«Ho avuto chiaro sin da piccola che per le donne i giochi erano truccati» premette Susanna Martucci. Terza figlia di un generale, è cresciuta nel rispetto di regole rigide e molto diverse per femmine e maschi. E questo l’ha spinta a costruirsi una carriera imprenditoriale.

Susanna Martucci con Alisea trasforma scarti in design

Oggi è fondatrice e Ceo di Alisea, una società benefit che trasforma scarti e residui delle lavorazioni. Il nome declina al femminile gli alisei, venti costanti che facilitano le traversate oceaniche. Il motivo? «Sapevo di dover affrontare un lungo viaggio per arrivare ai miei obiettivi».

Lei non viene da una famiglia di imprenditori. Come lo è diventata?
«Ho dovuto crearmi un lavoro per poter dimostrare le mie capacità, avendo constatato in prima persona quanto poco libere fossero le scelte per le donne della mia generazione. Io ho 68 anni e, per darle un’idea, non ho potuto decidere né la scuola superiore né il corso di laurea. Mia madre, che non poteva lavorare, mi ha sempre incitato a diventare indipendente.

Eppure, anche dopo la laurea in Legge, scelta da mio padre, ho sostenuto un colloquio per l’ufficio legale di una banca, perché così voleva lui. Per fortuna non mi hanno preso. Tempo dopo ho scoperto che la selezione era andata benissimo, ma per una posizione dirigenziale una donna non era prevista».

E in seguito che lavoro ha svolto?
«Ho risposto a un’inserzione di Arnoldo Mondadori e nel 1983 ho inaugurato la mia agenzia, M83 sas, per vendere i prodotti Mondadori e Disney. Ero l’unica donna agente in Italia e il mio team era tutto femminile. Poi la proprietà è cambiata (passando al gruppo De Benedetti, ndr), il lavoro pure e nel 1994 ho creato Alisea. Vendevo alle aziende gadget di design prodotti in Italia, ma spesso finivano per prediligere prodotti simili provenienti dall’Estremo Oriente a un prezzo nettamente inferiore. Ero demoralizzata».

La nascita di Alisea

Quando ha deciso di concentrare l’attività di Alisea sugli scarti?
«Alcuni anni prima, su un treno, avevo sentito due persone discutere di quanto il futuro sarebbe stato problematico per le “immondizie”, come chiamavano gli scarti di lavorazione. In quel momento difficile quel dialogo mi è tornato in mente come una folgorazione: ho iniziato a indagare che tipo di materiale le aziende buttassero al termine del processo produttivo, in modo da creare gadget che raccontassero la loro storia».

Mi fa un esempio?
«Per il distributore di un importante brand automobilistico tedesco abbiamo creato una penna con scarti dei fanali provenienti dalle auto rottamate. Le penne riportavano scritte come: “Ero il fanale di un’Audi 80”. Ce le hanno comprate subito: erano un prodotto unico che raccontava la storia di quell’attività».

La polvere di grafite diventa Perpetua la Matita

Susanna Martucci con Alisea trasforma scarti in design

Come è arrivata a brevettare un materiale a base di grafite, g® upgraded recycled graphite, che è anche un marchio registrato?
«Nel 2013 un’azienda di Torino che lavora con la grafite ci ha consegnato una bottiglietta di polvere nera. Ne portavano a tonnellate in discarica e con una parte volevano fare una matita per una fiera aerospaziale. Ho convocato tutti gli ingegneri e i tecnici che conoscevo e ho detto loro: “Questa polvere deve scrivere”.

Dopo due giorni un capofabbrica è arrivato con un mozzicone: è stata la base. Per il design ho chiamato un’altra donna: Marta Giardini, architetto e designer. È nata così Perpetua la Matita, premiata nel 2016 con la Menzione d’Onore al Compasso d’Oro ADI e oggi presente nei bookshop dei grandi musei di tutto il mondo. Ma la sua produzione è stata un problema».

Perché?
«Perché in Italia nessuno fabbricava più matite. Così ho deciso di produrla io, con l’ambizione che diventasse un simbolo italiano riconosciuto dovunque. Perpetua non è un aggettivo, bensì un nome, preso alla domestica di don Abbondio, perché per me la matita ha un’identità femminile. Perpetua è una ribelle, perché ha rivoluzionato il concetto di matita: ha un lato piatto e per il resto è tonda, ha la gomma alla sommità, ma non è fissata con nessuna colla».

Le altre creazioni

Con la grafite cos’altro realizza?
«Alisea produce Perpetua Dionisio®, un diffusore acustico per smartphone fatto con lo Zantech, un materiale che è all’80% polvere di grafite recuperata e potenziata: pulisce e migliora la qualità del suono senza elettricità.

Susanna Martucci con Alisea trasforma scarti in design

Perpetua Dionisio®, diffusore acustico per smartphone in Zantech, tecnopolimero a base di g® upgraded recycled graphite.

Ho creato Graphii coat 30GP, un rivestimento per l’edilizia sostenibile che resiste al fuoco fino a 50 minuti: può bastare a salvare una vita.

Susanna Martucci con Alisea trasforma scarti in design

In collaborazione con il reparto R&D di Listone Giordano e Icro SPA ho messo a punto g_ink®, una finitura per parquet che lo rende più resistente all’usura e gli conferisce un grigio inconfondibile.

Sul mercato c’è anche g_pwdr® Technology, trattamento e tintura per tessuti che li rende anti UV (fino a UPF 50+) e ne abbatte la carica batterica. Abbiamo scoperto questa caratteristica perché chi metteva le nostre maglie per correre non “puzzava”. Testeremo il prodotto a breve su alcuni sportivi specializzati in outdoor».

Susanna Martucci con Alisea trasforma scarti in design

Un capo della collezione Xacus G-Powder che applica il sistema di tintura per tessili g_pwdr®

Le donne continuano a subire disparità, anche se diverse da quelle che lei ha descritto. Per esempio, sono meno pagate e meno stabilizzate contrattualmente. Cosa suggerirebbe a una ragazza di oggi?
«Di lottare per cambiare le cose. Ma il primo mutamento riguarda noi stesse. Le faccio un esempio: in epoca Covid, quando si poteva lavorare da remoto, raramente le donne chiedevano ai compagni o mariti di non andare in ufficio per stare con i figli. Come se i bimbi fossero solo delle madri. Anche le ferie le donne solitamente le chiedono quando le ha già prese l’uomo, il contrario avviene di rado».

Da un rifiuto nasce qualcosa che vale

La sua vita è cambiata dopo il no di quella banca e lei ha costruito un’azienda che si basa su materiali di scarto. Pensa ci sia una lezione da imparare?
«Sono stata rifiutata da una banca e ho costruito un’agenzia commerciale con donne “scartate” da altre imprese perché avevano famiglia. Ho un’azienda che lavora resti di produzione e il packaging è affidato a persone disabili, escluse da altri impieghi perché non sono performanti. A impacchettare una matita ci mettono più degli altri, ma possono contare sul supporto di molti volontari. E, quando andiamo a vederli, ci fanno “volare” per l’emozione. Quindi, sì, credo che il filo rosso delle mie esperienze sia saper vedere che da uno svantaggio può nascere qualcosa di buono, da un elemento marginale qualcosa che vale. L’importante è non arrendersi. Un ostacolo sulla nostra strada non è la fine del tragitto: è l’inizio di un percorso diverso».