Un paradosso attraversa l’adolescenza italiana: da un lato, il nostro Paese resta uno dei contesti europei con la minore incidenza di criminalità minorile; dall’altro, la violenza agita dai giovanissimi si fa sempre più efferata, visibile e, drammaticamente, “armata”. È questa la fotografia scattata dal rapporto “(Dis)armati. Un’indagine sulla diffusione della violenza giovanile, tra percezione e realtà”, realizzato dal Polo Ricerca di Save the Children con il sostegno di Fondazione Iris Ceramica Group ETS.

Italy, Bari. Alessio Romenzi/Save The Children

L’impennata dei numeri: rapine e lesioni

I dati analizzati nel rapporto mostrano un cambiamento profondo nell’intensità della violenza agita dai 14-17enni nell’ultimo decennio. Le rapine nel 2024 sono state 3.968, dato più che raddoppiato rispetto al 2014, mentre i casi di lesioni personali registrati sono stati 4.653, contro i 1.921 di dieci anni prima. Nello stesso periodo, le segnalazioni per rissa sono passate da 433 a 1.021. Particolarmente allarmante è il dato sul porto d’armi: i minori segnalati per porto abusivo di armi o oggetti atti a offendere sono triplicati tra il 2019 e il 2024, con un picco di 1.096 già nel primo semestre del 2025.

Save The Children

Il “cortocircuito della paura” e il ruolo dei social

La violenza oggi è più immediata e amplificata dai social media, dove spesso viene filmata e condivisa per un bisogno estremo di visibilità, tanto che alcuni ragazzi dichiarano che “almeno fare paura significa essere visti”. Tra i giovanissimi si è innescato quello che gli esperti definiscono un “cortocircuito della paura”: la necessità di difendersi porta i ragazzi ad armarsi, esponendoli al rischio di fare o farsi male in un’escalation imprevedibile. Molti adolescenti girano armati per sentirsi più sicuri o per una questione di status e potere, sebbene questo li renda spesso più nervosi.

Geografia della violenza: dalle metropoli alla provincia

Il fenomeno non è omogeneo e rompe i vecchi schemi della marginalità estrema, coinvolgendo anche ragazzi di famiglie socialmente integrate. A Milano i gruppi sono “a geometria variabile” e usano la violenza come occupazione simbolica di luoghi centrali da cui si sentono esclusi, mentre a Napoli preoccupa l’aumento dei minori denunciati per omicidio e il reclutamento precoce da parte delle organizzazioni criminali. A Roma crescono le risse e le aggressioni nelle scuole, spesso legate all’incapacità di gestire rabbia e frustrazione, mentre a Bari e Terni emergono dinamiche di clan o liti scatenate da questioni banali, sguardi o post sui social.

Italy, Bari. Alessio Romenzi/Save The Children

Oltre la punizione: la sfida educativa

Secondo Save the Children, la risposta non può essere solo repressiva. L’attuazione del cosiddetto “Decreto Caivano” ha ampliato la custodia cautelare, portando a una permanenza prolungata dei minori nel sistema penale, ma per l’Organizzazione serve un urgente cambio di prospettiva. Giorgia D’Errico, Direttrice Relazioni Istituzionali, spiega che la violenza nasce spesso in un vuoto educativo dove il gesto appare “svuotato” del suo peso, quasi come in un videogame in cui si vuole solo finire il livello. L’appello è di investire in percorsi di responsabilizzazione e nell’educativa di strada, garantendo ai giovani spazi pubblici per sentirsi parte della comunità.