La coccarda rosa appesa al portone e, dentro, una nausea e un’angoscia mai provate. Quando Sébastien mi racconta i sintomi della sua depressione post-partum, iniziati quando sua figlia aveva poche ore, penso a quella frase che ci arriva su WhatsApp alla nascita di un bambino: “Mamma e bebè stanno bene”. E il papà, lui, come sta? Raramente ce lo chiediamo.
Era il 2011 quando Sébastien Michel, giovane papà parigino, oggi presidente dell’associazione APSEF che accompagna futuri e neo genitori, scopriva un malessere inedito che lo avrebbe sconvolto dal profondo. Al rientro dall’ospedale l’appetito era scomparso, lunghi pianti annacquavano le sue giornate, e nella prima settimana aveva perso 5 chili.
Quel distress non se ne andò, ma rese il primo anno da genitore un’esperienza paralizzante («Ero chiuso in casa con lei nella paura di perderla»). Bambina e compagna stavano benissimo, mentre il corpo di Sébastien inviava segnali irrealistici: claustrofobia sui mezzi pubblici – «Viaggiavo ormai solo vicino alle porte di uscita» – e la sensazione di svenire quando al lavoro doveva parlare in pubblico.
La fragilità di essere neopapà
Per capire cosa gli stesse succedendo, in un’epoca in cui la depressione post-partum paterna era confinata alla letteratura scientifica, Sébastien cercò prima risposte in un forum online di mamme, poi da una psicologa del consultorio, che gli chiese se quelle lacrime fossero dovute a tradimenti (!).
Fu un medico agopuntore a curarlo definitivamente, grazie a una serie di sedute di EMDR, terapia utile nel trattamento dei traumi. Allora la fragilità dei neopapà era un tabù (forse lo è ancora?), un territorio sconosciuto, sospeso tra incomprensione e vergogna.
Una finestra critica per la salute mentale
La transizione alla genitorialità è una finestra critica per la salute mentale, per gli enormi sconvolgimenti fisici, psichici, economici e sociali che comporta. La depressione post-partum, che colpisce circa una madre su cinque, è «un’epidemia globale» secondo Cinzia Niolu, cattedratica di Psichiatria a Tor Vergata e membro del Tavolo di lavoro sulla Salute Mentale Perinatale. «Con conseguenze negative su donna, partner e prole nel breve e lungo termine» aggiunge l’esperta.
Il suicidio resta ancora la principale causa di morte delle neomadri. Ma lo stesso rischio di stress, ansia e depressione investe anche i padri, che arrivano alla paternità senza “paracadute”: nessuno li esamina in gravidanza, né il loro corpo si trasforma, almeno all’apparenza. Nel migliore dei casi accompagnano la partner ai controlli e assistono alla dirompenza del parto. Ma, dalla gravidanza in avanti, nessuno si rivolge specificamente a loro. Poi, il neonato arriva e «si ha l’impressione di subire la paternità» racconta Sébastien.
Le cifre secondo gli studi
Dal 2010 si sono moltiplicati gli studi sugli uomini nel periodo perinatale, che va dalla gravidanza ai 12-18 mesi del bambino. Le cifre variano secondo i criteri di ricerca: tra l’8 e il 10% dei padri manifesta sintomi propriamente depressivi, raggiungendo un picco nel periodo tra i tre e i sei mesi dalla nascita del piccolo. Più in generale, però, per gli uomini è forse più corretto parlare di “disturbi affettivi perinatali”, la cui frequenza nel mondo viene stimata tra il 2 e il 31%.
I fattori di rischio
Come spiega la dottoressa Lucie Joly, responsabile dell’Unità di Psichiatria Perinatale della Sorbonne Université, la sofferenza perinatale può toccare ogni uomo perché i fattori di rischio sono molteplici. Innanzitutto, le trasformazioni neurobiologiche che accompagnano anche i padri all’arrivo di un figlio, come le fluttuazioni ormonali: già durante la gravidanza il testosterone tende a diminuire, mentre dopo la nascita aumentano gli estrogeni.
Pesano poi la storia psichica personale, eventuali precedenti episodi depressivi, e il contesto sociale e culturale: cosa significa “fare il padre”, quali aspettative arrivano dalla famiglia, dalla coppia e dall’ambiente di lavoro. Se non viene affrontata, questa sofferenza può danneggiare gravemente lo sviluppo psicoaffettivo del bambino, poiché contatti impoveriti o disfunzionali renderanno disarmoniosa la relazione.
Da qui l’importanza di osservare entrambi i genitori, prima e dopo la nascita. E, soprattutto, di intervenire presto: quanto prima viene individuato un disturbo psicologico, tanto più è possibile curarlo, evitando le conseguenze più gravi.
Come riconoscere un disturbo affettivo

Le survey condotte in Italia e all’estero mostrano un range di sintomi più variegato rispetto alla depressione classica. «Tristezza, perdita di slancio e umore depresso sono solo una faccia del problema» spiega Michele Giannotti, docente di Psicologia dello sviluppo e membro del team che ha ideato il PAPA (Perinatal Assessment of Paternal Af- fectivity), uno strumento di screening specifico per i padri. Ansia e attacchi di panico, fobie, difficoltà relazionali possono accompagnarsi o sostituirsi alla sintomatologia depressiva.
E poi ci sono i cosiddetti sintomi esternalizzanti come momenti di rabbia, istinto di fuga, la tendenza a vivere relazioni extraconiugali, disturbi del sonno, dell’alimentazione o del desiderio sessuale, comportamenti di dipendenza. «La tendenza a non esprimere apertamente il proprio disagio emotivo, più frequente negli uomini, può sfociare in somatizzazioni, come l’insonnia, oppure in scoppi d’ira, aggressioni verbali o fisiche verso se stessi o nel contesto familiare».
Il PAPA è un nuovo questionario autovalutativo e non diagnostico, nato in Italia e oggi richiesto da diversi Paesi. Serve ai professionisti della perinatalità – ginecologi, ostetriche, infermieri, pediatri – per aprire un dialogo con i padri, ma anche agli stessi uomini che lo compilano per riconoscere segnali di rischio. Un metodo semplice, che può impedire il fatto che un disagio emotivo degeneri in sofferenza grave e finisca per coinvolgere l’intera famiglia.
La situazione in Italia
Quindi nel nostro Paese, a che punto siamo? Una presa in carico specifica, purtroppo, non esiste ancora. Crescono però, in diverse Regioni, gli spazi di ascolto e condivisione rivolti ai papà, promossi dalle ASL o dalle associazioni (sul sito 4e-Parent Project è pubblicata una mappa interattiva delle risorse disponibili per i padri), e anche i corsi pre-parto propongono sempre più spesso momenti dedicati ai futuri papà.
Sono iniziative virtuose, ma ancora sporadiche, poco strutturate e sempre a partecipazione volontaria. Secondo il professor Giannotti, questo rischia di produrre un “effetto minoranza”: i padri che partecipano vengono percepiti come gregari, e non come protagonisti a pieno titolo della nascita di una famiglia. «Meritano un accompagnamento nella transizione alla genitorialità e un riconoscimento istituzionale nel sistema famiglia, che permetta un miglior bilanciamento dei ruoli di cura» sottolinea l’esperto.
La situazione in altri Paesi
All’estero l’approccio è più strutturato. In Francia, dal 2020, il percorso nascita comprende due momenti obbligatori, rivolti alla madre e alla coppia: il colloquio prenatale precoce e quello postnatale, con un’ostetrica o un medico. Sono occasioni importanti in cui, anche attraverso la proposta di test come l’Edinburgh Postnatal Depression Scale, si valutano bisogni psicologici, emotivi e sociali, e si informa la coppia sui servizi utili.
Un altro strumento francese indicato da Sébastien sono il sito ministeriale 1000-premiers-jours.fr/fr (i primi mille giorni). Basato sulle recenti raccomandazioni scientifiche, riunisce i consigli per la propria salute e quella del bambino dal concepimento ai 2 anni di vita. Un portale molto friendly, caratterizzato da un tono neutrale: si rivolge a chi diventa genitore, senza separazioni stereotipate di madre e padre.
Forse questa è la direzione verso cui guardare: non aggiungere semplicemente il padre a un sistema pensato per la madre, ma ripensare l’accompagnamento alla nascita come un sostegno all’intero ecosistema familiare. Perché la salute mentale perinatale non riguarda mai una sola persona: coinvolge coppia, bambino, relazioni, lavoro e perfino la rete sociale.
Buone idee per un equilibrio migliore
Per prevenire la sofferenza maschile, è importante la formazione delle figure professionali perinatali. Ed è importante che i padri vengano informati (con visite, Internet, dépliants…).
Dal 2015, l’OMS raccomanda una migliore integrazione degli uomini nel percorso di gravidanza. I padri devono essere inclusi in tutte le tappe dell’arrivo del bambino. Per esempio prevedendo percorsi nascita e post nascita che includano gruppi di parola per i papà. Nel momento del parto è importante dare spazio al contatto “pelle a pelle”, soprattutto in caso di parto cesareo.
Al rientro a casa dall’ospedale ci deve essere partecipazione del padre nella cura del neonato. Fondamentale, quindi, il congedo di paternità: attualmente in Italia è di soli 10 giorni ma il comitato Pari alla Pari (pariallapari.it) lavora a una proposta di legge di iniziativa popolare perché si arrivi al un congedo paritario di 5 mesi.