Non solo sottopagate, poco tutelate e molto poco occupate (il tasso di inattività femminile nel 2024 era al 42% contro il 24% degli uomini). Da oggi, noi donne rischiamo di essere anche senza tutela contro le discriminazioni di genere sul lavoro.

Un decreto legislativo contro le donne

Pochi giorni dopo aver affossato il congedo parentale paritario, in barba alla direttive europee sulla parità di genere, il Governo – alla vigilia dell’8 marzo – ha depositato un decreto per eliminare la figura delle Consigliere (o Consiglieri) di Parità. Non una proposta di legge, ma un decreto, a firma della Presidente del Consiglio e della Ministra per la famiglia, la natalità e pari opportunità Eugenia Roccella.

Chi sono le Consigliere di Parità

Un decreto, quindi, che sfugge al dibattito parlamentare, per cancellare una presenza sul territorio importante e creare una struttura centrale romana. Non si tratta certo di un taglio ai costi, visto che il servizio è equiparato quasi al volontariato (300 euro al mese circa di retribuzione, neanche un rimborso spese), ma dello svuotamento di un servizio importante soprattutto per le donne, discriminate, sottopagate e spesso demansionate. Le donne – lo dice l’Istat – subiscono discriminazioni frequenti (42% contro il 22% degli uomini), con part-time involontario alto (49,2%), retribuzioni inferiori e difficoltà di carriera.

Il lavoro sul territorio delle Consigliere di Parità

«Questa figura, istituita a livello nazionale, regionale e provinciale, è un pubblico ufficiale che fa capo al Ministero del Lavoro» spiega Adriana Ventura, consigliera di parità della provincia di Rimini (fu lei a far esplodere nel 2017 il caso del catalogo online di Lecco delle donne per uomini single), direttamente dalla Conferenza Nazionale delle consigliere di parità. «Tutela lavoratori e lavoratrici contro le discriminazioni e rappresenta un punto di riferimento fondamentale in ogni comunità perché consente di affrontare problematiche di genere con tempestività ed efficacia rispondendo alle esigenze delle donne in difficoltà».

Le discriminazioni al lavoro

Parliamo di discriminazioni di genere al lavoro, per esempio il ritorno dalla maternità con un compito sottodimensionato, oppure una diminuzione della retribuzione ingiustificata, o un mancato avanzamento di carriera. L’efficacia delle Consigliere di Parità è proprio la presenza sul territorio.

I dati della disparità ci dicono con spietatezza che c’è bisogno di investire di più sulla parità effettiva, soprattutto nel lavoro, con risorse e strumenti concreti, anche potenziando e migliorando ruoli di garanzia, come quello delle consigliere di parità territoriali che sono vicine alle donne nei problemi quotidiani. Il nostro paese dovrebbe recepire le direttive europee sulla parità al lavoro rafforzando invece l’impegno distribuito nelle città e nelle aree periferiche, non eliminare questo presidio.

Un aiuto a chi non ha i soldi per fare causa al datore di lavoro

La capillarità garantisce sostegno soprattutto a chi ha la disponibilità economica per affrontare una causa: le Consigliere non solo rilevano le discriminazioni di genere ma soprattutto offrono tutela legale, giudiziale e stragiudiziale, convocando il datore di lavoro per risolvere controversie e promuovendo la conciliazione presso l’Ispettorato territoriale del lavoro.

Uno schiaffo alle donne

Nell’anno in cui si celebrano gli 80 anni del voto alle donne, non possiamo non sottolineare come la parità sia un diritto e non una concessione. Eppure i presidi territoriali che difendono il diritto delle donne di lavorare in ambienti sicuri vengono smantellati. La consigliere regionale del Partito Democratico, Chiara Luisetto, ha definito la misura «uno schiaffo alle donne» e un «atto di smantellamento dei diritti» in un momento simbolico per l’emancipazione femminile. «La parità effettiva– ha dichiarato -si costruisce con risorse e prossimità, non con decreti che desertificano i territori».

La centralizzazione del servizio

Senza queste figure, che possono agire in via conciliativa ma anche in giudizio, a chi subisce soprusi al lavoro non resta che mandare una PEC al Ministero. «La centralizzazione non potrà garantire il servizio che viene svolto ora in modo capillare su tutto il territorio nazionale. Occorre che il Governo faccia marcia indietro affinché ogni donna riceva il supporto necessario per affrontare le sfide quotidiane e contribuire alla crescita del nostro paese».