Il dolore è una storia che cominciamo a leggere quasi sempre dalla fine. Invece, come ogni storia, ha un inizio e una durata, segue una catena di cause ed effetti fatta di anelli apparentemente lontani che però si incastrano uno nell’altro. Un uomo incapace di accettare un rifiuto. Una violenza che si consuma nel silenzio. Nessuno di questi dolori avrebbe un finale già scritto, dice Damiano Rizzi, psicologo clinico e fondatore di Soleterre Onlus, se li guardassimo quando cominciano invece che quando è troppo tardi. È da questa convinzione che nasce il suo nuovo saggio Adolescenza, parliamone (Piemme).

Il saggio Adolescenza, parliamone (Piemme) di Damiano Rizzi
Il saggio Adolescenza, parliamone (Piemme) di Damiano Rizzi

Perché, per parlare degli adolescenti di oggi e dell’urgenza di portare l’educazione affettiva nelle scuole, ha sentito il bisogno di raccontare prima la storia di sua sorella, uccisa a 36 anni dal marito?

«La storia di Tiziana non è separata da quella dei ragazzi che incontro ogni giorno in ospedale. Cambiano le persone, ma la domanda da porci è la stessa: dove comincia davvero il dolore? E quando smettiamo di vederlo?».

Damiano Rizzi si chiede perché spesso non vediamo il dolore psichico

Riguardo a sua sorella, che risposte si è dato?

«Che nessuno riesce davvero a immaginare un epilogo del genere. Io giravo il mondo, lavoravo nelle zone di guerra e negli ospedali con Soleterre, cercando di prendermi cura del dolore degli altri. Non mi rendevo conto che una guerra si stava combattendo anche dentro casa mia».

Perché è così difficile vedere?

«Me lo sono chiesto per anni. Qualcosa avevo intuito, avevo provato a proteggerla, ma lei rivendicava la sua libertà di scelta. Il punto, però, non è che non abbia visto io. Non ha visto nessuno: i familiari, gli amici, i medici».

Non si vede o non si vuole vedere?

«Siamo dentro una cultura che fatica enormemente a riconoscere il dolore psichico. Lo minimizza. Lo normalizza. Ma quando il dolore psichico non viene visto qualche volta diventa violenza. Poco prima di uccidere mia sorella, quest’uomo attraversava un periodo di evidente sofferenza. Era andato dal medico e, da quello che so, si era sentito rispondere di prendersi qualche giorno di riposo. Il non vedere è collettivo, culturale. Chi vede si spaventa. I segnali ci sono, ma impariamo a conviverci».

Normalizziamo il non vedere?

«Quando un comportamento diventa normale, smetti perfino di accorgertene. Noi continuiamo a cercare spiegazioni dopo un femminicidio, un suicidio, un’aggressione. Ma prima? È questa la domanda che mi accompagna da anni».

Lei scrive che un femminicidio non finisce con la morte della vittima.

«Un femminicidio colpisce un’intera famiglia. Ti lascia dentro un paesaggio completamente diverso. Da un lato, c’è quello che accade fuori: le telefonate, gli avvocati, i giudici, le pratiche, le decisioni da prendere. Dall’altro, c’è quello che succede dentro, che è la parte più difficile».

Dopo un femminicidio per i familiari è difficile rielaborare le emozioni

Che cosa intende?

«Un fatto di sangue ti mette davanti alla rabbia, al desiderio di giustizia, alla vergogna, al senso di colpa. Ti costringe a capire chi vuoi diventare. Perché puoi anche presentarti da un giudice dicendo che sei pronto ad adottare il figlio di tua sorella rimasto orfano, ma, se dentro di te vuoi uccidere il padre di quel bambino, allora non sei pronto».

Il figlio di sua sorella, all’epoca, aveva 2 anni e mezzo.

«Da un giorno all’altro ha perso la mamma, il papà, la casa e tutto il mondo in cui era cresciuto. La violenza dello strappo non riguarda soltanto chi muore».

Lei come ha vissuto quello strappo?

«All’inizio è stato tutto surreale. Non ero in grado di sostenere il modo in cui la storia di mia sorella veniva raccontata. C’è il vicino che dice: “Era un bravo ragazzo”. C’è la lite finita male. E allora ti senti morire un’altra volta, perché ti rendi conto che quella narrazione continua a raccontare la violenza come qualcosa di improvviso, di accidentale. Invece non è così. Non lo è mai».

Per Rizzi il perdono è stato un passaggio cruciale e liberatorio

Lei che cosa faceva?

«Ripetevo continuamente due parole: pace e amore. Passavo il tempo ad ascoltare Bob Marley. Per una settimana non sono riuscito ad alzarmi dal letto. Mi ha salvato un libro sul perdono terapeutico. Diceva che perdonare non significa assolvere ma sciogliere il legame con la persona che ti ha fatto il male più grande. È stato il modo per riprendermi la mia libertà».

Quando ha deciso di diventare padre di suo nipote?

«Mi sembrava la cosa più naturale del mondo, ma mi sono accorto presto che per il sistema non lo era. Mi sentivo dire che ero troppo coinvolto. Come se essere il fratello della vittima fosse un limite, e non una risorsa».

Che cosa ha trovato davanti a sé?

«Un sistema lentissimo che rimandava ogni decisione mentre, dall’altra parte, c’era un bambino che stava crescendo. Questo senso di abbandono è lo stesso per tutte le persone che vivono esperienze simili».

Come avete raccontato a Filippo quello che era successo ai suoi genitori?

«Abbiamo cercato di restituirgli l’idea di un padre che ha commesso un gesto imperdonabile, ma che era una persona profondamente sofferente. Questo non toglie nulla alla responsabilità. Ci dice però dove dobbiamo intervenire».

È stato suo figlio a cambiare anche il suo modo di guardare gli adolescenti?

«Quando vivi accanto a un ragazzo che porta dentro una storia così grande, impari che i giovani parlano continuamente. Il silenzio non è solo silenzio. La rabbia non è solo rabbia. Un gesto autolesivo non è solo un gesto autolesivo. In realtà stanno cercando di dirci qualcosa».

L’adozione del nipote gli ha permesso di capire meglio i ragazzi e di dare a lui un fututro

L’emergenza arriva molto prima del gesto violento.

«Esatto. Il femminicidio, un accoltellamento, un tentato suicidio sono l’ultima pagina. Noi continuiamo a discutere dell’ultima pagina senza prima avere letto tutto il libro. Il lavoro dovrebbe cominciare molto prima, quando compaiono i primi segnali».

Suo figlio oggi è un ragazzo. Le capita di guardarlo e di pensare che, nonostante tutto, siete riusciti a costruire una famiglia?

«Anche dopo un trauma enorme si può tornare a vivere. Non si cancella quanto successo. Non si dimentica. Ma si può costruire una vita nuova».