Lasciare un posto di lavoro sicuro alla NATO per inseguire un’idea che inizialmente era poco più di una scommessa. Convincere artigiani, agricoltori e ricercatori che da un disastro ambientale sarebbe potuto nascere qualcosa di buono. Federico Stefani, classe 1993, è uno dei fondatori di VAIA, start-up nata dopo l’omonima tempesta che nel 2018 devastò le Dolomiti abbattendo 42 milioni di alberi con un obiettivo: recuperare quel legno e trasformarlo in oggetti di design capaci di restituire valore ai territori colpiti.

Federico Stefani con VAIA ha creato un materiale innovativo dagli ulivi malati

Da allora VAIA è cresciuta, ha collaborato con grandi aziende – tra cui Fiat e Sony Music – e ha costruito attorno a sé una comunità di persone convinte che sostenibilità e bellezza possano andare di pari passo. Oggi quel modello si sposta a quasi 1.000 chilometri di distanza, nel cuore del Salento, dove ha origine Olive Matter: un materiale innovativo, frutto di oltre 3 anni di ricerca, ottenuto dal recupero del legno degli ulivi colpiti dalla Xylella, il batterio che negli ultimi anni ha cambiato per sempre il paesaggio di una parte della Puglia. Non un semplice prodotto, ma il tentativo di trasformare una delle ferite ambientali più profonde del nostro Paese in un’occasione di rigenerazione per il territorio e la comunità.

Federico, lei chi era prima di lanciare VAIA?

«Un ragazzo normale, attento alle questioni ambientali, impegnato in diverse associazioni, sia in ambito educativo sia artistico. A guidarmi sono sempre stati la curiosità e il desiderio di mettermi in gioco. Sono laureato in International Management e, dopo un periodo di studio/lavoro in Giappone, ho preso servizio presso la Nato a Bruxelles: quando nel 2019 ho fondato VAIA, avevo appena ottenuto un posto di lavoro lì e stavo molto bene. Per un po’ ho continuato a lavorare a Bruxelles, finché nel 2022 mi sono licenziato e sono tornato in Italia, nel mio Trentino. È stata una scelta difficile, perché avevo una vita stabile e un lavoro che mi piaceva. Però sentivo che dovevo provarci fino in fondo».

VAIA è nata dopo il disastro causato da una tempesta sulle Dolomiti

E come è andata?

«Il primo stipendio me lo sono dato nel 2023. Significa che dal 2019 al 2023 ho lavorato senza guadagnarci nulla. Quando raccontiamo le start-up, sembrano sempre avere un percorso molto lineare, ma la verità è che dietro ci sono tantissime incertezze e momenti in cui ti chiedi se stai davvero facendo la cosa giusta».

VAIA nasce da una catastrofe ambientale. Mi perdoni, ma come le è venuto in mente?

«La tempesta Vaia ha abbattuto milioni di alberi sulle Dolomiti. Ciò che abbiamo provato a fare è stato guardare il disastro da una prospettiva diversa: come trasformare quella perdita in un’opportunità per il territorio? Da lì è nato il nostro modello. Che non consiste semplicemente nel creare oggetti, ma nel costruire una filiera che generi valore per comunità, persone ed ecosistemi».

Ora Federico Stefani si occupa degli ulivi del Salento colpiti dalla Xylella

Oggi quel modello è arrivato fino in Puglia. Come è iniziata la storia di Olive Matter?

«La prima volta che sono sceso in Salento è stata nel 2021. Mi sono trovato davanti a questi ulivi secolari malati e ho capito che non stavamo parlando solo di alberi, ma di famiglie, ricordi, sacrifici, identità. Mi sono chiesto se fosse possibile trasformare quel legno in qualcosa che potesse restituire valore a quei luoghi».

All’inizio ha dovuto vincere la diffidenza dei contadini nei suoi confronti

Non è stato semplice, immagino.

«Per niente. All’inizio nessuno voleva vendermi il legno. E capisco perché: arrivava questo sconosciuto dal Trentino dicendo che voleva fare qualcosa con gli ulivi colpiti dalla Xylella… Era normale trovare diffidenza. Più volte ho pensato di mollare. Poi, lentamente, grazie alle relazioni costruite sul territorio e all’aiuto di tante persone, siamo riusciti a partire».

Come si trasforma un ulivo malato in un nuovo materiale?

«Insieme ai ricercatori dell’Università di Trento abbiamo triturato il legno, ottenuto una polvere d’ulivo e sperimentato decine di combinazioni con polimeri bio-based. Tentativo dopo tentativo, siamo arrivati a Olive Matter. Ci piace questo nome, perché matter, in inglese, significa sia “materia” sia “contare”, nel senso di avere importanza».

E che cosa conta in Olive Matter?

«Non solo la materia in sé, ma il modello che c’è dietro. Noi paghiamo gli agricoltori per recuperare il legno, costruiamo una filiera produttiva interamente italiana e reinvestiamo sul territorio. L’obiettivo non è solo riciclare una risorsa, ma generare rigenerazione, perdonatemi il gioco di parole».

Rigenerazione è una parola oggi molto usata, se non abusata. Per lei che cosa significa?

«Restituire più valore di quello che si prende. Si parla continuamente di sostenibilità, ma spesso lo si fa come se fosse una rinuncia. Io la vedo diversamente: sostenibilità significa rispettare ciò che abbiamo e creare bellezza».

Con Olive Matter si produrranno cover per smartphone

Le cover per smarthphone in Olive Matter, materiale innovativo ottenuto dagli ulivi pugliesi colpiti dalla Xylella.
Le cover per smartphone in Olive Matter (Ph. Gianluca Colonnese)

Il primo prodotto di VAIA è stato un amplificatore acustico, il Vaia Cube. Con Olive Matter produrrete cover per smartphone. Perché oggetti così “lontani” dalla natura?

«Perché gli smartphone sono tra le cose che tocchiamo di più durante il giorno: alla base c’è proprio l’idea che gli oggetti che ci accompagnano quotidianamente possano raccontare una storia. La cover di Olive Matter conserva il profumo dell’ulivo, riproduce la texture della corteccia attraverso una scansione 3D e riporta le coordinate dei primi terreni che verranno rigenerati grazie al progetto. Ognuna contribuisce infatti al recupero di un metro quadrato di macchia mediterranea».

In un’epoca dominata dalla tecnologia, lei parla di riconnessione. A che cosa?

«A noi stessi e ai territori da cui proveniamo. Non credo che tecnologia e natura siano necessariamente in contrasto. Credo però che abbiamo bisogno di dare più significato agli oggetti che usiamo. Quando ne prendiamo in mano uno, dovremmo sapere da dove arriva, chi l’ha realizzato e quale impatto ha».

Qual è la sua ambizione per il futuro?

«Dimostrare che questo modello può essere replicato: VAIA, nata nelle Dolomiti, oggi lavora anche in Puglia e domani potrebbe intervenire in altri territori. Mi piacerebbe che sempre più persone capissero che si può fare impresa creando valore economico e allo stesso tempo prendendosi cura delle comunità e degli ecosistemi. Non perché sia una moda, ma perché è un modo più autentico di stare al mondo».