Altro che donne insegnanti, infermiere o showgirl (quando vogliono essere più stravaganti): aumentano quelle che scelgono di indossare la divisa per professione, quindi di diventare poliziotte o carabiniere. A dirlo sono i numeri, proprio alla vigilia della Giornata internazionale della Donna, l’8 marzo. Oggi il 10% fa parte dell’organico effettivo dell’Arma, mentre solo 1 su 3 riveste un ruolo direttivo in polizia.

Donne che scelgono la divisa: una rivoluzione silenziosa

A 26 anni da quando è stato aperto anche alle donne l’accesso al mondo militare e delle forze di polizia, oggi la presenza femminile non solo è aumentata, ma è cambiata anche nel tipo di impiego e mansione. Nel 2000 le prime due carabiniere arruolate erano Ufficiali psicologhe nel Ruolo Tecnico. «Un ingresso quasi in punta di piedi, quasi a non disturbare una istituzione ultracentenaria», commentano da Exforma, che si occupa proprio della preparazione ai concorsi per le donne che aspirano a una carriera in questo ambito. Oggi i numeri, invece, «raccontano di una rivoluzione silenziosa, fatta di concorsi, gavetta e traguardi che fino a vent’anni fa erano impensabili».

L’ambizione femminile a ruoli di spicco

Anche solo nel 2015 le donne rappresentavano appena il 3% degli effettivi tra i carabinieri, salendo al 4% nel 2017, per arrivare al 5% del 2020. Oggi, invece, hanno raggiunto il 10% del totale, ma soprattutto è cresciuto il numero di coloro che entrano in Accademia, puntando quindi a diventare ufficiali.Tra le stellette, infatti, rappresentano il 13%, con punte del 19% se si escludono i massimi vertici, ancora in maggioranza occupati da uomini. D’altro canto per poter avere una “generalessa” occorre anche un’anzianità che anche solo per una questione di tempo e di anni di servizio è ancora difficile avere.

La prima donna generalessa

È infatti Simonetta De Guz la prima donna nella storia delle Forze Armate italiane ad aver raggiunto il grado di Generale di Divisione nell’Arma, con una nomina avvenuta all’inizio del 2025. De Guz, con una carriera iniziata come forestale (da anni il Corpo Forestale è confluito nei Forestali dei Carabinieri), ha raggiunto un traguardo storico, affiancata da altri successi di donne in divisa, come quello della “generalessa” Rosa Patrone, prima donna Generale di Brigata. Ma a testimoniare un fenomeno ormai consolidato, di crescita della componente “rosa” (pur senza quote) tra le forze armate e di polizia, sono anche le donne che fanno parte delle nuove leve.

Perché le nuove leve sono sempre più rosa

Oggi circa un arruolato/a su 3 è donna: un numero che indica che il 75% delle donne in divisa ha meno di 35 anni. «Confermo questa tendenza, che è spiegabile con diverse motivazioni: certamente era indispensabile una legge che aprisse loro le porte a questo mondo, anche se si tratta di una norma che sancisce un diritto formale e che quindi non necessariamente si traduce in un maggior accesso. Invece questo è accaduto: dietro può esserci una vocazione al mondo del servizio, che accomuna questo tipo di professione a quelle di cura. Quindi a motivare le donne può esserci un desiderio di protezione della comunità, del suo benessere e della gestione degli spazi, che è tipico del senso di appartenenza a un’arma o a un corpo di polizia», spiega Francesca Romana Lenzi, professoressa associata di Sociologia presso l’Università degli studi di Roma Foro Italico, specializzata in questioni di genere.

Boom di donne che scelgono soprattutto di entrare in polizia

Non stupisce, quindi, che anche nella Polizia di Stato la presenza femminile sia molto alta, dal momento che l’ingresso delle donne risale al 1959, quando nacque il Corpo di Polizia Femminile, per poi consolidarsi con la riforma del 1981, quando le donne ottennero il diritto di accedere a ogni qualifica e ufficio (tranne i Reparti Mobili, gli ultimi dove l’apertura è avvenuta solo negli ultimi anni). Oggi le donne sono 17.306 su un totale di 97.931 agenti, quindi rappresentano circa il 20%. Dato che arriva al 34% tra le figure direttive e i dirigenti.

Donne dirigenti in Polizia

Anche in questo caso non mancano donne in posizioni apicali: basti pensare al Prefetto Mariateresa Sempreviva, già Vice Capo della Polizia per il coordinamento delle Forze di Polizia e oggi Capo Gabinetto del ministro dell’Interno; o al Prefetto Maria Luisa Pellizzari, che dopo essere stata Vice Capo Vicario della Polizia per due anni, al momento è Commissario per i minori scomparsi. Ma ci sono donne anche a dirigere le Questure di Genova e Verona.

Una scelta che premia il sud

A voler osservare la provenienza geografica delle donne in divisa, però, si notano alcune differenze territoriali: come osserva Exforma, «la presenza femminile è più alta nel Lazio e più bassa in Sicilia, Campania e Puglia. All’estero, nelle missioni internazionali, le donne in divisa sono ancora meno del 5%». «Sicuramente la disponibilità di un impiego stabile è una delle spiegazioni, perché si tratta pur sempre di lavori sicuri e che garantiscono uno stipendio regolare, insieme a tutele e progressione della carriera: tutti elementi per nulla scontati», osserva la sociologa.

Cambia la cultura delle opportunità femminili

Un elemento che caratterizza la scelta del mondo delle divise tra le donne del Sud, però, è anche legato a cambiamenti culturali: «Cresce, specie al sud, la cultura la consapevolezza delle opportunità lavorative femminili: sempre più donne, insomma, considerano le professioni in divisa come una scelta legittima, laddove in passato non lo erano. Anzi, culturalmente prima ancora che a livello legislativo non c’era questa accettazione», sottolinea la sociologa.

La garanzia di una carriera identica a quella maschile

«Ricordiamo che in altri settori le donne sono ancora molto penalizzate nella carriera, in particolare per il loro ruolo anche di cura, da un punto di vista sociale: mi riferisco alla nota difficoltà nella conciliazione della vita lavorativa e professionale», spiega l’esperta. Questo tipo di disparità, invece, all’interno di un contesto militare o di forze di polizia, sembra svanire, nonostante possa sembrare un paradosso pensando al vecchio stereotipo del mondo delle divise solo al maschile. Insomma, una volta ottenuto l’accesso, anche le donne possono ambire agli stessi ruoli dei colleghi uomini.

Un cambiamento sociale che avvicina i generi

«Va chiarito che le motivazioni che spingono ad abbracciare questo tipo di lavoro tra uomini e donne restano le stesse: il tema della stabilità lavorativa, per esempio, o del servizio per il Paese, non è solo femminile. Quindi si può osservare un cambiamento sociale e culturale che avvicina i generi – osserva Francesca Romana Lenzi – un po’ come sta accadendo nell’ambito sportivo o musicale. Sono ambiti nei quali le motivazioni sono spesso identiche, prima di tutto una forte determinazione. Credo che questo sia un forte senso di civiltà e forse anche una roccaforte, vista la frammentazione sociale che si vive in questa fase storica».

I limiti: la mobilità geografica

Tutto bene, quindi? Non sempre: «Un limite è rappresentato, però, dalla mobilità geografica richiesta alle volte a chi ricopre certi incarichi”. Le donne, proprio per il loro doppio ruolo – di lavoratrici, ma anche caregivers – spesso faticano a conciliare le esigenze di trasferimento. «È pur vero che la società continua a cambiare: diminuiscono le donne che hanno su di sé tutti i compiti di cura, mentre aumentano i nuclei dove cresce anche la disponibilità maschile. Fare figli più tardi, inoltre, offre maggiore disponibilità in età giovanile».