Nessuno pensava alle ovaliste. Come spesso accade con gli operai semplici, gli inservienti, i lavoratori che sembrano quasi invisibili. Svolgevano lo stesso lavoro dei mugnai, ovvero controllare la parte centrale del mulino (l’ovale, appunto) per assecondare l’avvolgimento dei fili di seta. Da qui il nome. Che a differenza di quello riservato ai colleghi faceva pensare che fossero quasi, loro stesse, parte dei macchinari e nulla di più.

Oltre al corretto funzionamento dei mulini, le ovaliste si occupavano di tenere d’occhio i cotonifici, le bobine (riempiendo e svuotando i coloni) e garantivano la qualità della seta (annodando e sciogliendo i fili rotti). Un lavoro manuale, sì, ma anche di attenzione, impegno fatica. Fatto di orari sfiancanti, paghe appena sopra la soglia di schiavitù, e nessun riconoscimento. Per questo un giorno nel 1869 sono state loro le prime donne ad averne abbastanza, dando il via a uno sciopero durato giorni interi che ha cambiato la storia delle donne.

Sciopero, la storia dell’insurrezione delle ovaliste francesi

Una vera rivoluzione dal basso, che però è stata cancellata dai libri, dai ricordi. A riportare l’episodio alla luce è Maryline Desbiolles, scrittrice francese, che proprio in questi giorni pubblica in Italia Sciopero (per Bompiani). Nel libro, ogni capitolo è pensato come una fase di una staffetta immaginaria.

Pagina dopo pagina, si entra nelle vite di alcune delle ovaliste dell’officina Bellen. Toia, Marie, Clémence portano i lettori nelle loro stanze affollate, dove dormivano in condizioni spesso antigieniche. Nelle loro giornate di lavoro – 12 ore in piedi in officina per solo 1,40 franchi: abbastanza per condurre una vita da indigenti. Tonia, in particolare, è quella che racconta la storia più “vicina a casa”. Come molte delle ragazze che marciarono per le strade, era Piemontese, arrivata in Francia senza sapere la lingua e con solo la speranza di potersi rendere indipendente.

Durante l’estate del 1869, 250 ovaliste si decisero a firmare una petizione in cui chiedevano un miglioramento delle proprie condizioni. Richieste minime, 2 franchi al giorno e una giornata lavorativa di 11 ore. La maggior parte di loro firmò con una X, senza sapere nei dettagli quello che stava scritto sul foglio. Anche per questo motivo furono ignorate, fino a quando – guidate da una figura diventata quasi mitologica, Philomène Rozan – non si decisero a smetterla di lavorare e scendere in piazza.

Sulle tracce di Philomène

«Il mio precedente libro (Charbons ardents) si svolgeva in parte a Lione, dove ho incontrato chi mi ha parlato delle ovaliste e dello sciopero del 1869», racconta Desbiolles. «Fu il primo sciopero femminile conosciuto (ma soprattutto non conosciuto) in Francia». Certo, i libri delle storiche non mancano. Ma oltre a raccontare i fatti è difficile conoscere le storie vere delle donne che vi hanno preso parte, cosa le ha portate a quel gesto allora quasi impensabile.

«Di certo erano molto giovani, provenivano dalle province francesi o dal Piemonte, nessuna di loro parlava francese (ma dialetto o piemontese). E non sapevano leggere o scrivere», continua l’autrice. «Mi sono molto documentata sulla vita delle donne di quell’epoca, ma i miei personaggi sono di fantasia. Non ho inventato nulla però riguardo alla conduzione dello sciopero. Una delle due storiche che menziono era presente a una presentazione del mio libro in una libreria, e quando qualcuno le ha chiesto cosa fosse vero nel mio libro lei ha risposto: “Tutto è vero”!».

La figura simbolo della rivolta delle ovaliste è Philomene Rozan. Un nome che a Lione non è stato del tutto dimenticato, anche se ogni altra informazione su di lei è andata persa. Tanto che, tra le pagine di Sciopero, si insinua il dubbio che sia stata una prestanome, una metafora. «Non si sa nulla di lei a parte il suo nome e che Marx aveva pensato a lei per parlare dello sciopero delle ovaliste durante la riunione dell’AIL (Associazione internazionale dei lavoratori o Prima Internazionale) a Basilea nell’autunno del 1869. Alla fine è stata esclusa a favore di un uomo, Bakunin, ma il suo nome è giunto fino a noi».

La storia dimenticata delle donne

L’insurrezione delle ovaliste si inserisce in un periodo di intenso disordine sociale in Francia, e in particolare in città industriali come Lione dove le rivolte dei Canuts – più violente e diffuse – sono state ben più documentate. Eppure contestualizzarla non porta a minimizzarne l’importanza, né basta a spiegare come mai quello che è a tutti gli effetti uno dei primi scioperi interamente guidati e sostenuti dalle donne si sia perso nella memoria. «È stato senza dubbio assorbito dalla rivolta dei Canuts e subito dopo dalla Comune, ma è stato totalmente marginalizzato perché si tratta di un movimento di donne che tendono a non far parte della grande Storia».

Lo sciopero delle ovaliste è uno degli svariati esempi di come le donne abbiano sempre saputo impegnarsi e ribellarsi, ma hanno preferito farlo a modo loro. In questo caso infatti non ci fu violenza, non ci fu spargimento di sangue, nessun disordine se non quelli inevitabili. «Penso che le donne abbiano inventato manifestazioni festose e creative, non solo nell’antichità. Mi viene in mente un movimento degli anni ‘80 negli Stati Uniti: la Women’s Pentagon Action, in cui le donne hanno manifestato contro il nucleare davanti al Pentagono con azioni spettacolari, striscioni, marionette giganti, canti e danze», racconta Desbiolles. «Ammiro queste donne che, pur non sapendo né leggere né scrivere, hanno portato a termine uno sciopero e non una sommossa».

Non hanno ottenuto molto, ma hanno conosciuto la gioia di stare insieme. Bisogna sottolineare e ribadire l’importanza delle azioni comuni. Le donne non sono rivali. Hanno molte cose da dirsi, da decostruire così come da costruire

Raccontare le donne più forti, che non sempre sono le più fortunate

Libri come Sciopero di Maryline Desbiolles ci ricordano come mai si può parlare di una storia parallela a quella che studiamo sui libri di scuola, quella che gli inglesi chiamano un po’ ironicamente Herstory. Ma soprattutto, ci ricordano che le nostre battaglie hanno radici antiche e non sono ancora vinte. «La letteratura ci permette di saperlo in modo intimo. Non si tratta più di slogan, concetti, ma incontri personali. Attraverso la letteratura, condividiamo i dolori, le gioie, i dubbi dei personaggi. Mescoliamo la nostra storia alla loro e possiamo capire da vicino come cambiare le nostre vite».

Desbiolles, già vincitrice del Prix Fémina nel 1999, non è estranea al ruolo della letteratura nel racconto delle realtà più svantaggiate. «La letteratura è anche un modo per non conformarsi a idee preconfezionate: le ovaliste non sapevano né leggere né scrivere, eppure avevano un pensiero strutturato, un sapere da trasmettere oralmente, attraverso le canzoni e le storie che si raccontavano. Non ho la presunzione di scrivere per loro, scrivo piuttosto con ciò che mi insegnano, anche con il loro coraggio», racconta.

«Credo di essere animata anche io da una sorta di rabbia irriducibile, come i miei personaggi. Non vogliono essere ridotti a ciò che ci si aspetta da loro: non è forse questo, resistere? Non bisogna dimenticare da dove veniamo, né ciò che possiamo diventare e che nessuno dovrebbe imporci chi essere».