«Il diritto a sentirsi al sicuro in famiglia è un diritto di tutti. Viviamo in un Paese in cui, se un rapporto familiare non funziona, si pensa che debba rimanere chiuso e taciuto. Questo tabù è un problema culturale, politico e linguistico che dobbiamo affrontare». Sono le parole di Andrea Bajani, che lo scorso 3 luglio ha vinto il Premio Strega 2025 con il romanzo L’anniversario (Feltrinelli), dopo aver conquistato il Premio Strega Giovani, votato da una giuria di liceali dai 16 ai 18 anni. Un successo, quello tra i giovanissimi, che riflette l’interesse crescente sul tema del conflitto familiare in età adulta: l’autore ha raccontato di aver smesso di parlare con i suoi genitori da 10 anni, una scelta straziante ma necessaria, per potersi affrancare da una situazione opprimente e poter diventare, finalmente, adulto.

L’anniversario (Feltrinelli editore), romanzo di Andrea Bajani

La vittoria del romanzo allo Strega ha aperto un dibattito vivace su questo tema che in Italia per molti è ancora un tabù, ma che è in linea con una tendenza globale: sempre più figli adulti smettono di comunicare con i genitori. E succede anche nel mondo dei vip.

Il silenzio familiare dei Beckham

Dopo aver disertato il 50esimo compleanno di papà David , Brooklyn Beckham, primogenito ribelle di David e Victoria, che da tre anni vive negli States con la moglie Nicola Peltz, ha dichiarato di non voler più avere a che fare con la famiglia. Secondo i tabloid, oltre alla nota antipatia tra suocera e nuora, alla faida si aggiungono regolarmente nuovi motivi di discordia. Sembra che Brooklyn non abbia gradito la relazione di Romeo, il fratello minore, con la sua ex, la modella Kim Turnbul. E, più di recente, si sarebbe aggiunto il rifiuto di David e Victoria alla richiesta di contribuire all’acquisto di una supervilla da 13 milioni di dollari a Los Angeles.

L’estrangement, il silenzio familiare

All’estero questo fenomeno è definito estrangement, da noi silenzio familiare. La psicologa inglese Lucy Blake ci ha scritto il libro No family is perfect, rivelando che il 12% degli adulti inglesi non parla con i propri genitori. Secondo un sondaggio del 2020 del sociologo Karl Pillemer, vale lo stesso per almeno il 10% degli americani. E uno studio meno recente ma più specifico, Family Estrangement in Adulthood, portato a termine in Usa/UK nel 2015, ha rilevato che il 43% degli anglosassoni ha vissuto una forma di allontanamento familiare. Certo, non è facile misurare statisticamente un fenomeno che in molti Paesi è considerato un tabù e di cui non si parla apertamente. In Italia l’Istat denuncia che nel 2025 circa il 42% dei 25-34enni vive ancora con i genitori, e la coabitazione in età adulta è fonte di conflitti e rotture.

I conflitti dei figli adulti con i genitori

Altra percentuale che fa riflettere: solo il 69% dei figli adulti ha frequenti contatti con i genitori, mentre il 31% “mantiene le distanze”. Le cause? Ai primi posti ci sarebbero le differenze di visione della vita e di valori; al secondo la genitorialità invasiva e prepotente; al terzo madri e padri manipolatori o violenti.
Ci sono poi famiglie che, per motivi economici o psicologici, non riescono a dare ascolto, affetto e sostegno ai figli. Dove ci sono stati divorzi, si aggiungono conflitti dovuti a nuovi partner o a figli nati dalle nuove relazioni. Infine motivi pratici evergreen, come liti patrimoniali o ereditarie.

Il silenzio familiare e il taglio emotivo

«Il silenzio familiare in psicologia sistemica è definito “taglio emotivo”» spiega Ameya Gabriella Canovi, psicologa esperta in relazioni familiari, autrice di Di troppa (o poca) famiglia (Sperling & Kupfer). «Si silenzia il rapporto perché non si hanno le parole per dire quel dolore. Pensiamo ai bambini piccolissimi: quando litigano con la mamma le dicono che non le vogliono più bene e non le parlano più. Ecco, il silenzio del figlio adulto è simbolico, corrisponde a un grido disperato d’amore».

Silenzio familiare
Di troppa (o poca) famiglia (Sperling&Kupfer) della psicologa Ameya Gabriella Canovi

Secondo gli studi, i silenzi aumentano perché, rispetto al passato, aumentano le situazioni conflittuali. «Ci sono sempre più famiglie dentro le quali è doloroso vivere» conferma Canovi. «La co-residenza in situazioni disfunzionali logora, e il meccanismo di difesa è smettere di comunicare. In realtà, si vorrebbe il contrario: si desidera più connessione, più considerazione, perché ci si sente inascoltati, incompresi, non visti, amati male. In altri casi si scappa perché ci sono conflitti costanti, e non si vuole passare la vita a discutere e a litigare». L’impresa non è facile: sempre più genitori ammettono di non comprendere i propri figli. Si sentono inadeguati, non riescono a dialogare, vivono sensi di colpa per essere stati troppo assenti, o per esserci stati troppo.

Rispettare un figlio che cresce

«Molti genitori sono causa del loro male perché non accettano che il ragazzo diventi adulto» spiega l’esperta. «Non è scontato rispettare un figlio che cresce, rimodulare i confini durante lo sviluppo. Specie in tempi in cui l’investimento pulsionale sui ragazzi è enorme, il rischio è che ci sia “troppa famiglia” o “poca famiglia”, come dico nel mio libro. Molti non accettano che, già in adolescenza, il figlio debba simbolicamente “uccidere i genitori” per individuarsi come persona. La spinta all’ipercontrollo, fenomeno molto attuale, avvia un meccanismo in cui si resta impigliati, e può diventare motivo di silenzi e di allontanamenti. La famiglia assente o distratta provoca le stesse conseguenze, perché se guardi il figlio troppo da vicino, non lo vedi; ma se non lo guardi, non lo vedi lo stesso. L’ideale è guardare il figlio reale, non quello immaginario. E promuovere un’autonomia rispettosa».

A volte sono i genitori a sentirsi incompresi: sentono di aver fatto sacrifici ma hanno la sensazione che i figli non siano riconoscenti o non si rendano conto della storia familiare che il padre o la madre hanno alle spalle.

Anche un genitore può mettere in atto il “silenzio punitivo”, secondo Eurispes il fenomeno riguarderebbe il 3% delle famiglie. «I figli faticano a percepire i genitori come esseri umani: o sono eroi, o demoni» continua Canovi. «L’adulto equilibrato, però, a un certo punto riesce a vedere quella madre o quel padre per come sono, persone che sbagliano, hanno debolezze, hanno subìto abusi o ingiustizie. Il silenzio non risolve, perché il taglio emotivo è solo un muro che mette a tacere un grido di dolore. Covare rancore fa rimanere immaturi e arrabbiati. Bisogna mettere una distanza emotiva tra sé e il passato, dire a se stessi: “Ciò che mi è mancato, me lo darò io”. Nessuno può stare bene se non fa pace con la sua storia. Più che a riappacificarsi, io cerco di portare le persone a “pacificarsi”, come ho scritto nel mio ultimo libro Dentro di me c’è un posto bellissimo (Vallardi)».

Silenzio familiare
Dentro di me c’è un posto bellissimo (Vallardi) della psicologa Ameya Gabriella Canovi

La sfiducia nel modello famiglia

Secondo l’Istat in Italia tra 20 anni le coppie senza figli supereranno quelle con figli. Siamo il Paese europeo con più single (33,2%), e il calo costante dei matrimoni (-3% l’anno) dimostra la mancanza di fiducia nel modello famiglia .

«Lo sbaglio perpetrato da intere generazioni è applicare costantemente pensieri correttivi gli uni sugli altri» spiega Canovi. «Dovresti fare quello che io ti dico, essere come io desidero. E se non lo sei, ti critico, ti punisco, ti escludo dalla mia vita.

Questi movimenti sistemici costanti, specie quando i figli sono adulti, creano dolore e frustrazione, fino a sfociare in silenzi e rotture. La soluzione è guardarsi alla giusta distanza, accettarsi per quello che si è. Ci vuole ascolto attivo, fiducia reciproca, la possibilità di esprimere se stessi senza paura del giudizio». In conclusione, i genitori non “devono” ai loro figli un’infanzia perfetta. E i figli non “devono” ai genitori una gratitudine eterna. Ciò che devono gli uni agli altri è “vedersi” davvero. E accettarsi reciprocamente.

La storia di Adriana

«Sono figlia unica di una famiglia benestante: papà medico e madre insegnante» ci racconta Adriana che ha 34 anni e oggi vive a Milano. «Dopo essermi laureata in lingue, sono andata a lavorare a Berlino, dove ho conosciuto Anton, un ragazzo albanese con un sorriso da favola. Avevo 24 anni, lui 19. Si era diplomato in Albania e lavorava in un’officina meccanica.

Ci siamo innamorati follemente e, nonostante l’età, lui mi ha chiesto di sposarlo: voleva formare una famiglia, perché aveva avuto problemi fin dall’infanzia con la sua. Ero al settimo cielo, perché ero spinta dallo stesso desiderio, così ho deciso di farlo conoscere ai miei genitori. Arrivati a Milano, la doccia fredda. I miei sono stati scostanti, mi hanno detto senza mezzi termini che stavo facendo l’errore più grande della mia vita. Gli ho dato un ultimatum: “Se non verrete al mio matrimonio, non vi parlerò mai più”.

Non ci siamo visti per 10 anni. La ferita faceva malissimo, soprattutto dopo la nascita di mio figlio Enea; oltre al dolore, c’era la delusione: mi sembrava impossibile che la mia famiglia, con l’educazione che mi aveva dato, aperta, non razzista, non classista, si dimostrasse così ottusa e poco empatica.
L’anno scorso i miei genitori hanno conosciuto Enea, che oggi ha 5 anni. Devo ammettere che sono stati loro a chiedermi “scusa”, dopo essersi resi conto che mio marito ha reso la mia vita serena e felice.
Da lì tutto si è ricomposto, un passo alla volta. Anton, Enea e io ci siamo trasferiti a Milano, vicino ai miei genitori, e oggi mio figlio non potrebbe avere nonni più presenti e amorevoli».