Ricordo ancora la scena. Lavoravo da diversi anni in una grande azienda editoriale. Una di quelle in cui è difficile farsi notare, qualcuno direbbe “Sei solo un numero”. E invece qualcuno – la persona che mi aveva scelta poco più che 25enne per lanciare un nuovo progetto, che mi aveva fatto crescere e aveva creduto in me – non solo mi aveva “vista” ma, lasciando il suo posto, aveva fatto il mio nome per la successione. Un’emozione devastante. Passato il vaglio della “commissione valutatrice”, ovvero i big boss dell’azienda, diventavo per la prima volta direttrice. Avevo 39 anni e parecchia tremarella. Ma anche un’incoscienza e una smania di conquistare il mondo, che in confronto Supergirl, la cugina kriptoniana di Clark Kent, mi sembrava una scolaretta.
Non tutte le cape sono “stronze”
Dunque, la scena. Ero nel corridoio, fresca di nomina, quando uno degli storici colleghi dell’ufficio grafico, uno famoso per essere duro e puro, mi ferma e mi dice: «Dovrei farti le congratulazioni e invece mi dispiace, ora diventerai come tutti i capi: una stronza». Così, secco. Sparato il colpo, comincia ad argomentare le ragioni per le quali il mio nuovo ruolo avrebbe comportato un cambiamento “strutturale” della mia persona, con inevitabile crescita di pelo sullo stomaco e progressiva insensibilità, dote fondamentale per munirsi di quella “corazza” di cui i capi necessitano per andare avanti “senza se e senza ma”. Se voleva scoraggiarmi al debutto nel mio nuovo incarico… non c’era riuscito.
Voce del verbo “potere”
Nella mia testa il “potere” non aveva niente a che fare con quella cosa che usano i despoti o certi amministratori poco illuminati per imporre le loro decisioni. Era un meraviglioso verbo all’infinito, che mi dava la possibilità di fare cose; anche di cambiarle, se necessario. Diffidare o ostracizzare ciò che non ci piace non serve a niente. Molto meglio provare a rivedere lo schema e proporre qualcosa di nuovo. E quale migliore occasione che farlo dall’interno?
Il prezzo da pagare: fare gli uomini
Venivamo tutti in quegli anni – non solo il collega contestatore che mi aveva chiuso in una casella, ancor prima di vedermi all’opera – da modelli di leadership muscolari e poco empatici, costruiti sulla scia di una lunga e incontrastata egemonia maschile. Le poche donne che avevano ottenuto posti di rilievo, avevano aderito – salvo rare eccezioni – a un sistema di valori pensato per gli uomini e imbastito su ruoli ormai vecchi e stereotipati basati sulla logica del pugno di ferro, del tutto indifferente alle istanze di quella nuova fetta di lavoratrici che nel corso degli ultimi decenni aveva popolato scrivanie e uffici dei cosiddetti “piani alti”. Accettare le regole decise dai maschi era il prezzo da pagare per poter sedere allo stesso tavolo.
Nascita delle multitasker
Finché non è arrivato il nostro turno. Chiusa l’era delle Katharine Parker e Tess McGill (alias Sigourney Weaver e Melanie Griffith di Una donna in carriera), ambiziose e talentuose working girls della prima ora, si era aperta quella delle Kate Reddy (alias Sarah Jessica Parker di Ma come fa a far tutto?), spericolate lavoratrici col fiato corto, disposte a una vita d’inferno pur di tenere insieme figli e sogni di gloria. Prototipo di quelle multitasker che hanno via via formato una nuova classe dirigente, meno dispotica e “virile”, più inclusiva e “in ascolto”. Non solo dei propri bisogni, ma anche di quelli delle altre. Perennemente in bilico tra il successo e il burnout. Pioniere di un nuovo modo d’intendere (e gestire) il privilegio del comando.
Il nuovo pink power
Questo accadeva agli inizi del nuovo millennio. Cosa è cambiato negli ultimi 20 anni? È quello che abbiamo provato a capire chiedendo a 5 donne di potere di raccontarsi e posare per la copertina di questo numero. Rappresentanti di una nuova “prima linea”, che conta ancora numeri di nicchia, ma ha tutte le carte in regola per crescere e cambiare le regole. Hanno età, esperienze e competenze differenti, ma sono tutte accomunate da carriere in ambienti prevalentemente maschili e cammini non facili per arrivare dove sono. Hanno aggirato ostacoli, smantellato stereotipi, creato alleanze, provato a delineare mappe diverse per raggiungere il famigerato soffitto di cristallo. Lo hanno demolito, finalmente? In parte. Ma hanno capito una cosa importante: il primo soffitto da abbattere è quello nelle nostre teste. Solo quando ci autorizziamo ad ambire al posto che ci spetta, senza paura di non essere all’altezza, senza preoccuparci di nascondere i capelli biondi o il bambino da prendere all’asilo o qualsiasi altro pregiudizio ci attribuiscano per denigrarci e farci sentire in difetto, possiamo arrivare dove vogliamo. Anzi, ci siamo già arrivate. Ora, bisogna fare largo alle altre.