Un canale spuntato come tanti su YouTube nell’era dei contenuti generati dall’intelligenza artificiale. Nessun annuncio, niente biografie o volti dietro l’account. Solo un nome che non lasciava presagire nulla di buono: Woman Shot AI. Un titolo dietro il quale si nascondeva una sequenza di video creati interamente con software generativi. Decine di clip, sempre uguali e sempre diverse: donne in lacrime, minacciate, terrorizzate, supplicanti e infine uccise con un colpo di pistola.
Il canale è rimasto online per alcuni giorni, accessibile a chiunque, accumulando più di 175.000 visualizzazioni e oltre un migliaio di iscritti. È stato necessario l’intervento di alcuni giornalisti, che hanno segnalato la vicenda, perché YouTube decidesse di intervenire e rimuovere tutto.
I video seriali e inquietanti di Woman Shot AI
Secondo l’inchiesta del sito specializzato 404 Media, Woman Shot AI pubblicava video a cadenza regolare, uno dopo l’altro, seguendo uno schema quasi industriale. Le immagini erano generate con strumenti di intelligenza artificiale come Veo, il modello video di Google, riconoscibile grazie a un watermark che compariva in alcuni filmati.
Il copione era sempre lo stesso: una donna sola, giovane, vestita come una studentessa o come un’eroina di un videogame, veniva sorpresa da un uomo armato. Panico, sguardo terrorizzato, implorazioni. Poi il colpo, a volte con effetti splatter come in un crudele videogioco.
Non un esperimento isolato o un singolo video shock, ma una vera e propria catena di montaggio digitale. Ventisette video in totale, una serie costruita appositamente per ripetere ossessivamente, e in decine di varianti, la stessa fantasia omicida.
Il problema della moderazione
Il fatto che un simile canale sia riuscito a raccogliere migliaia di visualizzazioni e iscrizioni prima di essere chiuso solleva una domanda fondamentale: come è possibile che i sistemi di moderazione di YouTube non abbiano intercettato per tempo contenuti tanto espliciti? La risposta starebbe nella difficoltà di distinguere tra «creatività artistica» e violenza digitale, soprattutto quando i protagonisti non sono persone reali ma figure create dal software generativi.
Il risultato resta inquietante: anche se nessuna donna in carne e ossa è stata ferita, lo spettatore si è trovato davanti a immagini di sofferenza e di morte straordinariamente realistiche. Una violenza virtuale che, pur non essendo fisica, ha un impatto simbolico e culturale fortissimo.
L’episodio mostra quanto siano urgenti nuove regole per l’uso delle tecnologie generative e quanto sia fragile la linea che separa innovazione e abuso. Servono una disciplina più chiara, strumenti di controllo più efficaci e soprattutto una nuova consapevolezza da parte del pubblico. Sapere distinguere ciò che è reale da ciò che è artificiale, e riconoscere le implicazioni culturali di certi contenuti, è fondamentale per non cadere in una trappola di violenza normalizzata.