Ci sono ancora 40 gradi, ma mai come adesso sembra che il futuro del nostro Paese sia sottozero. Sono in Puglia, dai miei, e la conversazione di fine estate non è sul solito caro-lettini della stagione appena conclusa ma su un tema fresco fresco: il social freezing. Sarà perché la Regione in cui sono nata è stata la prima in Italia a finanziarlo o perché la deputata Usa Ocasio-Cortez ha raccontato su Instagram, con un reel diventato virale, il congelamento dei suoi ovuli a quasi 37 anni.

Fatto sta che tutte le donne con cui mi capita di parlare sembrano avere un’opinione su questa “nuova” possibilità, per lo più assente dai nostri dibattiti fino a pochi mesi fa. Ma è davvero una pratica di libertà o è l’ennesima cosa che dobbiamo fare per adattarci a un mondo che non include i nostri tempi? Lo abbiamo chiesto a un’attivista, una ginecologa, una demografa e un’esperta di salute perinatale.

Il social freezing non deve essere un privilegio di poche

Marta Maria Nicolazzi ha 32 anni, fa la sociologa e arriva a questa battaglia dal proprio referto. «Avevo mestruazioni molto forti, dolorosissime, ma veniva tutto sminuito con il solito “sarà stress”. Ho preteso altre risposte ed è venuto fuori che avevo pochissimi follicoli per la mia età: ero prossima alla menopausa precoce. Io figli non ne volevo e non ne voglio, ma sentirsi dire “non potrai più” è stato uno schiaffo in pieno viso».

Da quello schiaffo, nella primavera 2025, nascono il collettivo Stiamo Fresche (su Ig @stiamofresche) e la petizione “Congeliamo gli ovuli, non i diritti” che ha superato le 28.000 firme (la trovi su change.org), e che, grazie a un lavoro fitto con le regioni le deputate più sensibili, ha portato il tema fino in Parlamento. Cosa vogliono, in concreto? «Fondi pubblici, perché ricorrere al social freezing non sia un privilegio di chi può permetterselo e, insieme, informazione e formazione sanitaria.

Chiediamo alla politica di garantire questa procedura per la generazione di noi trentaquarantenni, vessate da precarietà, insicurezza e denatalità ai massimi livelli, per scendere a ritroso verso le ventenni: finita l’università, se ti va, lo fai. Gratis. Oggi invece la crioconservazione ti viene proposta quando già non riesci a rimanere incinta, e sappiamo che è troppo tardi: andrebbe fatta prima. C’è un’ignoranza crassa anche nel personale medico».

Il rischio del social freezing: l’illusione di onnipotenza

Che se ne parli tardi, e pure male, lo pensa anche Chiara Gregori, ginecologa e sessuologa a Milano. Ma è proprio da clinica che diffida delle semplificazioni e del tifo da stadio che ha visto comparire sui social quest’estate: «Può essere corretto dire che grazie alla crioconservazione vinciamo sull’invecchiamento ovarico. Ma il resto del corpo va avanti a vivere la sua vita: l’utero può sviluppare fibromi, la cavità uterina diventa col tempo meno ricettiva agli ormoni, le problematiche placentari aumentano.

Ecco perché il “completo controllo” sul proprio corpo rivendicato da Ocasio-Cortez è una favoletta, quella di un “E vissero felici e fertili”, a cui mi ribello: promettere alle donne che diventeranno madri quando lo riterranno più adatto o quando il mercato darà loro il permesso, è solo un abbaglio.

Parlarne senza ideologie è doveroso, per non trasformare un’opportunità nell’ennesimo elemento di pressione sui corpi delle donne». Le fa eco Cecilia Antolini, co-founder de Il parto positivo (su Ig @ilpartopositivo), network di formazione sulla salute materna e perinatale: «Il controllo non lo abbiamo su niente: né sulla pioggia, né sulle emozioni, né su un figlio. Congelare “per stare tranquilla” non funziona: quell’ansia troverà un’altra strada, perché tranquille rispetto al futuro o al corpo non lo si è mai».

L’obiettivo vero: un welfare che parli alle donne

Dunque, stiamo mettendo solo a bada le nostre ansie o aprendo la strada a una pratica di libertà? Ed è vera libertà o una resa al sistema quella che dipingiamo come vittoria? Alessandra Minello, demografa dell’Università di Padova e autrice di Senza figli (Laterza), lo considera un quesito mal posto: «Non mi piace pensare che questa opportunità equivalga ad avallare le storture del sistema. È creare libertà dentro il sistema, proprio perché il sistema è pieno di mancanze. Se per riconoscere alle donne questa possibilità dovessimo aspettare che si risolvano tutti i gender gap (istruzione, lavoro, salute…), dovremmo aspettare per sempre».

I diritti, insomma, sembra dire Minello, non procedono uno dopo l’altro, ma uno accanto all’altro. E lei non parla in astratto: l’inverno scorso ha difeso dalle critiche dei sindacati una grossa azienda italiana di abbigliamento, che offriva il social freezing come welfare alle dipendenti. «Se usi solo questo strumento, certo è problematico. Ma lì stava dentro un insieme di azioni a sostegno della genitorialità, ed è un’altra cosa».

Più funzionali non significa più libere

Insomma, avere una possibilità in più con cui progettare la propria vita va bene. Ma attente a non chiamare libertà qualcosa che permette semplicemente di apparire più funzionali, mentre si vive con il fiato corto. È la promessa stessa del social freezing che, a sentire Cecilia Antonini, andrebbe riscritta: «La tecnica non prevede di sospendere il tempo, come leggo spesso; promette di sospendere l’invecchiamento di un pezzettino piccolissimo del nostro corpo, congelato fuori da esso. È il vecchio sguardo sui corpi delle donne: contenitori in cui inserire e da cui estrarre cose. Le cose sono cambiate, non lo sguardo. Temo che stiamo perdendo di vista il corpo umano. Che significa, forse, perdere di vista noi stesse».

Obiezioni che circolano anche dentro il femminismo: spostare sulle donne l’adattamento al sistema è l’apoteosi dell’illusione di ottimizzare tutto, perfino il tempo biologico. Critiche che Nicolazzi conosce bene, e in parte condivide: «Su alcuni punti sono d’accordo. Per esempio, lo Stato che mette becco sui corpi è un tema serio: è un attimo ritrovarsi nel Racconto dell’ancella. Se da domani tutte devono congelare perché l’ha deciso il governo, no: la maternità non è il più grande compimento della donna. Ma noi crediamo che chi lo desidera, deve poterlo fare. E gratuitamente».

Serve più educazione alla salute riproduttiva

Al di là delle posizioni, su un punto mi sembra convergano tutte: non è solo una questione di natalità o fertilità, è un tema di consapevolezza, diritto all’informazione e autodeterminazione. E il problema comincia molto prima del freezer. «Non abbiamo nessuna educazione alla salute riproduttiva» dice Minello. «In Italia collochiamo il calo della fertilità vicino ai 40 anni, mentre avviene ben prima: così pensi di avere molto più tempo di quello che hai, e sposti, sposti, sposti. La prima volta che qualcuno ti parla del tuo apparato riproduttivo, se non vai privatamente dal ginecologo, è al corso preparto. Cioè quando ha già funzionato».

Che la salute sia centrale lo conferma anche la dottoressa Gregori: «Spesso chi arriva a intraprendere questo percorso lo fa per placare l’ansia di essere in ritardo quando si vorrà, mentre i veri fattori di rischio, come l’aver avuto una madre in menopausa precoce, restano in ombra. Trovo inaccettabile che in questi casi la crioconservazione non sia già adesso garantita dal Servizio sanitario».

Le misure più urgenti

Il dibattito culturale è aperto, ora tocca alle leggi e al Parlamento. Quali le politiche più urgenti? Minello ne mette in fila tre: «Formazione sulla salute riproduttiva estesa a tutte le persone, non solo donne; contrasto alla violenza ostetrica che in Italia ha tassi altissimi; percorsi ospedalieri che accompagnino con rispetto e in spazi separati, chi partorisce e chi abortisce. Lo dico da demografa: in Italia ci occupiamo sempre dei figli che non nascono, mai delle condizioni in cui li mettiamo al mondo o di come stanno oggi madri e bambini».

Come funziona il trattamento

«Si comincia con le visite preliminari, come un’ecografia mammaria e una pelvica, per escludere controindicazioni e prevedere la risposta ovarica allo stimolo» spiega la ginecologa Gregori. «Si parte poi con l’inibizione del ciclo spontaneo, cui segue la stimolazione: 10-12 giorni di iniezioni di gonadotropine, che fanno maturare più follicoli, con ecografie e prelievi ematici seriali per confermare l’efficacia dello stimolo e scongiurare la temibile iperstimolazione ovarica, oggi rara ma non escludibile.

Il prelievo avverrà in sedazione. Gli ovociti recuperati potrebbero non essere tutti maturi e idonei: una risposta adeguata ne porta almeno 15-20, ma non è prevedibile, e spesso un ciclo non basta. Quelli idonei vengono vitrificati (un congelamento ultrarapido) e conservati in azoto liquido a -196°. Al riscaldamento ne sopravvive il 90% circa, da fecondare in vitro. La variabile decisiva resta l’età al prelievo: prima dei 35-36 anni le probabilità salgono nettamente».

In Parlamento: le proposte di legge

La crioconservazione degli ovociti, prelevati negli anni di massima fertilità per usarli più avanti con la fecondazione in vitro, negli ospedali pubblici è riservata a chi affronta tumori o altre gravi patologie; per tutte le altre c’è il privato: 3-7mila euro a ciclo, più farmaci e mantenimento.

«Costi proibitivi per giovani donne che oggi devono convivere con una precarietà lavorativa che sposta sempre più in là il progetto di un figlio» commenta Paola Bocci, consigliera regionale PD in Lombardia, che si batte da tempo sul tema. «Depositeremo a giorni un progetto di legge regionale per estendere la gratuità ad altre patologie che minano la fertilità, come l’endometriosi. E sostenere economicamente una fascia di donne identificata da reddito e età. Il modello è la Puglia».

Che dal 2025 dà fino a 3.000 euro a chi ha tra i 27 e i 37 anni con ISEE sotto i 30.000 euro. E per riuscirci ha raddoppiato i fondi per il 2026-27. Alla Camera ci sono già cinque proposte di legge, due delle quali prevedono l’ingresso del social freezing nei LEA per chi ha tra i 27 e i 37 anni, una destina agli interventi di crioconservazione degli ovociti 100 milioni di euro, sul modello francese, Paese dove il social freezing è gratuito per chi ha tra i 29 e i 37 anni. Resta il nodo della Legge 40: al contrario che in Francia e in Spagna, una single nel nostro Paese può congelare i propri ovociti, ma non usarli da sola.