Dopo lo storico voto con cui il Parlamento europeo ha riconosciuto il diritto all’aborto sicuro, lo scorso dicembre, ora è arrivato un altro importante passo avanti: la Commissione UE ha deciso di inserirlo nel Fondo Sociale Europeo Plus (ESF+): «È importante sul piano pratico e su quello ideale e di principio. Concretamente, le donne che vivono in Paesi dove l’aborto è proibito o ostacolato avranno la possibilità di essere aiutate sul piano economico», hanno commentato Marco Cappato, Tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni e Alice Spaccini, co-coordinatrice di My Voice, My choice in Italia per l’Associazione Luca Coscioni.

Cosa cambia con il fondo per l’aborto

Di fatto «il fondo garantirà una copertura della prestazione sanitaria, includendo anche le spese di viaggio e di soggiorno per le donne che dovranno andare all’estero. Sul piano politico, si afferma un principio fondamentale: il riconoscimento a livello europeo del diritto ad accedere all’aborto in condizioni di sicurezza e legalità. È un risultato reso possibile dalla mobilitazione di 1.200.000 persone di tutta Europa che hanno sottoscritto l’Iniziativa dei Cittadini Europei MVMC, delle quali oltre 161.168 in Italia grazie anche alla mobilitazione dell’Associazione Luca Coscioni. Si tratta di un passaggio fondamentale per la costruzione dell’Europa dei diritti attraverso la partecipazione civica. Ora ci auguriamo che l’Italia decida di utilizzare il fondo», hanno aggiunto Cappato e Spaccini.

Le decisioni UE sull’aborto

La decisione della Commissione UE segue, dunque, il voto storico del Parlamento, di due mesi fa che, come spiegato dai sostenitori della campagna di sensibilizzazione che aveva preceduto la presa di posizione, non hanno dubbi nell’affermare che significa dichiarare l’aborto un diritto fondamentale. Ma anche per l’Italia si tratta di un successo dal momento che nel nostro Paese sono state raccolte 166mila firme a favore dell’iniziativa My Voice, My Choice sostenuta in Italia proprio dall’Associazione Luca Coscioni.

L’aborto è un diritto fondamentale per l’Europa

Con 358 voti a favore, 202 contrari e 79 astensioni, gli europarlamentari avevano già dato il via libera a una risoluzione che sancisce che l’accesso a un aborto sicuro e legale è un diritto fondamentale per tutte le donne in Europa. Si tratta di un segnale molto forte, come confermava Alice Spaccini: «Il voto del Parlamento europeo è una vittoria tutt’altro che scontata. Ha vinto la partecipazione democratica di oltre un milione di cittadine e cittadini europei, con un contributo decisivo dell’Italia, dove abbiamo raccolto 166mila adesioni. È un segnale forte: un’Europa dei diritti non è solo possibile ma può nascere dal basso».

La raccolta firme e il ruolo dell’Italia

Nell’ambito della campagna di sensibilizzazione e raccolta firme a sostegno della risoluzione, l’Italia ha avuto un ruolo di primo piano: si tratta del terzo Paese per numero di adesioni. Spaccini ricordava come, dopo il via libera dell’Europarlamento, mancasse una decisione della Commissione europea per «trasformare il mandato politico in azioni concrete per garantire l’accesso all’aborto sicuro e legale in Europa». Una decisione che adesso è arrivata e prevede un aiuto pratico per le donne che vogliano interrompere la gravidanza. La risoluzione del Parlamento, infatti, non è vincolante, ma indica la direzione politica, senza obbligare gli Stati membri a cambiare immediatamente le loro leggi. «È comunque un segnale fortissimo: invita tutti i Paesi europei a rimuovere gli ostacoli legali e pratici che ancora limitano questo diritto», spiega ancora Spaccini.

Verso la creazione di finanziamenti per l’aborto

Il passo successivo è stato dare un aiuto anche finanziario alle donne che scelgono l’interruzione volontaria di gravidanza, ma che magari si trovano in condizioni di difficoltà o personale o legata alle norme del Paese nel quale vivono. Come spiega l’Associazione Coscioni, infatti, «grazie a questa iniziativa, i deputati europei hanno chiesto la creazione di un meccanismo finanziario facoltativo dell’UE, aperto agli Stati che vogliono partecipare, per garantire l’accesso a un aborto sicuro anche nei Paesi dove ancora è difficile». Il sistema, infatti, è aperto a tutti gli Stati UE su base volontaria e ora si prevede che sia sostenuto da fondi europei. Gli Stati membri forniranno assistenza per l’aborto in conformità con le loro leggi nazionali.

Dove il diritto all’aborto non è garantito in Europa

La risoluzione, dunque, rappresenta una risposta per tutte quelle situazioni nelle quali le donne europee non hanno ancora pieno accesso all’aborto sicuro e legale. Ad esempio, a Malta la pratica non è consentita in nessun caso, mentre in Polonia è possibile accedervi solo quando il concepimento è frutto di una violenza sessuale o quando se è a rischio la salute della donna. Proprio il Tribunale costituzionale di Varsavia, però, nel 2021 ha vietato l’IVG anche in presenza di una malformazione del feto, cioè una delle cause più frequenti di richiesta.

Dove l’aborto è consentito e sicuro

Tra i Paesi più virtuosi, invece, figura la Francia. Come riporta l’Atlante delle politiche europee sull’aborto 2025, Parigi ha riconosciuto la scelta come un diritto costituzionale e la Spagna ha presentato una proposta analoga, non ancora diventata legge. Una grande sensibilità nei confronti della questione è stata poi dimostrata da Stati come Lussemburgo e Paesi Bassi, che hanno eliminato i periodi di attesa obbligatori previsti in precedenza. Restano, però, molti ostacoli nell’accesso all’interruzione volontaria di gravidanza in altri Paesi, spesso costituiti dalla mancanza di informazioni adeguate alle donne, dalla carenza di servizi che offrano l’aborto o dal numero elevato di medici e infermieri obiettori, come in Italia.

I contrari (c’è anche parte dell’Italia)

Nonostante la pubblicazione di una “mappa dell’IVG” in Italia da parte disponibile dalla primavera 2025 sul portale di Epicentro dell’Istituto superiore di sanità (Iss), ancora oggi è difficile capire esattamente dove si può abortire. Nel 2022 Chiara Lalli, docente di Storia della Medicina, e Sonia Montegiove, informatica e giornalista, avevano reso noti i risultati di una indagine, condotto con l’Associazione Luca Coscioni in occasione dei 44 anni dall’entrata in vigore della legge 194. Risultavano 31 strutture sanitarie (24 ospedali e 7 consultori) con il 100% di obiettori di coscienza per medici ginecologi, anestesisti, infermieri o OSS. Quasi 50 quelli avevano una percentuale superiore al 90% e oltre 80 un tasso di obiezione superiore all’80%.

La maglia nera alla Lombardia

L’accesso all’aborto in Italia è ancora difficile anche in Regioni come la Lombardia, che risulta maglia nera. Nella Regione con il più alto numero di interruzioni di gravidanza (oltre 11mila all’anno), ci sono cinque ospedali che non praticano alcun tipo di IVG, sei che offrono solo la prestazione chirurgica, meno della metà che utilizzano la Ru486 (aborto farmacologico) e con all’interno un’obiezione inferiore al 50 per cento, mentre in un quarto dei presidi ospedalieri gli obiettori superano il 70 per cento dei medici, e in alcuni centri anche l’80 per cento.

Le critiche al cosiddetto “Erasmus dell’aborto”

Per questo il voto del Parlamento europeo viene considerato una vittoria, perché dovrebbe sostenere ulteriormente quei cambiamenti invocati da tempo da diverse associazioni, che però si scontrano con le battaglie dei movimenti pro-vita. Da questi, infatti, sono arrivate critiche alla risoluzione: l’Ong italiana Pro Vita & Famiglia ha etichettato il meccanismo approvato dall’assemblea di Strasburgo come un “Erasmus dell’aborto” e lo ha condannato come «un incentivo che spingerà gli Stati a competere per attrarre fondi Ue promuovendo la soppressione di vite innocenti».