Dal 10 dicembre in Australia i minori di 16 anni non possono più utilizzare social media come Instagram, TikTok, Facebook, YouTube, Snapchat, X, Reddit, Threads, Twitch e Kick. Restano accessibili solo YouTube Kids e LinkedIn. La legge, approvata nel 2024 e in vigore da oggi, non solo vieta la creazione di nuovi account agli under 16 ma impone anche la disattivazione di quelli già esistenti.

La norma punta a proteggere i giovani da cyberbullismo, dipendenza digitale e contenuti dannosi, ma ha provocato reazioni contrastanti: le aziende tecnologiche lamentano rischi per la privacy e complessità operative, mentre molti adolescenti denunciano una misura percepita come eccessiva. Intanto ci si chiede se la legge arriverà anche in Italia.

Le responsabilità delle piattaforme e i primi blocchi

Sarà esclusivamente compito delle piattaforme garantire che nessun minorenne abbia un account attivo. Meta ha iniziato a rimuovere unilateralmente gli account di utenti tra i 13 e i 15 anni già dal 4 dicembre, dopo una fase di preavvisi. Secondo la Bbc, si parla di circa 150mila profili su Facebook e 350mila su Instagram coinvolti. Le aziende che non effettueranno controlli rigorosi rischiano multe fino a 28 milioni di euro.

Per verificare l’età saranno utilizzati sistemi biometrici, analisi comportamentali basate sull’intelligenza artificiale, controlli documentali e persino il “video selfie”. Meta auspica un modello più uniforme che coinvolga gli store delle app, mentre Google teme che il provvedimento impedisca ai genitori di monitorare i figli.

Tentativi di aggiramento, proteste e cause legali

Molti minorenni hanno anticipato l’entrata in vigore del divieto creando account con età false o condividendo profili con i genitori, pratica che di fatto spalanca l’accesso a qualsiasi contenuto. Non mancano le azioni legali: due quindicenni, Noah Jones e Macy Neyland, hanno portato il governo davanti all’Alta Corte sostenendo che la legge limita la libertà di espressione politica.

ragazzina allo smartphone mentre beve uno smoothie

Organizzazioni come il Digital Freedom Project hanno definito il provvedimento “orwelliano”, paragonandolo alla società di sorveglianza descritta nel romanzo1984. Molti esperti temono che i giovani migreranno verso piattaforme non coperte dal divieto, come app di messaggistica o gaming, più difficili da controllare.

Il caso australiano nel contesto internazionale

L’Australia diventa così un Paese osservato speciale. Misure analoghe sono in discussione o già approvate altrove: la Malesia ha definito un divieto under 16 che entrerà in vigore nel 2026, basato su sistemi eKYC tramite documenti; la Danimarca ha annunciato un limite a 15 anni, motivato dall’aumento di ansia e depressione tra i ragazzi; l’Unione Europea ha espresso sostegno verso un’età minima comune, ma senza carattere vincolante. Anche in Italia il dibattito è aperto, con proposte politiche e pressioni da parte di pediatri e associazioni che chiedono maggiori tutele e controlli, ma senza un percorso legislativo definito.

La gestione delle responsabilità è il nodo critico: diverse autorità, come l’Australian Human Rights Commission, propongono modelli alternativi basati su obblighi di “duty of care” per le aziende, invece che su divieti generalizzati.

Protezione dei giovani: tra rischio, educazione e soluzioni alternative

Il divieto per gli under 16 nasce dalla crescente preoccupazione verso la salute mentale della Generazione Alpha e dagli effetti del consumo compulsivo di contenuti. Le immagini condivise nelle piattaforme, creano anche una percezione irrealistica e distorta dell’aspetto fisico, come ha ricordato anche Kate Winslet, con risvolti preoccupanti soprattutto sulla psiche dei più giovani. Tuttavia, ricerche recenti suggeriscono che un nesso causale diretto tra social e disturbi psicologici non è del tutto provato.

Gli studiosi propongono un approccio di “harm minimisation” simile a quello applicato all’alcol: educazione digitale, sviluppo della resilienza, capacità di chiedere aiuto, e coinvolgimento attivo di scuole e famiglie. L’idea è accompagnare i giovani all’uso consapevole dei social, invece di escluderli completamente da uno spazio che, nel mondo reale, resta comunque parte integrante della vita quotidiana.