All’istituto professionale Belluzzi-Fioravanti di Bologna c’è uno spazio che non assomiglia a un’aula tradizionale e nemmeno a un luogo di punizione. Si chiama Training room ed è una stanza pensata per accogliere gli studenti nei momenti di maggiore difficoltà, quando la tensione in classe rischia di trasformarsi in violenza.
Il progetto, riportato dal Corriere Bologna, nasce dall’esperienza Erasmus di due docenti del Fioravanti in una scuola professionale inclusiva tedesca ed è stato adattato al contesto dell’istituto come strumento educativo alternativo alle note disciplinari e alle sospensioni.
«Con questo metodo lo studente, anziché avere delle sanzioni, medita sul suo errore per evitare di ripeterlo», racconta al Corriere il dirigente Marco Ortu, che ha seguito l’avvio e lo sviluppo dell’esperienza.
Cos’è la Training room al Belluzzi-Fioravanti
La Training room viene descritta dalla scuola come una vera e propria stanza di “decompressione” nei momenti acuti e, successivamente, di “allenamento” ai comportamenti corretti da tenere in classe e a scuola, soprattutto nei rapporti con i docenti e con i compagni. L’obiettivo non è isolare lo studente, ma offrirgli uno spazio protetto in cui fermarsi, riflettere e rientrare in classe con maggiore consapevolezza.
Il modello di riferimento è quello tedesco del Trainingsraum-Methode, noto anche come metodo del “pensiero responsabile”, che punta a intervenire sul singolo studente in modo educativo e mirato, evitando il ricorso immediato alle misure disciplinari più dure. Come sottolinea il Corriere di Bologna, l’idea è quella di una strada «più morbida e costruttiva», capace di lavorare sul comportamento senza interrompere il percorso scolastico.
Una stanza per abbassare la tensione e prevenire i conflitti
All’interno della Training room lo studente viene accolto da un docente appositamente formato all’ascolto empatico. Spesso, spiegano dalla scuola, questo spazio permette di far emergere aspetti che in classe resterebbero sommersi: incomprensioni con un insegnante, dinamiche di bullismo — fenomeno che in Italia colpisce ben un terzo delle ragazze —, sentimenti di inadeguatezza rispetto all’indirizzo scolastico scelto o difficoltà di apprendimento che richiedono un intervento più mirato.
Non si tratta solo di reagire a un comportamento scorretto già avvenuto. Come racconta il Corriere di Bologna, uno studente può essere mandato in Training room anche quando l’insegnante si accorge che la tensione sta salendo troppo ed è il caso di consentirgli di “decomprimerla” fuori dall’aula, prima che abbia reazioni incontrollate.
Il rientro in classe e il ruolo delle famiglie
Terminata la fase più critica, lo studente può rientrare in classe. A quel punto condivide il proprio “piano di rientro” con il docente, un passaggio considerato centrale nel metodo perché aiuta a migliorare la relazione educativa e a ristabilire un clima di serenità anche con i compagni che vogliono seguire la lezione senza interruzioni.
Le famiglie sono parte integrante del progetto. A ogni ingresso in Training room il docente scrive un’annotazione per informare i genitori del motivo del disturbo. È previsto un tetto massimo di tre ingressi: al quarto, l’alunno viene mandato a casa e deve essere prelevato da un genitore; il giorno successivo potrà rientrare a scuola accompagnato e dovrà prima passare dal dirigente scolastico.
Le classi coinvolte, in particolare quelle del biennio, hanno sottoscritto insieme alle famiglie un patto formativo in cui si impegnano formalmente a collaborare per il buon esito del metodo.
I numeri del progetto al Fioravanti
I dati raccolti dalla scuola permettono di osservare l’impatto concreto dell’esperienza. Nel 2025, durante il primo quadrimestre, gli ingressi in Training room sono stati 76, mentre nel secondo quadrimestre sono scesi a 52. Cinque studenti sono stati accompagnati nella stanza di riflessione per tre volte.
Nella relazione di fine anno, la referente del progetto Giovanna Pacucci ha spiegato che «gli ingressi in Training room hanno riguardato le dinamiche relazionali tra pari e la risoluzione di conflitti attraverso atteggiamenti violenti».
Un ruolo chiave, sottolinea ancora la relazione citata dal Corriere di Bologna, lo ha avuto la mediazione del docente e la guida alla verbalizzazione del disagio: «La tecnica della discussione guidata ha fatto emergere dinamiche nascoste, sia scolastiche che personali, che sarebbero rimaste inespresse e avrebbero potuto condurre a conseguenze più serie».
Come funziona nella pratica
Secondo la presentazione del progetto dell’istituto Fioravanti, il percorso della Training room inizia direttamente in classe. Quando uno studente disturba, l’insegnante si rivolge a lui «con tono di voce normale e atteggiamento tranquillo» e gli pone alcune domande precise: «Cosa stai facendo? Quale regola hai trasgredito? Cosa vuoi fare, rimanere in classe e comportarti bene o andare a riflettere in Training room?».
È solo al secondo richiamo che l’alunno viene accompagnato nella Training room, un’aula in cui, in determinati orari, è presente un docente formato ad hoc che lo accoglie. Qui lo studente racconta ciò che è successo e, guidato dall’insegnante, scrive un “piano di rientro”, indicando in modo concreto cosa intende cambiare del proprio comportamento prima di tornare in classe.
Il metodo tedesco: responsabilità e riflessione
Il progetto bolognese si ispira al modello tedesco della Trainingsraum-Methode. Nell’impostazione originale, questo metodo viene definito come un approccio educativo orientato al rafforzamento dell’autoresponsabilità degli studenti e alla promozione del rispetto reciproco.
Il Trainingsraum non è concepito come un luogo punitivo, ma come uno spazio in cui, con l’aiuto di un docente specificamente formato, i ragazzi vengono accompagnati a riflettere sul proprio comportamento, a comprendere come le proprie azioni influenzino gli altri e a individuare alternative positive.
In Germania il metodo è inserito in una più ampia cultura di gestione dei conflitti scolastici e di promozione dell’autodisciplina, con l’obiettivo di ridurre le interruzioni in classe e migliorare la qualità dell’insegnamento per tutti.