Essere solidali con le altre donne non significa pensarla allo stesso modo e la sorellanza è (dovrebbe essere) quanto più lontano possiamo immaginare dal conformismo. Azzardiamo? Forse la vera sorellanza comincia proprio quando scopriamo di essere diverse.
Abbiamo pronunciato così spesso questa parola da rischiare di trasformarla in una specie di (vuoto) mantra. Sorelle, dunque. Anche quando non ci conosciamo, anche quando abbiamo vite diversissime, anche quando una di noi prende decisioni che l’altra non prenderebbe mai. Ma questa cosa è veramente una necessità che proviamo o abbiamo semplicemente aggiunto un altro comandamento al già affollato decalogo delle cose che una donna dovrebbe essere? Perché se la sorellanza significa doverci dare sempre ragione, sostenerci a prescindere e mettere il silenziatore al dissenso, più che una sorellanza rischia di diventare un partito preso, un dogma. E allora, anche no.
La sorellanza non richiede unifomità
La psicologa e psicoterapeuta Ilaria Consolo mette subito un punto fermo: la sorellanza non richiede uniformità ma rispetto reciproco. E allora la domanda diventa interessante: dove finisce la sorellanza e comincia il conformismo? «Il conformismo può essere una strategia di appartenenza, ci si uniforma per sentirsi accettate dal gruppo. Una sorellanza autentica non teme il confronto, perché è proprio nel rispetto delle differenze che dimostra la sua forza».
Sorellanza a tempo determinato? Conformismo
È di qualche mese fa la rivelazione di Bianca Balti che ha rotto un’amicizia solida con Elisabetta Canalis per divergenze di idee politiche. So what? Facile sentirsi solidali con una donna che ci somiglia, che condivide i nostri valori, le nostre battaglie. Molto meno facile è riconoscere valore a chi fa scelte che non comprendiamo: «La vera sorellanza non significa approvare tutto. Significa riuscire a vedere, anche nell’altra, qualcosa che va oltre le sue scelte, la sua dignità».
E qui entrano in gioco tre parole decisive: «empatia, lealtà e condivisione di un obiettivo comune. C’è poi un curioso paradosso. Siamo capaci di indignarci per il giudizio sessista degli uomini e contemporaneamente di essere giudici severissime nei confronti delle altre donne», riflette Consolo. L’amica che ha troppi figli e quella che non ne vuole. La collega che lavora troppo e quella che non lavora abbastanza, per non dire di quella che ha successo. Quella che, soprattutto, sembra averne più di noi. Perché?
Il patriarcato dentro di te
«Spesso giudichiamo le altre donne con maggiore severità perché il confronto riguarda qualcuno che percepiamo come simile a noi», osserva Consolo. Ma c’è anche un meccanismo più profondo: «Gli stereotipi di genere possono essere interiorizzati anche dalle donne stesse», che finiscono così «inconsapevolmente per applicare ad altre donne criteri più severi di quelli riservati agli uomini». È quello che la psicologa definisce sessismo interiorizzato: «L’assimilazione inconsapevole di modelli culturali che attribuiscono alle donne aspettative più rigide e ne influenzano il modo di giudicare se stesse e le altre». Insomma, a volte il problema non è soltanto lo sguardo degli altri su di noi. È quello che abbiamo imparato a fare grazie al signor patriarcato.
Competizione e sorellanza fanno a pugni? Anche questo è conformismo
E la competizione? È la nemica numero uno della sorellanza? Non necessariamente. Anche qui, niente slogan. «La competizione tra donne non è necessariamente il contrario della sorellanza», dice Consolo. Per capirla bisogna guardare anche alla storia: «Per molto tempo le donne hanno avuto accesso a un numero limitato di ruoli di potere, di leadership e riconoscimento sociale». Se i posti disponibili sono pochi, è facile che l’altra venga percepita come una rivale invece che come un’alleata. Inoltre la competizione può nascondere «un bisogno profondo di riconoscimento»: il desiderio di sentirsi viste, apprezzate, legittimate nel proprio valore. E quando questo bisogno resta insoddisfatto, il successo di un’altra donna può trasformarsi in una minaccia. Anche se, osserva Consolo, «il riconoscimento di una donna non toglie valore a un’altra. La competizione diventa davvero il contrario della sorellanza quando porta a sminuire l’altra anziché riconoscerne il valore».
Sorelle sì, complici no
Poi c’è un equivoco da smontare: essere sorelle significa difendersi sempre? Significa coprire l’altra, giustificarla, darle ragione anche quando sappiamo che sta sbagliando? No. Per fortuna. «Ogni relazione significativa, compresa la sorellanza, ha una dimensione di complicità», spiega Consolo. Ma attenzione: «La complicità non è connivenza». Quindi possiamo essere sorelle senza diventare complici, fare quel gesto scomodo di dire all’altra che sta sbagliando. «Non siamo chiamati a giustificare qualsiasi comportamento o a tacere di fronte agli errori». E «avere il coraggio di esprimere un dissenso o una critica costruttiva» può essere una forma di rispetto, cura e autentica vicinanza. Posso anche dirti che stai facendo una sciocchezza. E continuare a volerti bene.
La sorellanza non è un automatismo
Il dubbio resta: abbiamo trasformato la sorellanza nell’ennesima prescrizione morale? Consolo non ci crede. «Se fosse così», osserva, «dovremmo assistere a molte meno dinamiche di rivalità, giudizio e ostilità tra donne», che invece continuano a esistere. La sorellanza, allora, non è un automatismo. È piuttosto una direzione, una tensione. «Rappresenta un valore e un orizzonte verso cui tendere». Forse, alla fine, la sorellanza non consiste nel dire: «Io sono come te». È qualcosa di più difficile e, proprio per questo, più interessante: «Io non sono come te. Non farei le tue stesse scelte. Forse non condivido quello che pensi. Ma riesco comunque a riconoscere la tua dignità, il tuo valore, la tua fatica. Se serve, posso anche dirti che secondo me stai sbagliando». Perché una sorellanza adulta non ha bisogno di una divisa o di un copione. Ha bisogno di libertà, rispetto e della possibilità – rara e preziosa – di essere diverse senza diventare nemiche.