Mette i brividi il racconto di Anna (nome di fantasia), una delle due ragazze vittime di stupro da parte di un gruppo di coetanei nel piccolo paese calabrese di Seminara. Dopo otto anni dalle violenze, la giovane rompe il silenzio e affida parole amare ma coraggiose al Corriere della Sera. In un’intervista rilasciata a Amelia Esposito, da una località segreta, emerge la forza di chi ha trovato il modo di denunciare e di ricominciare una vita, nonostante le minacce e l’isolamento. «Mi dicevano sei pazza. Ti devi ammazzare. Mi hanno insultata, minacciata, picchiata, frustata. Ma io sono qui».
La violenza brutale e l’isolamento
Anna era ancora minorenne quando ha iniziato a subire violenza da un gruppo di coetanei. Dopo gli stupri e le minacce, durati per mesi, la maggioranza del paese si è schierata contro di lei, isolandola e difendendo gli aggressori, alcuni dei quali provenienti da famiglie malavitose. Ma Anna ha avuto il coraggio di denunciare. «Piuttosto che vivere nella menzogna avrei preferito morire. Tanto quella non era vita. Era la morte in vita», confida la giovane che oggi vive in una località segreta, lontana da Seminara, grazie all’intervento delle autorità regionali. «Ho cambiato paese da un paio di mesi, questo mi aiuta. Prima vivevo chiusa in casa, barricata. Mi svegliavo al mattino dicendomi: oggi proverò a uscire, ma poi non ce la facevo. Restavo a letto a piangere».
La denuncia dopo anni di terrore
Le violenze risalgono al 2017, ma la denuncia di Anna è arrivata solo nel 2023. Per quasi cinque anni ha taciuto, schiacciata dalla paura. «Se non fosse venuta alla luce la storia dell’altra ragazza probabilmente non avrei mai trovato la forza di denunciare. Ma quando ho saputo cosa avevano fatto a lei, ho deciso di parlare». In quegli anni, racconta, viveva prigioniera del terrore. «Quelli mi dicevano: se parli ammazziamo i tuoi familiari. Avevo il terrore». Anche la sua relazione sentimentale si è interrotta quando il fidanzato ha scoperto cosa le era accaduto: «Quando lo ha saputo, mi ha lasciato. Subito».
Le minacce della famiglia e la protezione dello Stato
Alle violenze subite si sono aggiunte quelle dei familiari. «Mia zia mi ha frustata con una corda. Mi diceva che dovevo morire, che avrei fatto meglio a non nascere proprio», racconta Anna. Dopo le minacce e i maltrattamenti, alcuni parenti sono stati raggiunti da misure restrittive: «Mia zia e mio cugino hanno il braccialetto elettronico: se si avvicinano, il mio dispositivo suona». Oggi, a proteggerla, ci sono le forze dell’ordine. «La polizia, i carabinieri. In particolare, la dirigente del commissariato di Palmi, Concetta Gangemi, e il mio poliziotto di fiducia, Francesco Prestopino. Senza i loro abbracci non ce l’avrei mai fatta. Sono stati la mia forza».
La voglia di rinascita: «Il mio futuro è qui, in Calabria»
Nonostante il dolore, Anna prova a guardare avanti. «Voglio fare il corso per diventare estetista, spero di iniziare presto e di trovare nuove amicizie», dice con voce pacata ma decisa. Oggi vive lontano dal paese in cui è cresciuta, ma non ha intenzione di andarsene per sempre. «Il mio futuro è qui, in Calabria. È casa mia, nonostante tutto».