Questa settimana mi è arrivata una lettera che voglio condividere con voi.
«Sono Valentina e ho 31 anni. Ho lavorato negli ultimi anni nella comunicazione e nell’editoria e, da quasi un anno, sono mamma di una bambina. Fino a qualche mese fa pensavo che il momento più complicato sarebbe stato imparare a essere madre. Poi è arrivato il rientro al lavoro. Avevo chiesto, invano, di anticipare il mio orario per renderlo compatibile con i tempi di una bambina piccola. Ho proposto un part-time o altre soluzioni». Ma, come mi scrive Valentina, non è stato possibile trovare un punto d’incontro.
Rinunciare al lavoro post maternità
Così, con una bambina piccola, un gatto di nome Arturo e diversi anni di studio e lavoro alle spalle, è diventata una disoccupata che cerca di capire come ritrovare la propria strada. «O come inventarsene una nuova» continua nella sua lettera. «Da allora, guardo con occhi diversi numeri, testimonianze e storie delle donne che lasciano il lavoro dopo la maternità. E trovo paradossale il contrasto tra un Paese che si interroga sulla denatalità, invitando a fare figli e parlando di sostegno alla famiglia, e la realtà quotidiana di tante di noi che scoprono la difficoltà di continuare semplicemente a lavorare».
Il prezzo più alto è delle madri
Cara Valentina la tua storia mi deprime e mi fa arrabbiare. Sono diventata madre la prima volta nel 2003, più o meno all’età che hai tu oggi. Allora ci raccontavano come supereroine, creature straordinarie immolate sull’altare della conciliazione, condannate a un cronico sfinimento, vittime di una narrazione tossica. Alcune di noi erano costrette a licenziarsi, altre pagavano un prezzo altissimo per tenere i pezzi insieme. Abbiamo dibattuto, protestato, rivendicato il diritto alla condivisione paritaria della cura dei figli con i padri, quasi sempre rimasti ai margini. Ci siamo ribellate come fecero le nostre madri e nonne. Lo abbiamo fatto per noi, per le nostre sorelle minori, per le nostre figlie ma anche per tutti i maschi dentro e fuori dalla nostra vita. Perché un mondo paritario è un mondo più felice anche per loro.
I figli sono ancora solo delle mamme
Ci siamo illuse che avremmo consegnato a voi, mamme di oggi, un mondo più accogliente e più comodo. La tua lettera, di cui ti sono grata, dice che non è andata così. La politica ci rimprovera di non fare figli. Le statistiche ci mostrano un tasso di natalità tra i più bassi d’Europa. La situazione non cambierà se i bambini resteranno un problema delle madri, non una responsabilità della coppia né tantomeno una ricchezza della società tutta. Vogliamo avere i figli e anche il lavoro che ci piace, il pane e le rose. Ogni rinuncia, ogni Valentina costretta a fare un passo indietro, è un fallimento collettivo, inaccettabile.
La maternità porta nuove competenze
Ma a te, Valentina, voglio dire una cosa che con la rabbia non c’entra. Quello che ti è successo non è un tuo fallimento: è un muro che qualcuno ha deciso di non abbattere. Il tuo curriculum, con la maternità, si è arricchito di competenze e consapevolezze. Concediti il tempo di arrabbiarti, poi torna. Aspettiamo la tua prossima lettera per conoscere la tua nuova strada.