La mia casa è un aeroporto. Non nel senso romantico delle partenze e dei ritorni immaginati e attesi, ma in una dimensione più prosaicamente logistica: gate che si aprono e chiudono senza preavviso, coincidenze saltate, piani che cambiano last minute.
Sulla carta eravamo pronti: io e mio marito avevamo cambiato casa, ridotto gli spazi, nella convinzione rassicurante che il volo dei figli fosse ormai sul punto di decollare. La realtà s’è rivelata diversa. Mio figlio maggiore fa l’attore, una vita nomadica che lo riporta periodicamente nell’orbita di casa. Il “piccolo” ha una laurea fresca e un progetto sociale in cui riversa ogni energia ed euro che guadagna.
Entrambi vivono con noi, in teoria. In pratica, sono fantasmi distratti che compaiono a cena senza preavviso, spariscono per settimane, tornano nel cuore della notte aspettandosi il frigo pieno e un letto fatto.
Siamo, tra l’altro, una famiglia allargata, mio marito ha dalla ex moglie altri due figli che condividono lo stesso “regime anarchico”. Anni di equilibrismi, energie investite nella costruzione di una complessa architettura affettiva e ora ci ritroviamo in questa terra di mezzo: tra il mio istinto di accoglienza incondizionata e la legittima esigenza sua di confini chiari.
Il futuro della coppia comincia quando i figli se ne vanno
Quando finalmente riusciamo a immaginare, in fondo al cannocchiale, un futuro che inquadri solo noi, la vertigine si fa concreta: per anni abbiamo parlato solo di logistica ed equilibri domestici. Ora, quasi emancipati dall’alibi della cura familiare, ricordiamo di non essere mai stati una coppia, prima dei figli.
Non c’è un “prima” a cui tornare: dobbiamo inventarcelo, ed è la parte insieme più spaventosa e più interessante del futuro che ci aspetta. Nodi della vita così intricati che a volte diventano cinema e cessano di essere fatti privati.
Come in Una storia, esordio alla regia di Anna Foglietta, in Concorso nella sezione Orizzonti alla prossima Mostra del Cinema di Venezia e in sala dal 24 settembre.
Il film segue Erika e Mauro (Alba Rohrwacher e Guido Caprino), la cui routine si spezza quando la figlia parte per studiare. Erika, che ha sempre definito la propria identità attraverso l’accudimento, perde improvvisamente la direzione. Mauro si scontra con una fragilità emotiva mai nominata. Tra conflitti e traumi che riaffiorano, si ritrovano a chiedersi se sia ancora possibile dare un nuovo significato al loro legame.
Lasciare una casella vuota per non perdersi nella genitorialità
Al fondo di questa vertigine da “nido vuoto”, la psicoanalista e psicologa Laura Pigozzi, autrice di Non solo madri. Riscoprire la donna oltre la maternità (Raffaello Cortina Editore), individua, per paradosso, l’assenza di un vuoto salvifico nella genitorialità.
«Se educassimo le madri a preservare da subito un pezzo di tempo libero per sé, il problema non si porrebbe» spiega.
La metafora che usa è quella del gioco del 15, il vecchio puzzle da spiaggia in cui le caselle dei numeri si riordinano intorno a un’unica finestra libera: senza quello spazio, niente si muove. «Quel “tutto pieno” – di amore, dedizione, controllo – è il “plusmaterno” che divora la famiglia. Mantenere la casella vuota permette di gestire le incombenze della maternità senza lasciarsene saturare, ma insegna anche ai figli a stare nel mondo». Troppo spesso la coppia genitoriale cannibalizza quella romantica. «Accanto all’appuntamento con le amiche bisogna preservare lo spazio per nutrire il rapporto coniugale. Investire in una baby-sitter significa spesso risparmiare sui costi di una futura analisi» raccomanda Pigozzi.

Oltre il plusmaterno: quando una madre si autorizza a essere anche donna
Colpa delle madri? Pigozzi scuote la testa: «Il plusmaterno è spesso l’unica identità che una mamma conosce». Smontarla, aggiunge, non è solo un atto di liberazione personale, ma di civiltà: una madre che si autorizza a essere anche donna – col suo lavoro, i suoi desideri, le sue amicizie, il suo tempo – trasmette ai figli l’idea che il mondo è più largo della famiglia. «Non è un caso se i giovani italiani escono di casa più tardi rispetto alla media europea: il sistema affettivo in cui crescono non li attrezza al distacco».
Una seconda chance per la coppia: quando il nido si svuota, ma resta a porte girevoli
Di solito i padri fanno meno fatica, anzi sono contenti, precisa Pigozzi. «Finalmente ritrovano un po’ di centralità in casa e una compagna meno assediata dalle incombenze materne. Per la coppia è una vera seconda chance, anche se noi donne facciamo più fatica a vederla».
La casa, però, non sempre si svuota tutta in una volta. Spesso è un nido a porte girevoli: i figli escono e rientrano, portando con sé le aspettative di un’infanzia che formalmente è finita ma che nessuno ha ufficialmente archiviato.
È ciò che Alessia e Dario hanno vissuto per quasi due anni: la figlia fuori sede, il figlio con un contratto a progetto che lo riportava ogni tanto dai suoi, senza preavviso. «Dovevo tenermi sempre pronta a un eventuale ritorno e ciò ostacolava ogni nostro programma» racconta Alessia.
«I figli grandi che ancora vivono in casa hanno bisogno di essere trattati come adulti» ammonisce Pigozzi. «I genitori devono smettere di comportarsi come se fossero ancora responsabili di ogni loro bisogno: non è distacco, ma rispetto reciproco».
La svolta per Alessia e Dario è arrivata grazie a una sorta di contratto: comunicazione tassativa di ogni rientro con almeno 48 ore di anticipo, nessuna pretesa di pasti pronti oltre il primo giorno. «Suona freddo, ma ci ha liberati tutti» realizza Dario. «I ragazzi si sono sentiti trattati da adulti. E noi abbiamo ricominciato a essere liberi di assecondare i nostri piani». Per Alessia è stata una rivelazione: «Forse avevano bisogno di sapere che non viviamo in attesa di un loro ritorno».
Quando il nido si svuota: riprendersi la casa e ritrovare la coppia
Non tutto, insomma, è perduto, anche quando la coppia si ritrova a tu per tu con l’horror vacui perché il lavoro di “prevenzione” è mancato. «In quei casi s’improvvisa» rassicura Pigozzi. «Si coltivano le abitudini piacevoli create negli anni, si fanno i viaggi rimandati, si riallacciano le amicizie soffocate dal nido pieno».
In questo processo, anche la riallocazione dei locali domestici ha un ruolo simbolico. «La stanza del figlio, per esempio, non può rimanere congelata come un mausoleo: va espropriata e fatta rivivere».
Per Marta e Stefano è stata la prima scoperta, dopo il trasferimento del loro Luca a Berlino. Per quasi un anno la sua camera è rimasta intatta, tra i poster dei Gorillaz e i vecchi libri di scuola. A sbloccarli è stata una telefonata del ragazzo, entusiasta per il suo primo vero appartamento. «Era felice: ho capito che potevo esserlo anch’io» confida la madre. In due weekend hanno svuotato la stanza, ridipinto le pareti e sistemato due scrivanie vicine, attorniate da tappeti, piante e quadri. «Ora è l’ambiente più bello della casa. Quando Luca torna, dorme contento sul divano. Ha capito che in quella stanza siamo tornati a essere noi: qualcosa che c’era già, ma non aveva ancora ritrovato il suo posto».