Non bastavano le love scam, le truffe amorose online, e neppure la sextortion: ora ci sono anche le provocazioni sui social, studiate per spingere a reagire, a cui segue la possibile querela per diffamazione. Ma il vero scopo di chi mette in atto questi “trucchi” è solo ottenere denaro per non presentare la querela. Si stanno moltiplicando queste tecniche estorsive, tanto che gli esperti mettono in guardia.
La trappola delle provocazioni online
Il meccanismo è semplice, semplicissimo, e ha a che fare con il modo in cui si interagisce online e si usano i social. Quando si vede un post o un contenuto “forte”, infatti, si è spesso indotti a commentare: a volte ci si limita a mettere un like, in altri invece si ricorre a una reazione di disappunto o sorpresa. Ma quando dalle emoji si passa alle parole, ecco che il rischio è dietro l’angolo. Perché sui social si è portati a esprimere ogni pensiero, a volte in modo molto critico, persino ai limiti della violenza verbale e oltre. È come se si pensasse di poter affermare le proprie idee e opinioni, senza freni. Ma così non è e qualcuno lo ha capito bene, pensando di sfruttare l’ingenuità o l’istinto degli utenti per far cassa.
Come funziona la richiesta di risarcimento
Tutto inizia, quindi, con un commento che spesso accompagna una foto. «Uno dei casi più frequenti è quando ci si imbatte in una foto “spinta”: è capitato, per esempio, che una persona trans o una giovane donna postasse su Instagram uno scatto molto provocatorio, con un atteggiamento ammiccante e in primo piano parti del corpo ricostruite. Poi ha aspettato i commenti alla foto, che puntualmente sono arrivati. Chiaramente ce ne sono stati diversi anche con critiche accese, per le pose mostrate, quasi in atteggiamenti sessuali espliciti. Poi il titolare dell’account ha fatto scattare immediatamente la minaccia di diffida con possibilità di procedere con la querela per diffamazione, a meno di non pagare una somma per non procedere», spiega l’avvocata Marisa Marraffino, specializzata in diritto digitale.
La minaccia e la richiesta di denaro
Di fronte al rischio di finire in tribunale con l’accusa proprio di diffamazione, ecco che in molti sono disposti a mediare, ossia a pagare una somma per chiudere la faccenda senza incorrere in un procedimento. «Il meccanismo – ormai sempre più collaudato – sta proprio in questo: si provoca appositamente per indurre una reazione, a volte eccessiva, di fronte alla quale si pone poi una scelta. O si paga o si viene denunciati. Non si tratta di episodi isolati, ma di richieste seriali che capitano sempre più spesso», spiega ancora Marraffino, che aggiunge: «Dipende poi dai casi, se la critica non trasmoda nella diffamazione non si deve pagare. In altri casi, però, può essere opportuno valutare se pagare il risarcimento del danno di immagine, per chiudere la questione, specie se il commento è più forte o potenzialmente offensivo. », racconta l’avvocata.
Quanto denaro viene richiesto
I pagamenti, in ogni caso, non sono da poco: «Naturalmente la cifra dipende dal commento e dalla popolarità della persona offesa, ma in genere dai 5 mila euro in su – chiarisce Marraffino – Poi di solito inizia la trattativa e si scende molto. L’obiettivo spesso è incassare più soldi nel minor tempo possibile. Una causa costerebbe tempo, dispendio di energie e non sempre i tribunali riconoscono risarcimenti così alti per le diffamazioni a mezzo social». A pesare, quindi, è soprattutto la paura che nasce in chi riceve la richiesta di risarcimento, che può spingere a pagare per porre fine alla questione in tempi rapidi e senza strascichi. Ma cosa accade se non si paga?
Cosa si rischia se non di paga
Il rischio paventato, in caso di mancato risarcimento, è di essere denunciati per diffamazione a mezzo social: «Nella diffida si chiede un risarcimento del danno per evitare la causa civile o la querela, appunto. La persona che ha offeso ha molto da perdere, anche a livello di costi in una eventuale causa, quindi spesso preferisce pagare, arrivando a una transazione in tempi rapidi», conferma l’esperta. Il termine per presentare la querela è per legge di tre mesi dal giorno in cui si viene a conoscenza del commento lesivo.
Dalla diffamazione all’odio razziale: i possibili reati
«A volte si sposta in avanti il dies a quo, il termine a partire dal quale inizia il conteggio, magari producendo una mail in cui qualcuno avvisa la persona offesa del commento offensivo. Può accadere anche dopo mesi: le diffide, infatti, possono arrivare anche dopo un anno dal commento», chiarisce Marraffino, che mette in guardia: «In alcuni casi la diffamazione a mezzo social può essere aggravata ad esempio dall’odio razziale (ed è procedibile d’ufficio) oppure può far ipotizzare anche il reato di istigazione a delinquere».
L’identikit del provocatore
Il fenomeno è in aumento e la tecnica, per gli esperti, è ormai ben riconoscibile, come l’identikit di chi la mette in atto: «Il primo passo è scrivere post provocatori, su temi controversi o dal contenuto molto spinto, per stimolare gli insulti, anche pesanti, che inevitabilmente arrivano. A cascarci sono in tanti, anche studenti universitari o pensionati. Gli autori delle provazioni, invece, di solito sono persone che non lavorano, ma agiscono in modo sistematico. Ci sono personaggi più noti, come alcuni influencer. Possono incassare molti soldi in questo modo e, tra l’altro, sulle somme a titolo di risarcimento del danno non pagano neppure l’IVA», sottolinea l’avvocata. Di fatto, quindi, possono diventare vere fonti di guadagno esentasse.
Un meccanismo sempre più sofisticato
Come se non bastasse, il meccanismo messo in atto è sempre più sofisticato e “professionale”: «Sono in aumento anche le società specializzate nell’identificazione degli autori delle diffamazioni. Se scrivo un’offesa usando un nickname quasi mai le piattaforme collaborano fornendo gli indirizzi IP degli autori, ma sono gli autori stessi a lasciare tracce di sé in Rete. Dalle foto del compleanno fino a quelle con familiari, è facile risalire alla reale identità di chi scrive il commento. Dal codice fiscale, poi, si può risalire all’ indirizzo di residenza di chiunque. Un avvocato, inoltre, può ottenere il certificato anagrafico per finalità di giustizia, gratuitamente, tramite il relativo portale telematico. Inviare la diffida, quindi, diventa semplice», avverte Marraffino.
Come comportarsi per evitare guai
Il modo migliore per evitare di ritrovarsi vittime di questi “trucchi” è «imparare a usare bene le parole, capire la differenza tra il diritto di critica e la diffamazione. Posso criticare qualcuno, ma non posso sfociare nell’invettiva personale. Posso dire a qualcuno che non mi piace come si veste o che non sono d’accordo con lui per quello che dice – prosegue l’avvocata – ma non posso usare parole o toni che vadano oltre la “continenza espressiva”, cioè che offendano direttamente quella persona. Gli insegnanti dovrebbero spiegare la differenza già alle scuole elementari: questi concetti dovrebbero far parte della cultura, oltre che dell’educazione, di ciascuno di noi».
Le contromisure
Il tutto ha ancora più importanza se si pensa che non si possono denunciare coloro che mettono in atto queste pratiche «perché le loro richieste sono legittime, se il commento è effettivamente diffamatorio. Purtroppo questo è un fenomeno in forte crescita e da monitorare. È un modo per ottenere anche molti soldi in poco tempo. La gente, nella maggior parte dei casi, paga, per paura. Non si deve cedere alla provocazione, capire che ogni parola ha un peso e in questi casi anche un costo», conclude l’esperta.