Alla Bocconi la guardavano strano: Giulia Di Donato sembrava un’aliena quando, da studentessa, raccontava quello che aveva in mente. Un’idea di business nel sociale che ancora non esisteva, tutta da costruire in anni in cui il mondo stava edificando le fondamenta dei castelli fragili della finanza.
Giulia Di Donato e la sua impresa sociale
Invece lei, donna visionaria e concreta, un mattoncino dopo l’altro ce l’ha fatta e ora, a 42 anni e con 3 figli, è la Ceo di Welcomed, impresa sociale della nostra sanità che fa utili e li reinveste (centrowelcomed.it). Non si tratta di volontariato e non si regge sulla beneficenza, ma rappresenta un modello virtuoso che riesce ad affiancare il sistema pubblico lì dove l’accesso alle cure diventa più difficile: aiutando chi non ha i soldi per pagarsi una visita medica. Persone che non scelgono di vivere ai margini ma ai margini ci finiscono. Perché, nel Paese che quasi 50 anni fa fondò la rivoluzionaria sanità per tutti, oggi le liste d’attesa del Ssn sono infinite e curarsi è diventato un privilegio. E così dalle idee di un’economista votata al sociale è nata la Visita Sospesa®: non un claim, non una strategia di marketing, ma un aiuto vero e concreto che consente di curarsi a chi non potrebbe farlo.
Intervista a Giulia Di Donato
In cosa consiste la Visita Sospesa®?
«Si ispira al celebre “caffè sospeso”: chi sceglie di farsi curare a un prezzo calmierato in uno dei nostri tre poliambulatori – per ora tutti a Milano – sa che ogni visita a pagamento contribuisce a sostenere Visita Sospesa®. Gli utili generati vengono reinvestiti, permettendo ad altri pazienti di accedere gratuitamente alle cure. L’anno scorso abbiamo erogato oltre 13.000 prestazioni gratuite attraverso Visita Sospesa®, il 30% del totale».
Come si sostiene un modello simile? Come fate, in sostanza, a pagare i medici e il personale?
«In sanità ci sono tre modelli: il pubblico, il privato e l’accreditato. E poi ci siamo noi. Siamo una impresa sociale nel settore sanitario: una realtà che non vuole fare soldi ma fornire un servizio a chi non se lo può permettere. Siamo nati nel 2016 come Medici in Famiglia grazie all’idea dell’ingegner Paolo Colonna, presidente della Fondazione Joy, con un passato nel private equity e oggi impegnato nel sociale.
E nel 2019 siamo riusciti a registrarci alla Camera di Commercio come impresa sociale, cioè un’impresa che si sostiene grazie agli utili dell’attività erogata e a fondazioni, donazioni, bandi, raccolte fondi nelle aziende. Di queste ultime, per esempio, molte ci utilizzano per il loro welfare: i dipendenti vengono da noi, i datori di lavoro ne sostengono i costi e questi ultimi vengono appunto reinvestiti nei nostri servizi».
Come funziona la Visita Sospesa® ideata da Giulia Di Donato
In che senso reinvestite il denaro guadagnato dalle visite di chi viene a curarsi a pagamento?
«Dopo aver retribuito i nostri 130 specialisti e saldato i costi fissi, la ricchezza generata non viene spartita tra gli azionisti, ma serve a incrementare il fondo di Visita Sospesa® e l’attività stessa dell’impresa, creando servizi e aumentando la produttività. Più persone vengono a curarsi da noi, più cresce la possibilità di far accedere alle stesse cure anche chi non può permettersele».
Che tipo di prestazioni erogate? E che differenza c’è tra voi e i grossi centri specialistici?
«Non c’è nessuna differenza nella qualità, ma tantissima nella presa in carico: offriamo non una semplice visita specialistica, ma intere équipe a disposizione delle persone, che non devono quindi passare da un medico all’altro per avere diagnosi e cure. Soprattutto, ci occupiamo dell’intera famiglia».
Ci faccia capire meglio. Come agite se un bambino deve essere curato?
«Siamo in rete con scuole, enti del terzo settore e associazioni sportive. Formiamo gli insegnanti per aiutarli a decifrare i campanelli d’allarme, per esempio riguardo a problemi del linguaggio o del comportamento. Organizziamo incontri informativi con i genitori ed effettuiamo screening sui ragazzi per disturbi dell’apprendimento o problemi oculistici.
I nostri specialisti vanno nelle scuole e, dopo aver presentato il progetto, incontrano i bambini per fare vere e proprie visite, restituendone poi i risultati ai docenti. Se a un bambino occorre un logopedista, viene accolto in uno dei nostri ambulatori. Qui il “case manager” si occupa non soltanto del piccolo paziente, ma consulta il suo pediatra di riferimento e i docenti per poi passare alla famiglia: l’obiettivo è capirne le criticità e prendere in carico, se occorre, anche i fratelli. Il cuore del nostro lavoro sono le famiglie, perché è lì che si può fare vera prevenzione».
I requisiti per accedere al servizio
Quali requisiti occorrono per accedere a Visita Sospesa®?
«Per avere la totale gratuità occorre un Isee inferiore agli 8.000 euro, fino ai 15.000 ci sono forti riduzioni. Però anche le altre visite hanno tariffe calmierate perché, appunto, lo scopo non è la ricchezza, ma l’inclusione. E più pazienti acquisiamo, più riusciamo a curare quelli che altrimenti non verrebbero».
Quindi nelle vostre sale d’attesa ci sono sia persone che accedono a pagamento sia persone che accedono tramite Visita Sospesa®.
«La nostra sala d’attesa è il mondo, e questo fa parte del progetto: far incontrare le culture, in un confronto che non è mai scontro, grazie soprattutto ai bambini, che giocano insieme aspettando il loro turno senza porsi troppe domande e senza alcun pregiudizio. Anche le sale d’attesa sono progettate per accogliere i pazienti nella bellezza di spazi colorati: tutto ciò fa parte dell’umanizzazione delle cure, cioè la creazione di ambienti in cui non ti senti un numero ma una persona. E, se chi paga si aspetta questo servizio, noi vogliamo offrirlo anche a chi i soldi non ce li ha».
Come fate a intercettare le persone in difficoltà?
«Sono i nostri enti invianti – circa 180 sul territorio, sia pubblici sia privati, dalle scuole alle associazioni, fino alle parrocchie – a segnalarci le situazioni di maggiore fragilità, ma anche i nostri stessi esperti, quando incontrano bambini e famiglie sempre attraverso le scuole. Il lavoro sul territorio è fondamentale».
Questo modello potrebbe funzionare anche in altri settori?
«Il mio sogno è che il nostro possa diventare un modello di imprenditoria sociale replicabile in altri ambiti socio-educativi e sanitari. Pensate alle Rsa o alle scuole private, dove la retta potrebbe servire a consentire l’ingresso in quell’istituto a chi non può permetterselo. Certo, occorre un bel cambiamento culturale, a cui oggi forse non siamo ancora pronti nel nostro Paese».