C’è qualcosa che accomuna islandesi e italiani, almeno quelli che vivono in aree a ridosso di vulcani, faglie sismiche e altre insondabili ma probabili fonti di disastri naturali. È la sensazione di stare sempre sul chi va là, di vivere l’oggi perché domani chissà. «Di andare a letto ogni sera pensando che potresti ricevere una chiamata in piena notte» aggiunge Sara Barsotti, vulcanologa di Carrara a capo del Dipartimento attività vulcanica e pericoli vulcanici presso l’Ufficio meteorologico dell’Islanda, l’isola dei ghiacci e dei vulcani.

Sara Barsotti vuole contribuire alla convivenza tra uomini e vulcani

A questo incarico prestigioso e di grandissima responsabilità – perché deve trasmettere alla Protezione civile le informazioni giuste al momento giusto – è arrivata 13 anni fa. Alle spalle aveva un percorso di ricercatrice al nostro Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia e un progetto sui modelli matematici per prevedere lo spostamento delle ceneri vulcaniche nell’atmosfera. Insomma, il suo era il curriculum perfetto per quel posto a Reykjavík all’indomani del ritorno in attività del vulcano Eyjafjallajökull, che nel 2010 si era risvegliato dopo quasi due secoli spargendo ceneri nei cieli di mezza Europa e paralizzando il traffico aereo. Oggi che le eruzioni continuano a creare disagi ai voli, come ha fatto l’Etna ad agosto, lei coltiva l’ambizione di contribuire alla convivenza tra uomini e vulcani, capendo meglio il rapporto tra il sotto e il sopra la superficie terrestre.

Gli islandesi, in questo rapporto, se la cavano meglio degli italiani?
«Se ripercorriamo le tappe dalle prime colonizzazioni a oggi, dall’eruzione del Laki nel 1783 che cambiò il clima europeo e decimò il bestiame dell’isola fino alle recenti eruzioni nella penisola di Reykjanes, c’è un punto fermo: gli islandesi guardano negli occhi i fenomeni naturali. E, in generale, sono più pratici nel risolvere le questioni quando sono “calde”».

Gli Osservatori dell’Etna e del Vesuvio sono all’avanguardia

Sono anche più bravi nel prevederle?
«No. I nostri Osservatori dell’Etna e del Vesuvio sono all’avanguardia nei sistemi di allerta. La vulcanologia nasce in Italia, c’è una tradizione di cultura e competenza difficile da trovare in altri Paesi del mondo. La difficoltà sta nei modelli di riferimento. In vulcanologia non sono possibili previsioni scientifiche delle eruzioni imminenti, possiamo lavorare solo sull’osservazione: più frequenti sono gli eventi sismici ed eruttivi di un sistema vulcanico, più possiamo calibrare i sistemi di osservazione. Ma per il Vesuvio, da quando esistono i monitoraggi, non abbiamo una serie di eventi che possano fornire una base di conoscenza. Mentre per i Campi Flegrei disponiamo di una storia ricca, compresi i recentissimi terremoti dovuti alla pressione di fluidi e gas nel sottosuolo, però il monitoraggio strumentale continuo è relativamente recente».

Gli islandesi sanno di dover sempre essere preparati al verificarsi del pericolo

Lei è partita per l’Islanda quando l’emergenza erano le ceneri vulcaniche nell’atmosfera. Come si è evoluto il suo percorso?
«Da quando sono venuta a lavorare qui, le eruzioni sono state tutte effusive, senza ceneri ma con rilascio di gas. Nel frattempo, però, abbiamo messo a punto notevoli sviluppi tecnologici e acquisito una maggiore conoscenza degli scenari eruttivi: adesso radar e satelliti ci permettono di osservare meglio. Ed è migliorato molto l’aspetto della comunicazione, cioè quanto velocemente possiamo fornire le informazioni a chi deve elaborarle per la sicurezza dello spazio aereo e della popolazione. Lo abbiamo sperimentato anche con le nuove eruzioni nella penisola di Reykjanes, attiva dopo secoli di relativa quiete, che oggi minacciano la zona più popolosa dell’Islanda».

Gli islandesi come convivono con questo pericolo costante e diffuso sul territorio? Cosa vuol dire, anche per lei, stare sul confine tra terra e fuoco?
«Credo che questo si traduca nell’essere sempre preparati. È come se fossimo un po’ in attesa, consapevoli che qualcosa può succedere da un momento all’altro. Io l’ho imparato qui, non avevo queste sensazioni quando vivevo in Italia. È un aspetto che in Islanda riguarda in generale il rapporto con la natura, fatta di ghiacci, terremoti e vulcani, che ti mette costantemente davanti all’imponderabile».

I vulcani ci ricordano che non viviamo su una superficie stabile

I vulcani ci ricordano che non viviamo sopra una superficie immobile…
«Noi ce ne dimentichiamo spesso, ma loro sono lì a ricordarcelo!».

Le manca l’Italia? Tornerebbe a vivere e lavorare qui da noi?
«Il tuo Paese ti manca sempre. E io sono costantemente in contatto con i colleghi italiani: spesso è proprio a loro che chiedo consiglio quando ho delle perplessità. Ma credo che il mio percorso qui non sia ancora finito: l’obiettivo che io e il mio team ci siamo posti è quello di rendere il più possibile accurate le informazioni da passare a chi deve prendere decisioni importanti in tempi brevissimi. Su questo abbiamo fatto molti progressi, ma vogliamo spingere il limite ancora più in là, perché la posta in gioco è altissima quando si tratta di sicurezza».

Nel team di Sara Barsotti è forte il senso di comunità

In questo delicato compito lei guida un team di 10 persone. Crede che in Italia, da donna, sarebbe stato più difficile occupare una simile posizione di leadership?
«Forse un tempo sì, però adesso le cose stanno cambiando. Magari a livello decisionale ci sono ancora più uomini, ma, per esempio, l’Osservatorio vesuviano ha da tempo una dirigenza femminile. C’è più equilibrio di genere e di sicuro esistono molte più possibilità per le colleghe di dimostrare la propria competenza. Si respira un forte senso di comunità».

Osservare i vulcani aiuta anche in questo?
«Sì, perché anche qui hanno qualcosa da insegnarci: ci costringono a ragionare per priorità e a mettere da parte tutto ciò che non serve allo scopo comune. In fondo, noi lavoriamo per tenere al sicuro le persone: la nostra capacità di collaborare viene prima delle necessità e dei desideri dei singoli».

Lei è una delle ospiti del Festival della Mente

Sara Barsotti, la vulcanologa italiana a capo del Dipartimento per i pericoli vulcanici in Islanda, è tra i relatori del prossimo Festival della Mente, dal 4 al 6 settembre a Sarzana, in Liguria. L’edizione 2026 è dedicata al fuoco, elemento sacro e simbolo tanto di purificazione quanto di distruzione. Con incontri, workshop e ospiti importanti, dallo storico Alessandro Barbero alla scrittrice Melania Mazzucco, il festival esplora i molti volti del fuoco e i temi che oggi accende: dall’Intelligenza artificiale, il nuovo fuoco primordiale, alle infiammazioni in neurologia, dal fuoco delle passioni a quello delle arti, da quello trasformativo in gastronomia a quello attualissimo della guerra. Il programma è su festivaldellamente.it.