Ho iniziato a guardare Temptation Island in modo saltuario, un po’ per curiosità un po’ per noia. Provate voi a fare zapping nel palinsesto della programmazione estiva. Peggio ci sono solo le zanzare. Mia figlia si divertiva a fare commenti con le amiche dopo ogni puntata, così mi sono lasciata trascinare pure io in quel surreale taglia e cuci che apriva spunti di discussione inattesi.

Breve vademecum all’educazione emotiva

Chi ha figlie tardo-adolescenti lo sa che va preso al volo ogni appiglio di conversazione, soprattutto se tocca sfere sensibili come quella delle relazioni, sulla quale di colpo cala un reticente silenzio. Da madre sono tenuta a farmi gentilmente i fatti miei e non impicciarmi dei suoi affari cuore, ma da spettatrice ho goduto del pieno diritto di dire la mia sul “viaggio nei sentimenti” di perfetti sconosciuti, prendendola alla larga per ammonire, dissentire, consigliare… Il villaggio dei fidanzati e delle fidanzate offriva, in effetti, un eccellente campionario di tipi umani e derive amorose per imbastirci un utile bigino di educazione affettiva.

Una fotografia delle relazioni di oggi

Cosa abbia incatenato tante persone alle avventure sentimentali di un manipolo di coppie in crisi a caccia di risposte per me resta un mistero, ma tant’è, a qualcosa è servito. Al punto da spingermi, in un luglio agli sgoccioli privo di amici e diversivi, a spararmi il finale pirotecnico di tre-puntate-tre in prima serata. Il programma, lo sappiamo, ha toccato picchi di audience senza precedenti (oltre 4 milioni di spettatori e 34% di share), scomodando un numero spropositato di autorevoli commentatori, pronti a spiegarci che dietro l’ennesimo format di successo di Sua Signora degli ascolti Maria De Filippi, c’era molto di più di un volgare sfoggio di muscoli e lacrime dal sapore un po’ trash. Quello era un vero trattato di sociologia! Una fotografia fedele di vizi privati e pubbliche virtù messa in scena ad arte da un team di autori bravi e scaltrissimi. Insomma, uno spaccato onesto e folgorante delle odierne relazioni. Oddio.

Le grandi questioni di cuore da Ulisse a oggi

Ma che davvero? Davvero sono queste le relazioni di oggi? Davvero quelli siamo noi? Con le nostre miserie, le nostre paure, le nostre ripicche per farci guardare, i nostri conti della serva, le nostre gelosie. Sgomento. Venivo da una domenica immersiva con Omero in una sala stranamente affollata, vista la stagione. E ancora godevo del riverbero del viaggio eroico di Ulisse da Troia devastata alla sua Itaca, nella versione fantasy di Nolan. Un salto temporale dall’VIII secolo avanti Cristo a oggi, dai mari in tempesta di Scilla e Cariddi alle acque piatte di Calalandrusa, Calabria, palme e lettini. Penelope che tesse la sua tela mentre resiste agli assalti dei Proci, i single tentatori. Calipso che trattiene Ulisse 7 anni tra carezze e mollezze, facendogli scordare i suoi doveri di padre, con meno sfoggio di glutei e senza ausilio dell’idromassaggio. Circe che muta i valorosi marinai in maiali, a ricordarci quell’istinto animale che nel villaggio fungeva da attenuante nel lapidario “l’ommo è ommo”.

Superare i modelli sbagliati

Mi si perdoni il raffronto azzardato, ma da millenni la storia è la stessa. Maschi che scappano, femmine che aspettano, ammaliatori e ammaliatrici che seducono, nostalgie canaglie e ritorni all’ovile. Mentre dall’alto gli dei se la ridono (e, pure, la produzione). Voglio pensare che in 3000 anni un po’ ci siamo evoluti. Che, perso ogni eroismo dei poemi epici, abbiamo imparato qualcosa dalle disfatte e dagli errori altrui. I grandi dilemmi esistenziali e le battaglie del cuore restano il fulcro imperituro della natura umana. Ma sul resto si può lavorare. A volte i sentimenti ci incatenano e il desiderio di essere amati ci toglie forza e lucidità. Però non serve per forza cadere nelle braccia di un altro per vendicarsi di uno che non ci ama abbastanza, che non ci rispetta, che fa quel che vuole continuando a ritenerci “roba sua”. Come se l’unico modo di darsi valore sia attraverso un’altra persona. Il valore parte da noi.

Questo ho provato a spiegare a mia figlia. E forse inutilmente. Perché questo lei già lo sa. E come lei tante ragazze. L’effetto specchio, anche se funziona perché contiene elementi di verità, rendendo più accettabili le nostre debolezze, non fa che rafforzare paradigmi sbagliati, giustificare comportamenti che sempre ci schiacciano dentro caselle prefabbricate. Forse non siamo migliori dei concorrenti dell’Isola, come molti hanno scritto. Anzi, sicuramente. Ma più moderni spero di sì. Persino Penelope, una manciata di secoli fa, la sapeva più lunga.