«Sono un’accademica strana, bionda e piena di gioielli, che parla di finanza e di numeri, frequenta molto i social e ha il corpo ricoperto di tatuaggi». Si presenta così Azzurra Rinaldi, economista femminista, docente di Economia Politica e direttrice della Gender School of Economics dell’Università Unitelma Sapienza di Roma, co-fondatrice di Equonomics e dei movimenti Il Giusto Mezzo e #DateciVoce. Da anni, a suon di dati e solide argomentazioni, confuta la tesi che in Italia la parità di genere sia ormai raggiunta e promuove l’indipendenza economica delle donne come strumento di prevenzione anche della violenza. Del suo nuovo libro Soldi, sesso e potere. Come il desiderio muove il mondo (e i mercati) edito da Rizzoli, dice che è «un manifesto. La mia speranza è che anche grazie a esso ciascuna donna possa fare la sua rivoluzione».

Perché ha scelto un tono meno morbido rispetto agli altri saggi?
«Mi avvicino ai 50 anni (ne ha 48, ndr) e sto entrando nella fase delicatissima e altrettanto potente della menopausa. So di meritare il mio spazio – me lo sono preso per più di 400 pagine (sorride, ndr)- e di non dover chiedere il permesso. Ho sentito il bisogno di tirare un filo logico tra aspetti che di solito trattiamo come disgiunti ma che sono collegati, dal matrimonio alla finanza femminista, dal sex work al corpo come luogo di controllo sociale».
Si parla dell’empowerment femminile in modo sbagliato
Cosa la infastidisce dei discorsi sull’empowerment femminile?
«Ne parliamo con retorica e come se alle donne mancasse sempre un pezzetto per essere adeguate, rispetto soprattutto al lavoro. Da un lato, c’è la narrazione del “Se vuoi puoi”, perché su molti fronti non ci sono più barriere normative. Dall’altro, diciamo: “Se non ce l’hai fatta o se vuoi farcela, allora devi cambiare alcune cose di te”. Cercare di migliorarsi va bene, però mi chiedo: è possibile che siano sempre e solo le donne da aggiustare? Il problema è che questo mercato del lavoro non è tagliato su misura per loro, è come lo stampino di un biscotto dove tu fatichi a entrare».
Vede aspetti critici anche nella Naspi.
«Sì, per un certo uso che se ne fa. Rimani incinta, ti licenzi perché hai diritto a 2 anni di retribuzione. Dopodiché il nostro mercato del lavoro non ti riprende. La Naspi è come lo scivolo al parco giochi: scendi velocemente, ma risalire è difficilissimo. Del resto, come potresti lavorare visto che non ci sono gli asili nido? Se anche rientri, di solito scatta il “Monopoly effect”: riparti dal via, come se non avessi fatto niente prima. Trovo surreale che dei soldi pubblici vengano utilizzati in questo modo invece di usarli per aiutare le donne a mantenere un impiego una volta diventate madri».
Sottolinea che ogni euro speso dallo Stato non è neutro in termini di genere. In che senso?
«Se intervieni sui trasporti pubblici, l’impatto è maggiore sulla vita delle donne che li usano più degli uomini. Se migliori l’illuminazione delle strade, è più forte l’effetto per le donne che sono a maggiore rischio di aggressione. Ignorare le disuguaglianze fa spendere soldi in maniera meno equa e meno efficiente».
Azzurra Rinaldi analizza il tema del capitale erotico legato al corpo delle donne
Cosa intende per capitale erotico?
«In questo sistema che si regge sull’abbraccio tra capitalismo e patriarcato, ognuna di noi ha un capitale erotico legato al proprio corpo. Mia nonna, quando ero ragazzina, diceva: “Come sarebbe bello se sposassi un imprenditore”. L’idea sottesa era: barattiamo il tuo capitale erotico di ragazza carina per una sicurezza economica. I corpi sono tutti diversi, ma lo standard che si è imposto è quello degli uomini al potere: la donna che fa status per loro è sempre giovane e magra. Domina la grassofobia, le immagini delle ultime passerelle sono devastanti: di nuovo corpi incredibilmente magri. Il capitale erotico ha messo in ombra il resto di quello che potevamo essere e fare, perché il nostro corpo arrivava prima di noi. E le donne ancora oggi per essere desiderate devono spesso sacrificare il proprio tempo, la salute, il denaro e anche la spontaneità».
Che cosa significa in questo contesto parlare del valore del corpo in menopausa?
«Permette di smontare due meccanismi patriarcali: l’equazione tra il valore femminile e la capacità riproduttiva e la subordinazione del corpo a uno sguardo maschile, estetico, abilista, razzista e giovanilista».
Su alcuni temi il suo essere economista mette in crisi l’essere femminista
Ha detto che i capitoli sulla PMA (Procreazione medicalmente assistita), la GPA (Gestazione per altri), e il sex work sono stati per lei i più difficili da scrivere. Perché?
«Perché lì si intrecciano questioni complesse: da femminista, promuovo l’idea è che il corpo è tuo e tu sei libera di farci quello che ti pare. Ma lo sguardo dell’economista dice: “Come fai a ignorare che sotto ci siano delle dinamiche legate ai soldi e al potere?”».
E come si esce da un tale inghippo?
«Con un costante richiamo all’etica. Una forte esigenza di onestà mi ha spinto a scrivere questo libro, pur sapendo che certe parti non avrebbero fatto felici alcune amiche femministe. Resta cruciale la libertà, ma non va dimenticato che la PMA, la GPA e il sex work vivono all’interno di logiche di mercato».
Nel finale del libro indica pratiche costruttive. Ci spiega le 3 R?
«Le voci da tradurre in azione sono riconoscere, redistribuire e rappresentare. Riconoscere significa rendersi conto e valorizzare, per esempio, tutte le attività di cura di cui si fanno carico le donne. Poi occorre redistribuire, perché reddito, ricchezza e potere non sono distribuiti in modo equo ma riflettono precisi rapporti di forza. Ed è cruciale la rappresentanza. Chi siede dove si prendono le decisioni – governi, banche centrali, Cda – stabilisce cosa conta e cosa no e come gestire le risorse. Vari studi mostrano che una maggiore presenza di donne nei luoghi decisionali porta a una maggiore attenzione alle politiche di welfare. C’è infine una quarta R: rigenerare. Viviamo in un sistema di crescita lineare: prendi quello che ti serve, lo usi, lo butti. È uno sfruttamento estremo che non può continuare».
Occorre rendere possibili nuovi tipi di leadership
Occorre quindi forgiare una nuova forma di leadership?
«Finora, anche nel caso di posizioni apicali femminili,il sistema di solito ha filtrato un tipo di donna che non mette in discussione l’ordine esistente, che fa sentire gli uomini a loro agio. L’idea è invece creare una rappresentanza tale che si possano vedere stili di leadership diversi. A me piacerebbe molto poter mostrare alle mie tre figlie (di 15, 12 e 10 anni, ndr) e a tutte le donne che non solo ci sono norme che ti permetto di arrivare dove vuoi, ma che tu puoi arrivarci così come sei. Ecco, questo è il messaggio rivoluzionario che vorrei dare».