Ci sono dittature più spaventose, lo sappiamo, anche di questi tempi. Dunque non me ne vogliate se mi approprio di questo termine per parlare di un fenomeno più quotidiano, pacifico, all’apparenza innocuo, eppure a suo modo insidioso: il totalitarismo della vita a due e lo stigma sui single. Un regime che sussiste indisturbato sotto i nostri occhi, indirizza i nostri pensieri, orienta le nostre scelte, condiziona il giudizio degli altri e di noi stesse, definisce il nostro grado di autostima, detta le regole dell’organizzazione sociale, influisce sull’economia. Tutto questo senza che ce ne accorgiamo. E malgrado si sia in un’epoca storica in cui le relazioni sentimentali sono entrate ufficialmente in crisi. Non ci si sposa, non ci si fidanza, ci si lascia con facilità.

Lo stigma sui single esiste ancora, ma le statistiche dicono che sono sempre di più

È da anni che il trend dei single è in crescita costante. In Italia sono oltre 9 milioni, ma nell’arco di 20 anni, secondo le previsioni, arriveranno a 11 milioni. E non siamo un caso isolato. Le famiglie unipersonali rappresentano una fetta sempre più importante della popolazione anche nel resto del mondo: sono il 28% in Spagna, il 30% in Gran Bretagna, il 41% in Germania e più del 30% in Corea e Giappone. Segno che la tendenza è trasversale e attecchisce in culture anche molto diverse tra loro. Eppure la nostra mentalità rimane coppia-centrica, come se essere in due fosse la “norma”, l’obiettivo a cui tendere, l’unica opzione di felicità, da Platone a Sex and the City.

Persino le eroine della singletudine, se ci pensate, vivono il loro stato come passeggero, che si sentano sfigate come Bridget Jones o libere ed emancipate come Carrie Bradshaw, che poi tanto libera non è se, tra una storia di letto e l’altra, non fa che aspettare Mr Big. A tutto questo non avevo mai pensato finché non ho letto il libro di Gabriella Grasso, giornalista di lungo corso con cui ho avuto il piacere di condividere un pezzo della mia storia professionale qualche era geologica fa (si fa per dire, non siamo così matusa). Si intitola Smettetela di dirci che non siamo felici ed è un’indagine accurata e documentatissima sullo stigma che ancora grava sulle “persone senza vincoli”.

Tra libertà e solitudine

Uno stigma rimasto finora sotto traccia, almeno nel nostro Paese, mistificato da tutta la retorica che da sempre accompagna la figura degli s-coppiati, dalle zitelle di lontana memoria, per fortuna ormai fuori catalogo, agli “scapoli d’oro” dei ruggenti anni ’80. Da qualunque parte la si guardi, i single non sono individui ma maschere, come quelle che troviamo a teatro. Tragiche e solitarie, inacidite dal perdurante disamore e rassegnate all’infelicità, oppure mondane e gaudenti, senza vincoli di legami e d’orario. Libertà e solitudine sono i due poli tra i quali palleggiano. Essendo tutte condannate (o votate) a una vita vuota o, al contrario, pienissima.

Ci serve davvero una metà che ci completi?

Comunque atipica e sempre in attesa. In attesa di cosa? Dell’altra metà, dell’anima gemella, del vero amore. E se invece quella metà non servisse? Se non ci fosse nessun buco da riempire. Se si vivesse bene così, in versione singolare. È quello che si chiede Gabriella, raccogliendo testimonianze di donne comuni e di tante esperte di single studies. Ma soprattutto attingendo alla sua esperienza di persona singola e serena. Stufa di doversi sentire incompleta o sbagliata. Esasperata dal dover rassicurare gli amici che presto si sistemerà. Non solo le nonne e le vecchie zie se ne escono ancora con quelle domande su nozze e bambini, anche noi, le insospettabili, siamo capaci di frasi infelici.

«Se continui così, chissà chi ti si piglia», pescando dal mio personale lessico familiare. Oppure «Beato chi ti sposa!», in forma di lode. Come se fosse quella la dimensione ottimale, il premio finale del proprio stare al mondo. Accoppiarsi. Per fortuna non è così. E lo dicono con fermezza le tante donne interpellate nel libro. Non per convincerci che “single è meglio” – anche la vita di coppia può essere magnifica, basta volerla – ma per spiegarci che è una delle opzioni possibili. E non per forza la peggiore. Non è un ripiego, una cosa subita. Non sempre, almeno. Può essere una scelta abbracciata con gioia e convinzione. Addirittura un’opportunità per sperimentare talenti e abilità che non si pensava di avere. Ché in due, ammettiamolo, un po’ ci si appoggia e ci si siede. E certi matrimoni vanno avanti solo perché senza l’altro non si è capaci di entrare su Netflix.