«I ragazzi non stanno bene» potremmo dire parafrasando il titolo di una commedia familiare agrodolce di qualche anno fa. La buona notizia è che lo sanno da un po’. Messa all’angolo dall’inderogabile richiesta di equità e da nuovi modelli relazionali dei femminismi, smascherata nei suoi esiti più nefasti da un’impennata di abusi e femminicidi, l’idea di maschilità che abbiamo a lungo coltivato (e combattuto) è un copione logoro e stretto anche per molti degli uomini che condividono il nostro presente. Maschi che, intanto, silenziosamente, si trasformano.
La fragilità maschile tra sofferenza psicologica e identità sotto pressione
È una metamorfosi di cui per ora cogliamo solo il punto di rugiada. Un “pensiero debole” spesso privato: anche quando si fa collettivo, preferisce ammantarsi di intimità e riservatezza. Ad azzannarlo alla pancia è una profonda sofferenza psichica. «Insieme ai tassi di suicidio, che, secondo dati del 2021, hanno riguardato per il 78% soggetti di sesso maschile, registriamo una preoccupante incidenza di patologie nei giovani maschi» dichiara Carla E. Ramacciotti, psicoterapeuta, coautrice con la psichiatra Emi Bondi di Il maschio fragile (Mondadori), saggio alle origini della vulnerabilità maschile contemporanea che intreccia biologia, relazioni e cultura.
«Abbiamo esplorato non solo la difficoltà a elaborare un rifiuto che dà fuoco alla miccia dei femminicidi, ma anche accoltellamenti casuali, incidenti fuori dalle discoteche, scontri tra bande, presenze nelle carceri: sono sempre i maschi protagonisti, salvo eccezioni». Ad accentuare la deriva, per Ramacciotti, una faglia generazionale che – dai Millennials «allevati nell’iperprotezione, come alberi senza vento» alle più recenti Generazioni Z e Alpha «sempre più isolate dietro agli schermi» – getta i giovani uomini in pasto alla competizione narcisistica dei nostri tempi. «Il patriarcato non è scomparso» ammonisce Ramacciotti. «Si porta dietro i suoi aspetti più tossici. Sotto pressione, s’irrigidiscono le identità e si alimentano gli agiti aggressivi».

Emozioni nascoste e il bisogno di modelli sani
Basterebbe riavvolgere il nastro secondo Alberto Penna, psicologo e psicoterapeuta, docente presso la Scuola di Psicoterapia Mara Selvini Palazzoli, autore di Maschi che piangono poco (Garzanti) e di un Manifesto delle emozioni maschili. «Il maschio invulnerabile che mantiene il fermo controllo sulle emozioni non è un destino, ma una costruzione piuttosto recente, se si guardano le origini della cultura occidentale da una certa prospettiva: Iliade e Odissea traboccano di lacrime maschili». Penna, che da decenni osserva gli uomini dall’interno ha, parole sue, «il privilegio di toccare con mano, accanto a tanta sofferenza, il risveglio di altrettante potenzialità». È vero: dall’esterno, il fenomeno più visibile è questa modalità aggressiva o distanziante degli uomini quando sono in difficoltà, «in cui la rabbia diventa un jolly che ci giochiamo per un sacco di situazioni. La prima cosa che scoprono in terapia è come questa sia una coperta sotto la quale si nascondono emozioni che non ci sentiamo liberi di riconoscere, di esprimere. Ma il punto è un altro.
Fatti i conti con questo, e con l’evidenza che essere uomo non può voler dire solo prevaricare o commettere atti decisamente anti-moderni, bisognerebbe potersi ispirare a modelli certi di mascolinità sana
A una comunità di uomini maturi, consapevoli, in armonia con le proprie emozioni, che non si vergognano di essere uomini di cura, che offrono aiuto e sanno chiederlo, se serve». Un parterre di role model che esiste, ne è certo lo psicologo, «ma per ora non esce allo scoperto, non fa massa critica. Prima o poi incarnerà una sorta di progresso, e lo farà in modo logaritmico. Me ne accorgo ogni volta che presento un libro: basta rivendicare l’urgenza di ridefinire la mascolinità e il dibattito si accende, le occasioni si moltiplicano».

La necessità di nuove chiavi di lettura sul maschile
Nessuno lo sa meglio di Claudio Nader, fondatore di Osservatorio Maschile, che dal 2023 dà codici e spazi alle riflessioni sul maschile attraverso gruppi di confronto, formazione, incontri in aziende e produzione culturale, e nei mesi scorsi ha dato vita a Hey Man! – Un imprevisto festival maschile, appuntamento “pop” che ha registrato oltre 5.000 presenze (e di cui Donna Moderna è stata media partner). «Ci sono molti altri gruppi che in Italia si confrontano su questi temi» dice. «Realtà che magari non hanno un nome e non comunicano a nessuno ciò che fanno. È come se avessero il bisogno opposto, rispetto alle donne: ritagliarsi spazi di intimità senza ripercussioni pubbliche». Non per ostilità o resistenza. «Spesso solo per inconsapevolezza». L’onda è ancora di là da montare, ma il punto di Nader è un altro: «Il maschile è onnipresente, però non è un tema indagato. Solitamente gli uomini parlano di tutto tranne che di se stessi». Per cominciare a farlo seriamente, l’unica strada è proprio partire da quel pensiero debole: non futile, ma decisamente incomparabile rispetto al poderoso apparato critico, accademico, letterario che il femminismo ha sedimentato, per difesa e per progetto, in un tempo relativamente breve. «Esistono, certo, i men studies, costola dei gender studies, ma in questo momento abbiamo bisogno di elaborare chiavi di lettura sul maschile costruite al nostro interno» conclude Nader.
Raccontare il maschile per cambiare: esperienze dal sottobosco
Un quadro non pacificato per Irene Facheris, autrice e formatrice femminista che ha ideato il podcast e poi il libro Tutti gli uomini (possono cambiare le cose), edito da Tlon. La notte del 25 novembre 2023 la scrittrice ha la possibilità, dal palco di un concerto, di tenere in pugno per pochi secondi l’attenzione di un pubblico in gran parte maschile: decide che «è il momento di affrontare il discorso sulla violenza dal punto di vista di chi la agisce». Nasce così il podcast Tutti gli uomini. Voci maschili si raccontano per cambiare: ogni puntata porta una domanda (sul maschile) a interlocutori (maschi), a fine episodio un form invita altri a rispondere. «Mi aspettavo poche risposte; dopo 24 ore erano più di 150». Ora è un immenso archivio orale che continua a generare ipertesto. «Le domande diventano tracce per gruppi spontanei di autocoscienza, entrano perfino nelle chat del calcetto».
La call to action di Facheris risponde a una provocazione. «Se è vero (com’è vero) che una voce maschile si fa ascoltare di più da chi non ha una grande opinione delle donne, usiamola per aprire porte, riconoscendo il debito verso le donne che quelle cose le dicono da decenni». In generale, sostiene, «gli uomini arrivati dicendo “Non ne so niente” sono quelli che hanno portato le riflessioni più interessanti, altri si sono messi la coccarda di decostruiti e hanno pronunciato pensieri piuttosto problematici. Ho deliberatamente lasciato fuori alcune storie: avrebbero fatto male alle donne, che sono il mio pubblico principale, perché contenevano molta violenza, spesso inconsapevole». È evidente, ammette l’autrice, che «tanti cominciano a rendersi conto che così stanno male: alcuni leggono e aprono gli occhi; altri trovano le loro risposte in Andrew Tate (influencer misogino e razzista, ndr)» commenta Facheris. «All’inizio pensavo che la fatica più grande dei miei interlocutori fosse quella di scardinare la gabbia emotiva, di nominare tristezza e paura.
Oggi penso che il vero nodo sia il potere: da quella gabbia si potrebbe uscire, ma restarci conviene
Vedo ancora tanti pronti a contrastare il patriarcato fuori, molto meno a farlo da dentro, cioè mettendosi in gioco». Quanto alla metamorfosi del maschile, Facheris è prudentemente caustica: «Si muovono tantissime cose che ancora sono nel sottobosco, per spinta darwiniana andremo comunque nella direzione di un cambiamento. L’alternativa è l’estinzione».
