La violenza economica potrebbe entrare nel codice penale, all’articolo 572. Quando un uomo viene accusato di maltrattamenti alla compagna, ad aggravare la sua posizione potrebbe contribuire anche il fatto di aver monitorato in modo ossessivo le spese familiari: chiedendo gli scontrini, contando i soldi, dando la “mancetta” alla moglie per andare al supermercato. Quelli che prima erano comportamenti poco visibili gli occhi dei giudici, presto insomma potrebbero diventare importanti per aiutare a delineare il profilo di un marito violento, controllante, manipolatorio, anche dal punto di vista economico.

La violenza economica entrerà nel Codice Penale

Non sono auspici, questi, ma le indicazioni a cui è giunta la Commissione Parlamentare di inchiesta sul Femminicidio, nonché su ogni forma di violenza di genere, che ha pubblicato la prima Relazione sulla violenza economica di genere. Un documento storico nella lotta a questo fenomeno, approvato all’unanimità dopo 93 audizioni con l’obiettivo di indirizzare il legislatore ma anche gli operatori del settore tra aziende, associazioni di categoria, sindacati, centri anti violenza, Confindustria, Coldiretti. E poi banche, assicurazioni, associazioni.

Le tante forme della violenza economica

Tutti chiamati a formarsi per riconoscere (e prevenire) la violenza economica: quella che fa sì che per una donna sia normale non avere un proprio conto corrente, oppure andare dal parrucchiere racimolando gli spiccioli di casa, o farsi intestare il leasing dell’auto del marito o, ancora, firmare documenti senza sapere bene di cosa si tratti. Scene di ordinaria dinamica tra sessi, soprattutto in Italia, che già la Convenzione di Istanbul nel 2013 chiedeva di affrontare e superare. Ora il nostro Paese fa un bel passo avanti.

Perché la violenza economica deve entrare nel Codice Penale

Merito soprattutto di Martina Semenzato, presidente della Commissione, da tempo impegnata anche personalmente su questo fronte: «Appena è nata la mia nipotina Ester, le ho aperto un conto corrente, con l’augurio che sia per lei il primo passo verso una vita di indipendenza, autonomia e libertà economica. E questo lo vorrei per tutte noi» spiega l’onorevole. «In Italia quasi la metà delle donne non ha un conto proprio. Il 70 per cento di coloro che accedono ai Centri Anti Violenza, non sono indipendenti economicamente e hanno un indice di indebitamento altissimo, senza neanche saperlo: mutui, macchine e prestiti intestati, su cui magari gravano delle multe non pagate.

Perché è difficile riconoscerla

Nella complessità della vita di coppia, molte volte è difficile separare gli affetti dai soldi: chiedere alla donna di rinunciare al lavoro passa magari per premura; usare un conto corrente unico diventa una questione di comodità, come intestare debiti ma non proprietà. Invece sono tutte limitazioni alla libertà personale che, alla lunga, possono trasformarsi in strumenti di coercizione».

Le indicazioni della Relazione

E per far sì che le indicazioni diventino cambiamenti concreti, la Relazione promuove accordi tra le imprese, e tra imprese e banche, per versare la retribuzione sul conto corrente intestato alla lavoratrice, incoraggiare le donne a esaminare con attenzione ogni documento prima di firmare, favorire il rientro al lavoro dopo la maternità. «Tutte misure che hanno lo scopo di diffondere consapevolezza tra le donne, a partire dalle scuole e dalle università, proprio per non restare vittime di violenza economica» spiega l’onorevole Semenzato. «Io inviterei a fare educazione finanziaria fin dall’asilo e dalle prime paghette per i bambini: quante donne non risparmiano? Non accantonando per la pensione? Non pensano al domani? Su questo tessuto si innesta poi la violenza economica.

Far conoscere gli strumenti per le donne vittime di violenza

Ma la Relazione vuole anche alzare il livello di conoscenza degli strumenti a disposizione delle donne, una volta entrate in un percorso di fuoriuscita dalla violenza. Come il Reddito di libertà, il Microcredito, l’assegno di inclusione, o la possibilità di sospendere un mutuo, chiedere il trasferimento se si è dipendenti pubblici e, per le aziende, assumere donne vittime di violenza con sgravi fiscali. Tutte le conclusioni a cui siamo giunti con questo lavoro corale verranno usate nelle sedi opportune e diventeranno leve importanti di cambiamento: daremo indirizzi al legislatore, proporremo mozioni ed emendamenti nelle leggi di bilancio. Come abbiamo fatto per gli orfani di femminicidio: dopo l’inchiesta parlamentare sul fenomeno, siamo riusciti ad aumentare le borse di studio».