Una stanza murata sotto le fondamenta domestiche. Così Nicolas Abraham e Mária Torok, psicoanalisti di origine ungherese attivi in Francia nel secondo ’900, rappresentavano omissioni e segreti che s’annidano all’interno delle famiglie o delle relazioni: tutto ciò che risulta vergognoso, inammissibile, sfuggendo all’elaborazione, resta sigillato nel Dna familiare. Un fantasma ingabbiato in una cripta che turba le generazioni a venire, attraverso ansie, compulsioni, autocensure indotte.
Anche quando non diciamo, stiamo dicendo, teorizzava qualche decennio più tardi Paul Watzlawick, psicologo e teorico della comunicazione della Scuola di Palo Alto: col corpo, con l’evitamento, nelle falle inconsce che svuotano gli scambi quotidiani. Come un ingombrante rimosso freudiano, anziché sparire, ciò che taciamo si ripresenta travestito da altro e in qualche modo chi ci sta intorno lo percepisce, anche se non sa nominarlo.
Le cose non dette in famiglia e nelle relazioni
Ecco perché Le cose non dette non è soltanto il titolo di un racconto cinematografico contemporaneo, come nell’ultimo film di Gabriele Muccino al cinema dal 29 gennaio, ma un archetipo che alimenta, da Edipo in poi, mito, letteratura e cinema. Che ossessivamente compulsa le zone d’ombra in cui responsabilità e sensi di colpa si confondono e i legami spesso s’inquinano. «Spesso, non sempre» ammonisce Carolina Traverso, psicologa e psicoterapeuta dell’individuo e della coppia, che ci aiuta a delineare una mappa del territorio scivoloso delle cose inconfessabili che aleggiano nelle migliori famiglie e nelle relazioni più solide.
Non tutti i segreti sono uguali
La prima domanda da porsi non è che cosa stiamo nascondendo, ma che idea di amore c’è dietro i nostri silenzi, spiega Traverso, che traccia però un confine: «Per quanto ci si voglia bene, l’intimità non significa dare accesso totale alla vita quotidiana e interiore dell’altro, la fiducia non autorizza perquisizioni, reali o metaforiche. Quando qualcuno pretende trasparenza assoluta, la parola giusta non è romanticismo, ma allarme. Dietro, si cela spesso una personalità controllante e pericolosa». Premesso ciò, per scongiurare semplificazioni, la psicologa introduce distinzioni cruciali: «Non tutte le omissioni sono uguali».
I silenzi che proteggono
«Esiste un silenzio fisiologico che, più che bugia, è un prendersi tempo per per non consegnare all’altro un’emozione grezza, elaborare cosa si prova e riaprire la conversazione in modo più costruttivo». In questa dimensione il silenzio assomiglia a una forma di cura. «Ci sono non detti autenticamente protettivi, quando tacere non cambia la sostanza delle cose risparmia solo altro dolore. Silenzi “responsabili” che tutelano chi non merita di portare certi fardelli. Un esempio è il caso dei figli coinvolti nelle separazioni: contenere ciò che si pensa dell’ex significa non metterli nella posizione impossibile di scegliere tra un genitore e l’altro».
Segreti e senso di colpa
È bene, insomma, circostanziare il mito per cui dire ogni cosa è sempre una forma di pulizia. «Non tutte le confessioni liberano, talune rispondono piuttosto al bisogno di alleggerirsi. E allora la domanda diventa: a chi serve, chi ne beneficia?». Come quando «sull’onda del senso di colpa sentiamo l’urgenza di confessare relazioni extraconiugali finite».
C’è però una linea rossa oltre la quale il non detto diventa strategia, non serve a elaborare o proteggere ma a evitare conseguenze per sé, precisa Traverso. «Scaturisce spesso da paure che vengono da lontano, s’annida in contesti in cui certe emozioni vengono percepite come illegittime o non accolte. E allora il silenzio costruisce difese. Sotto quei segreti, più che calcolo, c’è vergogna: ne è un esempio la frequente reticenza di alcuni uomini a mostrarsi vulnerabili, per timore di sembrare “poco maschi”».
I segreti che tradiscono il patto di lealtà
Il vero campo minato, però, si presenta là dove silenzi e omissioni mandano segretamente in frantumi patti di lealtà, imbavagliando il libero arbitrio dell’altro. «Succede quando siamo convinti di stare con qualcuno a certe condizioni, ma quelle circostanze sono state cambiate senza che abbiamo potuto scegliere. Tradimenti consumati ben al di fuori dei letti, come quando il coniuge ci tiene nascosto un tracollo economico imminente o ignoriamo che il tenore di vita condiviso è alimentato da attività illecite. Si tratta di situazioni in cui, più che mentire, qualcuno riscrive la nostra vita alle spalle».
Come confessare un segreto
Se non sempre confessare è la via d’uscita più sana, quando per il bene di chi amiamo ci troviamo costretti a farlo, il consiglio della psicologa è evitare scene madri. «L’idea è quella di preparare chi dovrà affrontare una verità difficile anticipando il senso dell’incontro: “Ho bisogno di parlarti, troviamo un buon momento io e te?”». O predisporre condizioni accoglienti in cui l’altro possa sentirsi libero di dare sfogo alle proprie emozioni. «Sono, per esempio, da evitare categoricamente luoghi pubblici e affollati» suggerisce Traverso. «A volte è più facile affrontare la situazione davanti a un buon piatto, o a un bicchiere, ancora meglio durante una passeggiata: il movimento aiuta tantissimo, ci dà modo di sfogare la tensione dirottando altrove le reazioni incandescenti». La domanda da porsi non è cosa stiamo nascondendo, ma quale idea di amore c’è dietro i nostri silenzi.
Il senso di colpa di chi mente
E quando quelle parole non arrivano – perché mancano il momento, il coraggio o semplicemente una via d’uscita che non faccia male – il non detto resta nella relazione, come nelle testimonianze che abbiamo raccolto in queste tre storie narrate in prima persona. Crea distanza, irrigidisce i legami, come conferma Carolina Traverso:
Chi mente vive nel senso di colpa, nella paura di essere scoperto. Chi subisce quella bugia rischia di leggere la tensione del proprio caro come freddezza, distacco
Ho il dubbio che mio marito non volesse il secondo figlio
Quando aspettavo il secondo figlio, mio marito era spaventato, come se la vita gli avesse allungato una responsabilità che non sapeva afferrare. Mi ripeteva: «Non è il momento», «Non ce la faccio». Io sorridevo, facevo finta di niente, c’era anche lui quando lo avevamo concepito. Ma dentro prendeva forma una promessa: se non lo vuole, lo vorrò io per due. Poi il piccolo è nato e mio marito è cambiato. Oggi ama profondamente entrambi i suoi figli, li guarda come se fossero la cosa più giusta del mondo. E lo sono. Ma io non ho dimenticato.
Ho il terrore che il secondo cresca con l’idea di non essere stato voluto. Con mio marito non ne ho più parlato: sarebbe come restituirgli un’ombra che non gli somiglia più. Ma il segreto rimorde, i miei gesti lo tradiscono. Quel figlio lo guardo con occhi diversi, come se dovessi riparare a un rifiuto. Lo difendo troppo, anticipo le sue tristezze, scatto se qualcuno lo ferisce, anche solo per gioco. A volte mi sorprendo a misurare tutto: a chi ho dato più pazienza, più carezze, più perdono. Il padre sostiene che lo vizio. Ne rido, ma in cuor mio so che è colpa travestita da cura. La notte, quando lo vedo dormire, mi chiedo se riesca in qualche modo percepire quell’eco. Se riuscirò mai a smettere di guardarlo come se dovessi salvarlo ogni giorno. Marianna, 48 anni
Mia madre non mi dice la verità su mio padre
Mamma ha pronunciato quelle parole come una bomba. Mio padre è morto quando avevo 12 anni, ma l’avevo perso molto prima: alcol, carte, assenze. È morto di una malattia legata a quella vita. Dopo, tutti ne hanno addolcito il ricordo. Io no. Sono cresciuto con mia madre e una sorella malata. Lei reggeva tutto e del passato non parlava. Io non chiedevo per paura di farla crollare. Un giorno, durante una discussione, le è uscita quella frase: «Non è detto che lui fosse tuo padre». Una frase buttata lì e subito ritirata. Ho chiesto spiegazioni. Non ha confermato né smentito, come se la verità fosse qualcosa che scotta. E allora ho pensato all’altro uomo. Quello che consideravo un suo amico, che mi ha accolto a lavorare giovanissimo e mi ha sfruttato per anni: carismatico, controverso, capace di farti sentire in debito anche quando ti derubava. Da quel giorno vivo con due padri possibili e nessuno dei due mi salva. In un caso vengo da un padre disturbato; nell’altro, forse, da qualcuno che mi ha consapevolmente scippato autostima e gratificazione professionale. Mi chiedo cosa io abbia ereditato, cosa mi abiti, cosa mi somigli: è come non avere terreno sotto i piedi. Davide, 57 anni
Ho avuto una relazione con l’uomo di mia sorella
All’inizio i segreti sembrano piccoli: li metti in una scatola e ti dici che non la riaprirai. Poi la vita ci aggiunge sopra scelte, incontri, destino, e la scatola diventa il suolo su cui poggi i piedi. Prima che mia sorella lo incontrasse, ho avuto una relazione con l’uomo che oggi è suo marito. Una storia febbrile, finita male, senza un addio. Quando lei mi ha annunciato: «Ho conosciuto qualcuno», pensavo di essermelo lasciato alle spalle. Me lo presenta e ho un sussulto. Lui mi riconosce, io mi ricompongo. Sorrido, dico: «Che bello». E scelgo il silenzio: perché rovinare la loro felicità col ricordo di una cosa finita? Per mesi mi sono ripetuta che era la decisione più adulta. Poi sono arrivate parole che cementano: «Andiamo a convivere», «Ci sposiamo», «Vorrei un figlio» e ho capito che quell’uomo era il futuro di mia sorella. E la verità è diventata più pesante ogni giorno che passava. Mia sorella mi chiama ancora “la mia roccia”. Io la abbraccio e avverto la bugia tra noi. E più passa il tempo, più è difficile. Ho taciuto per amore. Ora taccio per paura di perderla. Antonella, 35 anni