«Io stessa, non ve lo nascondo, vivo quasi emblematicamente questo momento, avvertendo in esso un significato profondo, che supera la mia persona e investe la condizione delle donne italiane». È il 20 giugno 1979 quando, a 59 anni, Leonilde Iotti – per tutti Nilde, Madre Costituente, dirigente del Partito comunista italiano e pioniera dell’Europa dei diritti – sale sullo scranno più alto di Montecitorio. Pronunciando un discorso d’insediamento che apre le prime crepe nel famigerato soffitto di cristallo. In quel momento, mentre assume la prima presidenza femminile della Camera, che deterrà per tre legislature consecutive fino al 1992, Nilde Iotti non assolve semplicemente a un atto istituzionale, porta a compimento una missione. Pur non riconoscendosi “femminista” in senso stretto, avverte la pungente consapevolezza che ogni sua parola pubblica, ogni decisione, la sua stessa presenza fisica in quei luoghi di potere non siano conquiste solitarie, ma tappe necessarie nel lungo e faticoso percorso di riscatto di tutte le italiane.
Nilde Iotti si diventa
Per capire la portata della rivoluzione di Nilde Iotti, è utile guardarla attraverso la lente di Marianna Aprile, che nel suo libro La promessa (Piemme), indagine sulla genealogia del potere femminile in Italia, ricorre a un’immagine folgorante: «Nilde è un errore di sistema. E, come sempre accade con gli errori di sistema, quel sistema finisce per cambiarlo (…), è il bug che costringe la macchina dello Stato a resettarsi». È un’intuizione potente. Ci restituisce il ritratto di una donna che non entra in un mondo disegnato dagli uomini per mimetizzarsi, vi irrompe con la forza di una variabile vitale.
Prima di diventare l’imperturbabile “Signora della Repubblica”, Nilde è la ragazza emiliana orfana di un ferroviere e sindacalista perseguitato dal fascismo. Attraversa la Resistenza come staffetta partigiana nei Gruppi di Difesa della Donna e si laurea in Lettere alla Cattolica di Milano. Quando approda alla Costituente nel 1946, a soli 26 anni, si impone per una qualità rara. «A chi le sta attorno, di lei arriva prima di ogni altra cosa, anche prima del genere d’appartenenza, la salda determinazione delle idee» scrive Aprile. È in quel laboratorio di democrazia che prende forma il suo profilo di architetta della cosiddetta “parità sostanziale”. Tra i banchi della Costituente Nilde Iotti firma infatti il suo primo capolavoro politico, scuotendo le fondamenta di un’uguaglianza che rischiava altrimenti di restare sulla carta.
Le rivoluzioni di Nilde Iotti nella politica italiana ed europea
Insieme ad altre Madri Costituenti come Teresa Noce e Lina Merlin, è l’anima e il motore dietro l’inserimento del secondo comma dell’Articolo 3. Quel pilastro che impegna solennemente la Repubblica a «rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini». Nilde comprende prima di molti altri che, senza interventi concreti dello Stato come servizi sociali, asili nido, leggi sul lavoro o indipendenza economica, il diritto di voto e l’uguaglianza giuridica rischiano di rimanere astrazioni prive di corpo, inutilizzabili per milioni di donne ancora schiacciate dal peso del lavoro domestico e dalla subalternità ai mariti. Una battaglia di concretezza che diventa il filo conduttore di un’intera carriera.
La riforma del Diritto di famiglia del 1975 ne è la prova tangibile. Grazie al lavoro ostinato di Iotti, viene smantellato il cuore del patriarcato attraverso l’abolizione della potestà maritale e la sostituzione della patria potestà con l’idea di responsabilità condivisa. Viene affermata la comunione dei beni, riconoscendo il valore economico del lavoro domestico della donna. La casa non è più il regno del marito, ma una comunità di eguali. Accanto alla dimensione nazionale, c’è un tratto di Iotti spesso trascurato ma di una lungimiranza assoluta: l’europeismo.
Nel 1979 è tra i primi rappresentanti italiani eletti a suffragio universale al Parlamento europeo, convinta che la sfida per l’emancipazione debba superare i confini per trovare respiro continentale. Per lei l’Europa – di cui il 9 maggio si celebra la Giornata – non è un freddo accordo economico. Ma l’unico spazio politico sovranazionale capace di armonizzare i diritti civili e sociali verso l’alto, legando il destino delle italiane a quello di una democrazia europea moderna, laica e inclusiva, capace di proteggere le cittadine dalle derive conservatrici dei singoli Stati.
La storia con Togliatti, «la libertà si misura nella vita vera»
Mentre ridisegna il profilo sociale dell’Italia e dell’Europa, Nilde deve però imparare a difendere il proprio privato da un Paese pronto a condannarla. Il legame con Palmiro Togliatti, segretario del Pci, è una relazione “scandalosa”, lui è sposato, lei molto più giovane. La modernità di Iotti sta nella capacità di «tenere insieme dimensione pubblica e privata senza piegarsi a un giudizio esterno». Nel rivendicare il diritto di non dover rendere conto delle proprie scelte affettive – «Mi sento di lottare con le unghie e con i denti per difendere un sentimento che è mio e solo mio» – impartisce una lezione di sovranità radicale. Una coerenza che culmina nella scelta di formare una famiglia “irregolare” adottando Marisa Malagoli, sorella minore di uno dei sei operai uccisi durante l’eccidio di Modena del 9 gennaio 1950.
Insieme a Togliatti scardina i canoni dell’epoca, dimostrando che la famiglia è il luogo dell’accoglienza, ben oltre i vincoli di sangue. In questo percorso, anche lo stile è politico. In un mondo che aspetta un’emozione “fuori posto” per delegittimarla, sceglie la sobrietà come armatura. Lo chignon perfetto, i tailleur severi, l’immancabile borsetta non sono vezzi, ma elementi di un’autorità nuova che impone rispetto senza scimmiottare l’uomo. Oggi la sua eredità risiede nella profezia della parità sostanziale. Se sulla carta l’uguaglianza è un traguardo tagliato, la realtà ci dice che la battaglia è tutt’altro che conclusa. Spostata nelle pieghe invisibili di un patriarcato mai del tutto abbattuto.
Nilde ci ha insegnato che la libertà si misura nella vita vera. Se la sua irriducibile presenza nelle istituzioni ha rappresentato davvero “l’errore di sistema” che ha aperto un varco nel muro del potere, a chi viene dopo spetta il compito di abitare quella trincea con orgoglio, finché la promessa a cui allude il libro di Marianna Aprile non sarà pienamente realizzata.
La strada per la parità è ancora lunga
Dal primato di Nilde Iotti nel 1979 all’attuale presidente del Consiglio Giorgia Meloni, il percorso sembra segnato. Eppure, la rappresentanza reale mostra un soffitto di cristallo ancora opaco. In Parlamento, la presenza delle donne è stabile al 33,1%. Il vero deserto resta il governo del territorio. Dove le presidenti di Regione sono 2 su 20. Quanto ai Comuni, le sindache sono il 15,4%, il 32,3% le vicesindache, il 44,5% le assessore e il 35,3% le consigliere. In Economia il gender pay gap medio persiste al 17%, ma il divario esplode nel lavoro di cura, che ricade per il 70% sulle donne. Nel settore privato sono ancora solo il 22,6% le donne Ceo, confermando che il varco aperto da Nilde Iotti va presidiato ogni giorno.