Se c’è uno stereotipo tra i più resistenti che gira intorno al lavoro delle donne, è quello che le esclude dai porti e dal settore marittimo in generale. Non sarebbe femminile comandare una nave, lavorare su un peschereccio oppure movimentare merci nel porto o lavorare nella pesca e nelle attività di commercio, produzione e lavorazione del pesce.

Raccontare il lavoro nei porti come possibilità per le donne

Un ambito di lavoro, quello portuale e marittimo che, finché non viene raccontato come possibile conquista anche femminile, dove le donne non solo sono accolte ma anche necessarie, grazie alle loro competenze, resterà appannaggio degli uomini. Perché, si sa, chi detiene il potere, fatica pure a lasciarlo.

Certo che per noi, cresciuti come siamo a pane e bastoncini del capitano, costruire un immaginario diverso non è facile. Eppure è possibile, oltre che opportuno. Di sicuro, non ci guadagneremmo solo in termini di equità e inclusione, ma anche in termini più concretamente economici. Includendo le donne nelle attività portuali e marittime, l’intera economia mondiale sarebbe avvantaggiata.

La parità di genere tra portuali e marittimi

Ne è convinta, dati alla mano, Barbara Bonciani, sociologa presso il Dipartimento di Civiltà e Forme del sapere dell’Università di Pisa, autrice del libro Portuali e marittime, perché no? Il divario di genere nei porti italiani (ed. Franco Angeli), il primo libro in Italia che analizza, in modo scientifico, la disparità di genere nei comparti portuale e marittimo. Un libro che rappresenta l’evoluzione di un primo progetto, Il porto delle donne, nato nel 2023 a Livorno, proprio per dare voce alla presenza femminile nel campo marittimo attraverso una mostra fotografica, un convegno, interviste, un murale e attività nelle scuole.

Il murale di Livorno realizzato nell'ambito del progetto Il porto delle donne nel 2023.
Il murale di Livorno realizzato nell’ambito del progetto Il porto delle donne nel 2023.

Il comparto marittimo e portuale è un tema trascurato, invece ha un grosso peso nell’economia mondiale. Spiega la sociologa: «Il 90% del commercio mondiale in termini di volume e il 70% in termine di valore avviene via mare. I porti in Italia svolgono un ruolo cruciale nel panorama economico del Paese, facilitando il commercio internazionale, migliorando lo sviluppo regionale e contribuendo in modo significativo al PIL nazionale.

Quanto pesano i porti sul PIL

«Il rapporto Unioncamere del 2024 sull’economia del mare – prosegue la professoressa Bonciani – attribuisce al sistema marittimo un valore aggiunto complessivo di circa 64,7 miliardi, pari a circa il 3,7% del Pil e una occupazione di 1 milione di addetti (il 4% dell’occupazione italiana). Restringendo il campo alle attività di trasporto marittimo e di cantieristica, ovvero le attività più specifiche dei porti, arriviamo a un valore aggiunto pari a 21,4 miliardi di Euro, cioè circa l’1,2% del PIL, e 260 mila occupati, cioè l’1% dell’occupazione».

La segregazione delle donne nel settore portuale

Eppure, la segregazione professionale delle donne in questi settori è ancora molto significativa. «Le donne impiegate nelle imprese portuali costituiscono il 6,3% della forza lavoro complessiva. In queste imprese, solo sei lavoratrici su cento sono donne: nei terminal, nella logistica e nel magazzinaggio. Nelle autorità di sistema portuale, invece, le donne raggiungono il 46 per cento anche se resta il deficit nelle posizioni apicali. Salendo infatti nella governance portuale, solo due donne sono presidenti delle autorità portuali. Una vergogna, perché invece le donne sono molto preparate».

Le donne però si stanno organizzando. E siccome fare rete è una loro grande prerogativa, hanno creato network come WISTA Italy, che promuove la diversità nei settori marittimo, commerciale e logistico. Oppure Women in Transport, che riporta come la rappresentanza femminile ai vertici di settore sia aumentata dal 26% nel 2023 al 36% nel 2025. Ma c’è ancora molto da fare.

Mancano dati disaggregati nell’ambito marittimo

Non abbiamo notizie invece sulla presenza femminile in ambito marittimo. Sappiamo che a livello mondiale il numero delle donne imbarcate non arriva al 2% della forza lavoro complessiva. «Nel nostro Paese, l’ultimo censimento realizzato da Cnel e Inps nel 2019 ha fornito il numero ufficiale di personale marittimo pari a 35.983 unità, di cui 27.866 imbarcati e il resto personale di terra. Tuttavia, il dato non è stato disaggregato per genere, per cui non abbiamo nessuna cognizione di quante donne ci siano sul totale dichiarato».

Il problema dei numeri che riguardano le donne

Cosa significa non sapere quante donne lavorano in questo settore? Vuol dire non dare loro rappresentazione, come se non esistessero. Quindi diventa poi difficile orientare azioni politiche e sociali e migliorare la loro condizione e quella delle loro famiglie. Un problema a livello mondiale, come denuncia un nuovo studio pubblicato dalla Commissione generale per la pesca nel Mediterraneo (GFCM) dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura ( FAO) , in collaborazione con la Divisione Pesca e Acquacoltura della FAO. «I dati sul contributo delle donne alla pesca – si legge su pesceinrete.com – sono limitati in tutto il mondo, poiché le donne spesso svolgono compiti dietro le quinte per sostenere le imprese di pesca familiari – ad esempio, riparare le reti, pulire il pesce o tenere la contabilità – che possono essere difficili da catturare nelle statistiche ufficiali. Inoltre, quando le statistiche coprono le attività lungo l’intera catena del valore, raramente vengono riportate separatamente per genere.

Lavorare nei porti: un’opportunità per le donne

Abituati come siamo a immaginare i lavoro al porto come un’atività di pura forza fisica, facciamo fatica a immaginare opportunità al femminile. Invece le cose stanno cambiando grazie anche alla tecnologia: «Gruiste, smarcartici, addette al rizzaggio e derizzaggio, direttrici di macchina, capitane: tutti lavori che oggi possono fare anche le donne, senza contare le aree legate alla gestione ambientale, all’energia rinnovabile, alla digitalizzazione e alla logistica sostenibile.

Con l’adozione di tecnologie verdi come sistemi di energia rinnovabile, veicoli elettrici e infrastrutture efficienti dal punto di vista energetico, c’è una crescente domanda di specialisti nell’implementazione e nella gestione delle nuove tecnologie. Questi professionisti progettano, implementano e mantengono soluzioni sostenibili nell’ambito delle operazioni portuali». Dove non occorre la sola forza fisica, le donne sono bravissime, si sa, se solo se ne dà loro l’opportunità.

L’assenza di role model incide sulla scelta del lavoro nelle giovani

Ma la mancata parità di genere nei porti e nel settore marittimo non è solo una questione di equità, perché incide anche sull’orientamento lavorativo delle generazioni presenti e future: a chi ispirarsi per scegliere questo lavoro, se le role model non esistono?

E poi ci sono le donne nella pesca

Ancora meno raccontate delle donne nei porti sono, forse, le donne nella pesca perché questa rappresenta per la maggior parte una “storia di famiglia”, una passione – più che un lavoro- che si tramanda di generazione in generazione. E questo vale in tutto il mondo. Non esiste quindi una figura giuridica riconosciuta e l’attività delle donne non viene considerata come un lavoro ma, piuttosto, come un aiuto o un sostegno alla famiglia.

Quindi, se non c’è rappresentazione, non ci sono tutele. Si tratta, per lo più, di mogli, madri, figlie o sorelle dei pescatori, che si affiancano agli uomini e li supportano. Un po’ come le mogli degl imprenditori che tengono la contabilità e a cui, come spesso accade, il marito non versa stipendio né contributi, salvo poi usarle come prestanome in caso di debiti.

Le nuove imprenditrici della pesca

Ora, però, le cose stanno cambiando anche in questo campo, come racconta il libro Il sale di Penelope, Reportage e racconti di pesca al femminile (Mursia), di Ilaria Potenza, giornalista e medica, e Carlotta Santolini, biologa marina.

Un viaggio in barca a vela lungo le coste italiane, dal Delta del Po alla Liguria , raccogliendo storie di donne pescatrici e marinaie. O, meglio, imprenditrici del mare. Come Ocarina e Giovanna, che pescano vongole nel Delta del Po, uscendo alle 4 di mattina per poi dedicarsi alla famiglia nel pomeriggio. O Barbara Orlando, 52 anni, capo barca e marinaio motorista a Porto Cesareo e, in Sicilia, le sorelle Giusy e Antonella, che di cognome fanno Donato ma per tutti sono “I Mancuso”, come l’azienda ittica del padre che hanno rilevato.

Cooperative con un’ottica di genere

Ma non sono un caso isolato: proprio in Sicilia esiste l’Associazione Donne di Mare, nata dal Dipartimento dell Pesca Mediterranea della Regione Sicilia per mettere in relazione le varie competenze femminili in ambito ittico. A La Spezia, invece, c’è una cooperativa di donne, la Ziguele, nata da sole pescatrici.

Anche in Sardegna tirano venti di cambiamento: è al 90 per cento rappresentato da donne il management di Nieddittas – la cooperativa che gestisce il marchio di cozze omonimo all’interno della Cooperativa Pescatori Arborea, la realtà che gestisce tutta la filiera della viticoltura nel golfo di Oristano. Donne che ricoprono ruoli chiave, impegnate per affermare e promuovere la leadership femminile all’interno della blue economy. Una leadership che può tradursi in nuove competenze e nuovi modelli di gestione e che costituirebbe una leva di sviluppo fondamentale.