamento: i diritti, il sostegno economico e le garanzie lavorative delle caregiver continuano a dipendere dal codice postale e dalla regione in cui si risiede.

    Oltre la celebrazione: il diritto di non essere lasciate sole

    In questa Giornata dei Caregiver, non abbiamo bisogno di retorica o di celebrazioni formali. L’assistenza a un familiare è un atto profondo, ma è anche un lavoro pesante che produce valore economico e sociale sollevando lo Stato da costi enormi.

    Riconoscere davvero chi cura significa approvare senza ulteriori rinvii una legge nazionale strutturata, capaci di garantire tutele lavorative, supporto previdenziale, servizi di sollievo e rete psicologica. Solo superando la logica del sacrificio individuale e trasformando la cura in un diritto tutelato si potrà restituire dignità, futuro e respiro a milioni di donne.