Ogni anno, l’Equal Pay Day indica il momento in cui, sulla base del divario salariale medio, le donne europee smettono simbolicamente di essere pagate. Significa che, rispetto agli uomini, dal 17 novembre fino al 31 dicembre il loro stipendio figurativo non esiste più.
La data cambia di anno in anno perché segue l’andamento del gender pay gap, cioè la differenza tra la retribuzione oraria lorda di uomini e donne. Secondo la Commissione Europea, nel 2025 questo divario si attesta attorno al 12%. E poiché il gap resta stabile o scende lentamente, anche il giorno in cui le donne “lavorano gratis” può spostarsi più avanti o più indietro nel calendario.
Equal Pay Day, gender pay gap in Europa
I dati Eurostat confermano che, nell’UE, le donne guadagnano mediamente il 12% in meno all’ora rispetto agli uomini. È una percentuale che varia tra Paesi e settori: quelli dove la presenza femminile è più alta – come cura, istruzione e servizi – tendono a essere anche i meno retribuiti.
Secondo la Commissione Europea, la fotografia del divario salariale deriva da molte cause intrecciate: la segregazione occupazionale, che porta le donne a concentrarsi in professioni meno pagate, il maggior ricorso al part-time, le interruzioni di carriera dovute alla maternità e la persistenza di barriere che rallentano l’avanzamento professionale. È un insieme di fattori che, sommati, rende più difficile colmare il gap.
In italia divario più alto quando si guardano le retribuzioni reali
Se l’Europa registra in media un 12% di differenza, l’Italia mostra un quadro più complesso. Secondo il Rendiconto di genere 2024 dell’INPS, che misura le retribuzioni giornaliere e settimanali, il divario arriva al 20%, con punte che sfiorano il 39,9% in alcuni comparti. Numeri più alti rispetto alla media europea perché si osservano le retribuzioni effettive, non solo quelle orarie.
Le giovani laureate, pur entrando nel mondo del lavoro con titoli più elevati, partono già indietro: stipendi più bassi all’ingresso, meno possibilità di carriera e un gap che tende ad ampliarsi nel tempo. Anche le differenze territoriali pesano: al Sud il tasso di occupazione femminile è più basso e neppure un titolo universitario riesce a compensare la distanza.
Non è solo questione di stipendio
Il divario economico non si ferma alla busta paga. Ha ricadute nella costruzione della carriera, nella continuità lavorativa e nella pensione. Le donne lavorano più spesso in part-time involontario, al quale si sta cercando di porre fine, interrompono il percorso professionale per la maternità e si concentrano nei settori meno retribuiti.
Queste dinamiche hanno un effetto a catena: meno contributi versati, avanzamenti più lenti, meno accesso ai ruoli dirigenziali, pensioni più basse. Secondo diversi rapporti internazionali, dove lavorano più donne e dove il gap si riduce, le economie crescono meglio: un motivo in più per considerare la parità salariale non solo una questione di giustizia, ma di sviluppo.
Perché l’Equal Pay Day resta un promemoria necessario (e cosa possiamo aspettarci)
Nonostante i progressi, il Global Gender Gap Report 2025 indica che, ai ritmi attuali, serviranno ancora 123 anni per colmare del tutto il divario tra uomini e donne. Un tempo che mostra quanto la parità salariale sia ancora lontana dall’essere una realtà.
Per questo l’Equal Pay Day resta un appuntamento simbolico ma importante: ricorda che il divario non si chiude da solo, richiede politiche strutturali, misure concrete e un cambiamento culturale che coinvolga tutti.