Quest’anno basta. Quest’anno spezzeremo le catene, romperemo le tradizioni e faremo la rivoluzione. Quest’anno, per le Feste, ricorreremo alla tanatosi, come gli opossum, ci fingeremo morti e risorgeremo a gennaio, a giochi fatti e vacanze finite. Oppure faremo come quelli della poesia di Stefano Benni che hanno preso il volo «su un aereo di carta di giornale che porta la notizia che io e te siamo partiti e non si sa dove siamo finiti».
Natale in famiglia: invitare o non invitare?
Ce lo ripromettiamo regolarmente. E invece a ogni Natale siamo sempre qui ad addobbare alberi, a fare presepi («Non ti azzardare a mettere il bambinello prima del tempo»), a comporre inguardabili centrotavola («Io con le pigne, le ghirlande e le candele non ci so giocare, pensateci voi»), a preparare derrate alimentari, a impacchettare regali e, soprattutto, ad aprire la porta a orde di parenti e amici che da decenni, per tradizione, astuzia, pigrizia, perfidia, sciamano a casa nostra con la foga rapace e famelica dei naufraghi. «Perché si deve festeggiare la Vigilia, il Natale, Santo Stefano sempre da noi? Perché non si istituisce una democratica turnazione e ognuno si accolla le celebrazioni non dico sempre, ma almeno ogni tanto?» «È il trentesimo cenone consecutivo in cui accogliamo fratelli, zii, cugini e bambini, sempre troppi bambini, nel nostro soggiorno».
Succede in ogni famiglia: esistono quelli che invitano e quelli che attendono l’invito. È una liturgia immutabile. E non importa se hai l’influenza, se sei stanca, se sei incinta al nono mese e partorirai tra quattro giorni (è successo veramente, il mio terzo figlio è del 29 dicembre) perché la tradizione è la tradizione e il pranzo di Natale mica possiamo farlo altrove!
Le tradizioni di famiglia che in fondo ci piacciono
E mentre io mi sento martire, agnello sacrificale, vittima del bullismo familiare, mio marito estrae dall’armadio l’enorme asse di legno della bisnonna di Canosa di Puglia, ed entra in una trance operosa che non conosce rancore né stanchezza. Prepara chili e chili di cartellate, dolce natalizio barese, che poi frigge nell’olio con la concentrazione ascetica di un maestro zen. Impasta orecchiette e mi rimprovera l’assenza del capitone («Il capitone no! Mi fa impressione» «Peccato, avremmo potuto farlo crescere nella vasca da bagno»).
La nostra tavola è porto franco, approdo per anime raminghe («Vi spiace se vengo con i miei vicini di casa? Sono soli, poverini. Ma non vi preoccupate, porteranno lo spumante e i datteri»), terra di tutti e di nessuno. «Perché ci caschiamo sempre?» chiedo a mio marito che impasta orecchiette da tre giorni senza sosta. «Perché, sotto sotto, ci piace».
Probabilmente ha ragione lui. Eppure io non vedo l’ora che arrivi Capodanno, quando andremo ospiti a casa dei miei suoceri, e, per qualche giorno, torneremo figli, privilegio inestimabile di cui fare tesoro.