Può essere una tregua necessaria da cui ripartire o una bomba a orologeria destinata a esplodere nel cuore del rapporto: è la pausa di riflessione che tutti, almeno una volta nella vita, abbiamo subìto o invocato (e sicuramente temuto). Parla di questo la commedia Prendiamoci una pausa, che porta sullo schermo tre coppie di età diverse alle prese con quel fatidico intervallo sentimentale. Per Marco Giallini e Claudia Gerini, che stanno insieme da trent’anni, mettersi in stand by significa buttare tutto all’aria per cercare un nuovo equilibrio, Ilenia Pastorelli la chiede al marito Fabio Volo perché, semplicemente, non lo sopporta più, mentre la ventenne Aurora Giovinazzo la trasforma in un’occasione per capire cosa vuole davvero, e non solo nelle storie d’amore. Perché, come ci ricorda il film, la pausa di riflessione prevede distanza, silenzio e telefoni che non squillano. Ma è piena zeppa di domande.

Pausa di riflessione: fuga o messa a fuoco?

Che origine ha l’esigenza di fermarsi a riflettere? Questo è il primo punto da indagare. «Se nasce da un sovraccarico emotivo che rende “ciechi” dentro la dinamica conflittuale e dal desiderio di interrompere un loop di litigi sterili, la pausa può essere un tentativo sano di recuperare la giusta messa a fuoco e guardare la situazione da un nuovo punto di vista» spiega Angela Persico, psicologa di Doctolib.it (app gratuita che aiuta nella gestione della propria salute). Cambia tutto se alla base della temporanea separazione c’è la paura di confrontarsi, di affrontare il dolore o di assumersi la responsabilità di dire “basta”. «Qui è una forma di procrastinazione: non si cerca lucidità per poi tornare al problema, ma si spera in segreto che questo, per inerzia, si risolva da solo, o che sia l’altro a prendere la decisione di rompere definitivamente».

I presupposti perché dia buoni frutti

«Quando emerge il bisogno di prendersi una pausa servono condizioni precise, quasi un protocollo da rispettare» suggerisce Persico. «È fondamentale la chiarezza sullo scopo. La domanda da porsi non dovrebbe essere “restiamo insieme?”, ma “cosa possiamo cambiare di noi stessi per stare meglio insieme?”. La seconda condizione è la temporaneità: la pausa deve avere una scadenza, anche solo per un primo check-in, e non trasformarsi in un limbo emotivo. La terza, e più importante, è l’impegno individuale. Perché la pausa possa essere utile, entrambi i partner devono usare quel tempo sospeso per un’autentica introspezione, magari supportata da un percorso psicologico. La coppia riuscirà a recuperare l’intesa soltanto se i due si riavvicineranno con maggiore consapevolezza e la disponibilità a lavorare per recuperare il rapporto».

La pausa di riflessione non può essere un’abitudine

Occhio, però, a non prenderci gusto. «Usare la pausa di riflessione come prima risposta a un conflitto importante rischia di trasformarla in un meccanismo di fuga: ogni volta che la tensione sale, ci si allontana invece di restare e provare a capirsi» suggerisce la dottoressa Persico. «Il rischio è che la coppia non sviluppi le proprie risorse interne, le capacità di confronto e riparazione, che permettono di attraversare i momenti difficili. Una pausa presa troppo presto può bloccare sul nascere ogni tentativo di aggiustamento. Quando invece arriva dopo aver provato davvero a comunicare, ad ascoltarsi, assume un significato diverso. Non è una resa né un atto di rassegnazione, ma un cambio di strategia. Serve a interrompere un ciclo che non funziona più, a riconoscere che i soliti schemi non portano da nessuna parte e che bisogna fermarsi per poi ripartire in modo diverso».

L’importanza di stabilire la giusta durata

Tre giorni sono pochi, sei mesi sono troppi? «Esistono criteri d’aiuto per evitare che la pausa si trasformi in un limbo emotivo» dice Persico. «Non deve protrarsi eccessivamente, ma essere sufficientemente lunga per sciogliere la tensione, riprendere fiato e mettersi in discussione. Più che la durata complessiva, conta avere una scadenza condivisa, che trasforma il tempo in uno strumento, non in un vuoto in cui perdersi. In genere, concordare una finestra definita – da qualche settimana a un paio di mesi – permette di lavorare su di sé senza scivolare nell’incertezza totale. Anche un incontro a metà strada può fare la differenza: poche settimane con un momento di confronto sono più sane e facili da gestire del buio totale. La scadenza funziona come un faro che riduce l’ansia e impedisce che la distanza prolungata diventi un lento addio».

Così la pausa di riflessione è destinata a fallire

Una separazione strisciante mascherata da momento di riflessione: quando è così la pausa non può funzionare. «Le premesse tossiche sono la vaghezza (emblematica la richiesta “ho bisogno di spazio”, senza ulteriori spiegazioni), l’asimmetria (uno decide tutto e lo impone bruscamente, e l’altro subisce), l’assenza di un accordo su modi e tempistiche» afferma la dottoressa Persico. «La pausa fallisce se serve solo per distrarsi e alimentare il risentimento, se si è convinti che il tempo, da solo, risolverà magicamente i problemi, se viene proposta per coprire un tradimento in atto o imminente. Se durante la pausa prevale il senso di liberazione e di sollievo, senza nostalgia, curiosità né il desiderio di interrogarsi su di sé e sulla relazione, le possibilità che aiuti a risistemare il rapporto sono decisamente limitate».

Meglio non proporla se si è accecati dalla rabbia

In molti casi, non è la sospensione dei contatti in sé a essere sbagliata, ma il terreno emotivo che la precede. «Una pausa chiesta in un momento di rabbia acuta è un’espulsione dell’altro e un gesto punitivo, una pausa decisa nella stanchezza totale è una resa, un ritiro» precisa la psicologa. «Cattiva consigliera è anche la paura della solitudine, che porta a proporre questa soluzione come ultimo disperato tentativo di controllo, non di chiarimento (il ragionamento alla base: “Mi allontano per vedere se mi vieni a cercare, per testare il tuo amore”). L’ideale sarebbe decidere la pausa in un frangente di relativa calma, quando si è in grado di formulare la richiesta con rispetto, dopo aver riconosciuto insieme l’impasse. Quando il pensiero alla base è: “Continuando così, rischio di farti e di farmi del male, ho bisogno di allontanarmi per un po’”. Secondo le neuroscienze, le decisioni prese in piena attivazione dell’amigdala – struttura cerebrale che permette l’insorgere di emozioni come paura e rabbia – hanno scopi difensivi, non costruttivi».

Consigli pratici per chi “subisce” la pausa di riflessione

In genere, nella coppia, è uno dei due a chiedere la pausa – più raramente arrivano a desiderarla entrambi i partner con la stessa convinzione. «A chi la subisce trasmette un forte carico d’ansia» spiega Persico. «Il primo consiglio è normalizzare il dolore: è giusto sentirsi persi, sminuiti, arrabbiati. Il secondo è resistere alla tentazione di chiedere in continuazione chiarimenti o contatti: alimentano solo il bisogno di distanza dell’altro. Il terzo, e più terapeutico, è usare questo tempo forzato anche per concentrarsi su di sé. Chiedersi: “Cosa vuole la parte di me che non è in relazione con lui/lei? Quali bisogni ho messo in secondo piano?”. Pratiche di mindfulness possono essere preziose per gestire la tensione, osservando le onde di ansia senza esserne travolti, ancorandosi al respiro e al presente. È un’opportunità, seppur dolorosa, per rinforzare il senso di sé al di là della coppia. E questo, paradossalmente, è ciò che può anche rendere più attraenti agli occhi del partner, se ci sarà un ritorno».