“Omere goronte enamai”. Nella lingua dei Waorani dell’Amazzonia ecuadoriana significa “il nostro territorio non è in vendita”. L’attivista ambientale Nemonte Nenquimo lo proclama a gran voce, nel cuore della sua foresta. È il 2019: pochi mesi dopo un tribunale le dà ragione e blocca la svendita di mezzo milione di acri di selva incontaminata. Una vittoria storica per il popolo Waorani, che strappa la propria terra alle trivellazioni delle multinazionali. Un precedente fondamentale per i diritti indigeni di tutta la regione e la tappa cruciale di un’esistenza tormentata e straordinaria. Nata in una cultura in cui i sogni sono presenze vive e i morti tornano sotto forma di giaguari, Nemonte attraversa la colonizzazione spirituale della missione evangelica, il trauma di una violenza sessuale e l’alienazione culturale, emergendone come leader globale.

Nemonte Nenquimo ha scritto un libro sui diritti dei popoli indigeni

Il libro di Nemonte Nenquimo "Un giorno saremo giaguari" (Sonda)
Un giorno saremo giaguari di Nemonte Nenquimo (Sonda)

Prima donna eletta a capo delle comunità lungo il fiume Ëwengono, cofondatrice di Alianza Ceibo e di Amazon Frontlines, organizzazioni per l’Amazzonia e i diritti dei popoli indigeni, premio Goldman, tra le 100 persone più influenti al mondo per Time nel 2020, Nemonte firma oggi la prima autobiografia mai scritta da una persona Waorani: Un giorno saremo giaguari (Sonda). L’ha scritta in collaborazione col marito Mitch Anderson, l’uomo per cui ha deciso di «preparare la chicha più dolce dell’Amazzonia», la tradizionale bevanda a base di manioca masticata e fermentata che nella sua cultura rappresenta il più intimo atto d’amore.

Inés o Nemonte?

«Alla nascita mio nonno mi ha chiamata Nemonte, significa “costellazione di stelle”. Inés Viviana è il nome cristiano impostomi a scuola e in chiesa. Sono cresciuta sdoppiata: Inés a scuola, Nemonte a casa. In città mi chiamano ancora Inés: non mi identifica e nemmeno mi ferisce, mi addolora però vedere i giovani spinti dalla modernità a preferire i nomi stranieri per sentirsi importanti».

È la prima donna a capo delle comunità del fiume Ëwengono.

«Il mio popolo ha scelto una madre per difendere i fiumi e la foresta. Non decido da sola, decide l’assemblea. Se da leader ascolto, da madre sarò feroce come una mamma giaguaro che difende il suo cucciolo. Nella nostra cultura le donne hanno sempre dimostrato una saggezza e una connessione spirituale profonda».

È riuscita a far salvare la foresta del suo popolo

Cosa ha provato al verdetto che ha salvato la vostra foresta?

«Per noi la foresta è “omere”: significa “tutto”. Quando il governo ha cercato di vendere le nostre terre, organizzando consultazioni farsa e usando esche come Coca-Cola e pane, ci siamo opposti. Siamo andati in tribunale a Quito con le lance, i canti e i corpi dipinti. Sentivamo che gli spiriti degli antenati, del giaguaro e dell’anaconda erano con noi. Vincere è stato un trionfo legale e spirituale: la certezza che continueremo a vivere come Waorani in una terra incontaminata, camminando con dignità».

Che cosa rappresentano per lei i “cowori”, gli stranieri?

«Da bambina, guardavo gli aerei convinta che i bianchi vivessero tra le nuvole, in un mondo senza alberi né colori. Non sono cambiati: governi e multinazionali continuano ad arrivare travestiti da soccorritori, ma sono assetati di petrolio, oro e deforestazione in nome dello “sviluppo”. Grazie alla guida degli anziani e della medicina ancestrale, abbiamo compreso che rifiutano di ascoltarci e di aprire il cuore. Poiché le nuove generazioni rischiano di subirne il fascino, abbiamo creato nei territori il programma “Educazione Propria”: è lo strumento con cui difendiamo dall’assimilazione la nostra lingua, la cultura e le radici».

Nel libro denuncia un episodio di violenza subito a 14 anni nella missione.

«Custodire certi traumi nel silenzio ci logora profondamente. Ho nascosto quella sofferenza per anni, finché non sono tornata alla mia terra natale. Lì sono guarita, nutrendomi dei frutti della foresta, prendendo la nostra medicina e camminando con la mia famiglia. Condividere le ferite permette a noi donne di guarire insieme e proteggere le future generazioni. Scrivere è stato terapeutico: ha liberato la mia coscienza e mi ha permesso di abbracciare la mia bambina interiore, dicendole che no, non è stata colpa sua. Spero che altre donne trovino la forza di aprirsi».

Un trauma che s’è aggiunto alla perdita di suo fratello in circostanze da chiarire.

«La morte di Víctor è stata un lutto immenso, ma nella nostra cultura lo spirito di chi muore si trasforma in giaguaro. So che nel mondo spirituale lui è vivo, cammina nella selva e ci avverte dei pericoli o delle malattie attraverso i sogni e la medicina ancestrale. Questo dolore ha richiesto un processo lungo, ma guarisce attraverso la natura. La sua memoria mi rende forte».

Insieme al marito continua la sua lotta per l’Amazzonia

Come è arrivata a condividere la sua lotta e anche una famiglia con un uomo bianco?

«Ho conosciuto Mitch nel 2013, durante i conflitti territoriali. Ho capito subito che amava l’Amazzonia e rispettava le nostre usanze. Insieme abbiamo visitato il Nord della foresta, dove ho visto l’impatto devastante delle petroliere, le strade grigie e la perdita della lingua nativa. Ci siamo uniti nel profondo attraverso la medicina dell’ayahuasca e un proposito comune. Oggi vive nel nostro territorio, va a caccia, pesca e abbiamo due figli. La nostra unione è nata sul campo, la sua comprensione del mondo esterno è una grande risorsa contro le minacce dei cowori».

Che tipo di madre vuole essere nel mezzo di questa battaglia?

«Mi sono schierata fisicamente sopra gli oleodotti mentre ero incinta di mia figlia Daime: la sua prima parola è stata “epe”, che significa “acqua”. Ho compreso che dovevo difendere la foresta per permetterle di crescere in una terra libera da inquinamento e malattie. Voglio essere una guida, come lo sono stati gli anziani per me, trasmettere ai miei figli la gioia di cacciare, pescare e parlare il “wao tededo”, proteggendoli dagli effetti del riscaldamento globale».

Su questo Pianeta siamo tutti interconnessi

Noi come possiamo evitare di essere complici?

«L’Amazzonia dà ossigeno, acqua, equilibrio all’intero Pianeta. Chi vive lontano deve smettere di consumare o investire in ciò che devasta la foresta. Siamo tutti interconnessi attraverso la terra: senza l’Amazzonia, non c’è vita per nessuno».

Se si guarda intorno, cosa vede?

«Vedo i bambini che girano liberi nel villaggio di Nemonpare, circondati da fiumi, animali e alberi. C’è un silenzio bellissimo. Osservo questo panorama col desiderio profondo che le generazioni future continuino a godere della natura, vivendo in pace, amore e dignità nella terra dei nostri antenati».