Nei giorni sospesi in cui il Medio Oriente ridisegna i propri equilibri sotto il peso di una nuova escalation, la fotografa italiana Valentina Sinis riemerge dal silenzio delle viscere della terra. Per settimane è rimasta inghiottita nelle grotte fortificate dove l’HPJ (Hêzên Parastina Jinê), l’ala armata femminile del PJAK (il Partito per la Vita Libera del Kurdistan), attendeva il segnale per quello che potrebbe essere un punto di svolta per l’Iran in fiamme.

Raggiungiamo Sinis a Erbil, capitale della regione autonoma del Kurdistan iracheno, dov’è bloccata in attesa di rientrare in Italia. Anche il centro urbano più vicino e sicuro da cui monitorare l’evolversi della crisi iraniana vive un clima di forte instabilità. «Senti il rumore delle pale degli elicotteri che ti entra nelle ossa, la gente non esce più la sera: si percepisce che sta per succedere qualcosa di grosso, dopo la morte di Khamenei» racconta Valentina, la mente divisa tra il richiamo alla vita “normale” – il matrimonio fissato per aprile, che probabilmente verrà rimandato – e il desiderio di restare, provando magari a entrare in Iran per capire cosa succederà.

The Last Butterflies, il racconto della Storia attraverso le foto

È suo il reportage fotografico di queste pagine, The Last Butterflies, che cattura quei giorni di vigilia operativa lungo il confine tra Iraq e Iran con le soldatesse dell’HPJ. «Lavoro quasi sempre su storie di donne, in Afghanistan, Iraq, Ucraina» spiega la reporter. «Quando ho capito che la situazione in Iran poteva entrare in una fase decisiva, ho colto l’occasione di raggiungere queste basi scavate nella roccia, dove le combattenti osservano da anni ciò che accade oltre frontiera».

Una haval entra in una delle basi sotterranee. Queste basi sono rifugi temporanei, non progettati per resistere a missili, bombe o fuoco intenso. Quando vengono scoperte da una forza nemica, vengono abbandonate immediatamente e lasciate crollare mentre le combattenti si spostano in nuove posizioni. Foto di Valentina Sinis

Le donne arruolate nell’HPJ provengono da ogni angolo del Kurdistan – Iran, Iraq, Siria e Turchia – ma il loro cuore batte per il Rojhalat, il Kurdistan iraniano: si definiscono “esercito femminile di libertà”. Radicato nel pensiero politico di Abdullah Öcalan, il movimento a cui fanno capo pone la liberazione della donna al centro di una più ampia trasformazione sociale. La loro non è solo una lotta armata, ma una battaglia per l’uguaglianza di genere, la giustizia ecologica e la democrazia dal basso; un progetto che mira a difendere i diritti delle donne sia sotto l’attuale sistema islamico sia in ogni futura transizione politica, promuovendo la loro piena autonomia intellettuale e sociale.

Chi sono le combattenti curde per la libertà e i diritti delle donne

«Sono giovanissime, molte non hanno più di 30 anni, alcune si sono unite al movimento a 16, in tanti casi dopo le proteste del movimento Donna Vita Libertà» racconta Sinis. Non sono un esercito di attacco, ma di difesa e supporto: «L’idea è penetrare nel territorio iraniano non per sparare, ma per dare aiuto alla popolazione se il regime dovesse vacillare». L’epicentro della loro permanenza tra queste montagne è un villaggio ipogeo dove la sopravvivenza è un’arte del mimetismo. «Usano pantaloni larghi di ispirazione tradizionale per eludere le telecamere termiche e ombrelli speciali di notte per schermare il calore del corpo dai droni» spiega la fotoreporter. «Monitorano tutto attraverso schermi incassati nella pietra, confrontando i media curdi con quelli internazionali per decifrare il mondo esterno».

Le Havals parlano e ridono insieme, riposandosi dopo una lunga camminata. Anche nell’ombra della segretezza e del pericolo, queste donne vivono, si allenano e si organizzano insieme, trasformando il loro coraggio personale in una forza condivisa per la libertà, l’uguaglianza e la giustizia in tutta la regione. Foto di Valentina Sinis

La parabola delle tre farfalle per la libertà delle generazioni future

Entrare nella milizia richiede un atto di rottura. «Hanno fatto una scelta radicale, una sorta di voto monastico: non si sposeranno mai, non avranno relazioni con uomini né figli. Hanno deciso di sacrificare il proprio lato femminile per la causa». Ma la femminilità inevitabilmente riaffiora tra le maglie strette della disciplina. «Vestono l’uniforme come una seconda pelle, sempre immacolata, e portano i capelli intrecciati con una cura che sfida la polvere delle caverne; c’è una dignità immensa nel loro portamento».

Nelle lunghe notti montane, le combattenti si tramandano la parabola che dà il titolo al reportage di Valentina Sinis. Tre farfalle scorgono una fiamma: la prima ne descrive la luce, la seconda il calore, ma solo la terza vola nel fuoco e si dissolve. «Loro sono quella terza farfalla. Pronte a bruciare per la libertà delle generazioni future». La determinazione che le anima si nutre di memoria. «Portano sempre con sé piccoli oggetti ricordo appartenuti ai martiri: sassolini di fiume o cimeli personali recuperati dopo gli attacchi».

Haval: la milizia come una famiglia d’elezione

Tra le ombre delle grotte, queste donne non sono solo soldatesse: sono haval. Un termine curdo che significa “compagna” o “amica del cuore”, un legame che trasforma la milizia in una famiglia d’elezione. Il loro è un rapporto fatto di gesti minimi e profondissimi, come quello di Media, che custodisce nel petto il ricordo di una compagna perduta sotto il fuoco dei droni, riconosciuta tra le macerie solo grazie a un bracciale. O la determinazione di Cekzin, che ha lasciato una vita benestante e gli studi di fotografia per imbracciare il fucile, ma senza rinunciare all’obiettivo con cui immortala la forza delle sorelle. C’è poi, «la sorpresa dell’interprete, una ragazza curda cresciuta in Italia, a Milano, che ha scelto di tornare tra queste grotte per tradurre i sogni della sua gente, proponendosi come ponte tra due mondi.

Quando tutto sarà finito? Il sogno di indossare abiti colorati

In questa vicinanza forzata, le haval intrecciano i capelli l’una dell’altra e condividono dolci cucinati in memoria di chi non c’è più, curando le ferite dell’anima con una tenerezza che il rigore della guerra non è riuscito a scalfire». Nonostante la disciplina, coltivano sogni struggenti. «Ho chiesto loro cosa faranno quando sarà tutto finito» dice Sinis.

«C’è chi sogna di diventare una politica, nel momento in cui il leader Öcalan tornerà libero (è in carcere in Turchia dal 1999 per attività separatista armata, ndr); chi si ripropone di ritrarre i volti delle madri dei martiri. C’è chi vuole far ritorno sul lago inquinato di Urmia per risanarlo e chi sogna di piantare alberi di noci in tutto il Kurdistan. Il desiderio che mi ha commosso di più è quello di spogliarsi finalmente della divisa per indossare abiti colorati».

Haval Silav è originaria di Bakur, nata in una famiglia benestante e patriottica, legata al partito.
La sua famiglia è musulmana, ma non dogmatica, e coniuga valori conservatori e aperti. Quando aveva tre o quattro anni, la famiglia si trasferì in Italia. Sogna di vivere in un Kurdistan liberato, piantando alberi di noce in tutta la regione. Foto di Valentina Sinis

Dal silenzio delle caverne all’azione sul campo

L’attesa si è tramutata in azione nei giorni in cui Valentina Sinis abbandonava quel santuario di roccia per ridiscendere verso la civiltà. Con la morte di Khamenei e il vuoto di potere a Teheran, diverse unità del PJAK hanno varcato il confine del Rojhalat. Non cercano lo scontro indiscriminato, penetrano nel territorio per proteggere i civili e dare struttura ai movimenti di protesta interni. «È un punto di non ritorno» riferiscono i comandanti. La disponibilità al martirio, preparata nel silenzio delle caverne, viene ora messa alla prova sul campo.

Valentina porta con sé il peso di un distacco che ha un sapore definitivo, ci spiega che la sua commozione ha scosso la calma delle combattenti. «Mi sono messa a piangere, un gesto che le ha sorprese perché per loro l’idea di sacrificio è normale». Ora, in attesa di rientrare in Italia, passa in rassegna quei giorni di convivenza e prova a convincersi che le ritroverà, a guerra finita. «Organizzeremo un picnic su un prato fiorito e scatterò loro una foto ricordo. Mi sembra già di vederle: senza armi, avvolte dai colori vibranti dei loro vestiti, finalmente libere di scegliere e di muoversi alla luce del sole».