Anche io a 17 anni potevo finire come Zoe. Anche io avevo un fidanzato violento che mi metteva le mani al collo. Per fortuna lui si fermava e io ora sono qui. Alex Manna invece Zoe l’ha uccisa, prima colpendola con un pugno, poi strozzandola, poi – pare fosse ancora viva – gettandola in un canale che scorre dentro Nizza Monferrato.
Zoe Trinchero potevo essere io. O mia figlia. O la tua
Zoe poteva essere una delle mie figlie. O la tua. O potevo essere io quando, a 17 anni, vivevo la mia storia “tossica”, e ci ero dentro fino al collo, affogata dai sensi di colpa indotti dal classico narcisista maligno. Alla fine ce l’ho fatta, scappando in un’altra città. Zoe la storia non l’aveva neanche iniziata con Manna. Era lui che ci aveva provato, e lei semplicemente quella sera gli ha detto No. Così è morta questa ragazza che lavorava – a 17 anni – nel bar del paese e voleva fare la psicologa.
Tutti i segnali di un ragazzo violento
Eppure i segnali c’erano. Questo ragazzo si poteva e doveva fermare prima. Lo racconta bene al Corriere della Sera l’amica del cuore di Zoe, Nicole, che aveva avuto una storia con Alex l’anno scorso. «Ci siamo lasciati perché non mi piaceva il suo comportamento e non l’ho mai più sentito da aprile dell’anno scorso. Non usciva più tanto spesso con il nostro gruppo, ma quando lui c’era io non andavo». Di lui racconta ancora: «Non ha un carattere facile e non è un tipo tranquillissimo. Con me era ossessivo e possessivo, non potevo parlare né uscire con nessuno. Una volta ha sferrato un violento pugno contro la finestra per un motivo banalissimo: aveva litigato con suo fratello». Secondo la ragazza «non è cattivo, però è un po’ aggressivo». «Con me non ha mai alzato le mani, ma perde la pazienza facilmente. Di punto in bianco diventava oppressivo, geloso» ha raccontato ancora a La Stampa. «Quando perdeva la pazienza rompeva le cose. Una volta ha distrutto i vetri della sua stanza, prendendosela con gli oggetti».
I genitori non vogliono vedere dentro (e dietro) un figlio violento
Possibile che i genitori non siano intervenuti neanche di fronte ai vetri rotti? Possibile che non l’abbiano mandato da uno psicologo e non abbiano chiesto aiuto? È possibile. I genitori del fidanzato che avevo io, per vergogna tacevano. Si può tacere anche per ignoranza o, più semplicemente, perché hai paura di quello che hai davanti. O, peggio, di quello che ci sta dietro. La sua violenza, le tue mancanze, le omertà, una situazione che a un certo punto sfugge di mano. Ti lascia.
Nessun genitore vorrebbe addentrarsi nella mente di un figlio violento che, se è pure un narcisista, non vuole neanche essere aiutato. Le violenze, però, prima che fuori, si vedono in famiglia. Ma ammettere che il tuo piccolo bambino è diventato un piccolo adulto potenzialmente esplosivo, non è affatto facile. Fa meno male far finta di niente, evitare la questione, non parlarne, non affrontarla e sperare che non accada nulla di grave.
Una nuova generazione di assassini sta crescendo
Invece l’irreparabile è accaduto eccome. E ora piangiamo una ragazza giovanissima. Uccisa da un altro giovanissimo. Come Aurora Tila, uccisa a 13 anni da un ragazzino allora 15enne, e Giulia Cecchettin, uccisa a 22 da Filippo Turetta, che ne aveva 23. Una nuova generazione di assassini ci sta crescendo sotto gli occhi, ma li stiamo crescendo noi, più preoccupati di farci i selfie che di ascoltare i nostri figli. Una devianza come quella di Alex era più che evidente. Scoppi d’ira, auto isolamento e controllo ossessivo sono segnali di un temperamento violento alla portata di chiunque. Certo – si dice sui social – anche se fai seguire tuo figlio da uno psicologo o psichiatra, quando ha 18 anni viene dislocato in altre strutture dedicate agli adulti e lì “abbandonato”. Gli viene detto di prendere i farmaci ma che è anche libero di non prenderli. E che se vuole essere seguito, occorre andare privatamente. Cosa ci si può aspettare da un sistema così?
Il carcere non risolve, bisogna arrivare prima
Di sicuro il carcere non è la soluzione. Bisognerebbe arrivare prima. Morena Corbellini, la mamma di Aurora Tila, racconta che in prigione l’assassino della figlia, condannato a 17 anni, si vanta «di aver provocato la più giovane vittima di femminicidio in Europa». Come fosse un record. E l’assassinio un gioco. Questo ragazzo non sta capendo molto, della sua esperienza. «Casi come quello di Aurora, di Giulia Cecchettin e ora di Zoe Trinchero, mostrano come un femminicida normalizzi la violenza: un femminicida si è abituato a usare la violenza senza dargli peso e probabilmente continuerà a farlo, proprio come l’assassino di mia figli». La mamma di Aurora ha fondato un’associazione, La luce di Aurora, per fare prevenzione, andare nelle scuole, parlare coi ragazzi. Non saranno le multe e le perquisizioni fuori da scuola a fermare la violenza che sempre più agiscono i nostri figli. Occorre esserci, come genitori, alzare le antenne e poi avere il coraggio di guardare dentro il cuore di quell’assassino che è diventato tuo figlio.