Che cosa succederebbe se, invece di temere l’intelligenza artificiale, la usassimo per salvare un villaggio dall’alluvione? O per diagnosticare una malattia degli occhi? È questa l’idea alla base di AI Quests, la nuova iniziativa educativa di Google Research sviluppata in collaborazione con lo Stanford Accelerator for Learning, presentata a Milano in un evento tutto al femminile – almeno sul palco – ospitato negli uffici di Google Italia.

Il progetto, rivolto ai ragazzi tra gli 11 e i 14 anni, è sbarcato ufficialmente in Italia ed è già disponibile anche in italiano. L’obiettivo non è insegnare a usare ChatGPT. È qualcosa di più ambizioso: far capire ai giovanissimi come funziona l’AI, chi la costruisce e soprattutto perché.

Come funziona AI Quests di Google

AI Quests funziona come un gioco di avventura immersivo: le studentesse e gli studenti vestono i panni di ricercatori Google e si trovano ad affrontare problemi reali del mondo – il clima, la salute, la scienza – in scenari fantastici ma con dati veri. Nella prima missione, Fiera Fluviale, bisogna raccogliere dati su precipitazioni e livelli dei fiumi per costruire un modello in grado di prevedere le inondazioni. Nella seconda, Canyon Crepuscolo, si lavora sulla diagnosi di una malattia che può portare alla cecità.

Il bello? Se sbagli, il modello non funziona e devi ricominciare. Non è un bug, è proprio la filosofia del progetto: si chiama productive failure, il fallimento produttivo. Imparare dagli errori, come fanno i veri ricercatori.

A guidare gli studenti c’è la Professoressa Skye, mentore virtuale del gioco. Al termine di ogni avventura, un videomessaggio dei ricercatori reali, quelli che hanno sviluppato le tecnologie di cui si parla, spiega come quella stessa AI viene usata, oggi, per migliorare la vita di milioni di persone.

I numeri che fanno capire quanto sia urgente

Dal lancio, nel settembre scorso, sono stati completati 250.000 quests in tutto il mondo. L’obiettivo dichiarato è arrivare a 2 milioni di studenti. Il programma è disponibile in 9 lingue (tra cui italiano, arabo, ebraico, turco, spagnolo) con il traguardo di 15 lingue entro la fine del prossimo anno.

In Italia, AI Quests si inserisce nel curriculum di Experience AI, programma nato dalla collaborazione tra Google DeepMind e la Raspberry Pi Foundation, portato nelle scuole grazie a Fondazione Mondo Digitale. «Non vedo l’ora di portare questi contenuti a scuola», ha detto Mirta Michilli, direttrice generale della Fondazione, che sta già lavorando per formare 7.000 insegnanti e raggiungere 140.000 studenti.

Perché gli insegnanti vengono prima degli studenti? Perché, come ha spiegato Michilli, c’è una domanda enorme da parte del mondo della scuola: «C’è moltissimo interesse attorno al tema dell’intelligenza artificiale. Gli insegnanti vogliono capire le opportunità, i limiti, i rischi, per poi usarla in modo consapevole in classe». E il pensiero critico è al centro di tutto: saper distinguere un’informazione falsa da una vera, saper interrogare le fonti. «Una grande opportunità di crescita educativa», ha detto Michilli, «se indirizzata in modo consapevole e se la sfida è condivisa dall’intera comunità scolastica».

A dare voce all’esperienza diretta è stata Maryam Pesar, docente dell’Istituto Comprensivo Adua di Seveso, una delle prime scuole a sperimentare Experience AI. «La sfida più grande in classe oggi è mantenere l’attenzione degli studenti», ha spiegato. «Con questo approccio ci riusciamo, i ragazzi smettono di essere consumatori di tecnologia e iniziano a sentirsi creatori. E io penso che questa sia la competenza più grande che possano avere nel futuro».

Non solo tecnologia: è una questione di cittadinanza

Martina Colasante, responsabile delle relazioni istituzionali di Google Italia, ha sintetizzato la filosofia dell’azienda in una frase che vale la pena ricordare: «Proteggere i minori nel digitale, non dal digitale». Una distinzione che sembra sottile ma non lo è, e che risponde direttamente a chi invoca divieti generalizzati per i giovani online. «Abbiamo visto dall’Australia che i divieti non funzionano: i ragazzi trovano scappatoie o si spostano verso spazi più piccoli, meno controllati, meno responsabili». Meglio creare guardrail dentro la tecnologia, seguendo tre principi: proteggere, rispettare, responsabilizzare.

Su quest’ultimo punto è arrivato uno dei dati più forti della serata: il 43% dei ragazzi si rivolge ai genitori quando ha una difficoltà online, ma in quattro casi su cinque i genitori non sono in grado di aiutarli. «I ragazzi stessi lo dicono: ho paura non dell’intelligenza artificiale, ma che i miei genitori non capiscano come funziona».

Le protezioni tecnologiche ci sono – Safe Search attivo, autoplay disabilitato su YouTube, Gemini che non può simulare sentimenti né creare legami emotivi con gli adolescenti, e un professionista umano che subentra in caso di crisi legata alla salute mentale. Ma la tecnologia da sola non basta. Come ricorda il progetto sociale Parole Ostili: la rete non è un luogo a parte. Richiede la stessa cura e responsabilità del mondo fisico.

La voce della Polizia Postale: serve una responsabilità collettiva

Sul tema della responsabilità ha preso la parola chi quel confine lo presidia ogni giorno sul campo: Barbara Strappato, Primo Dirigente Polizia di Stato e Direttore della Prima Divisione del Servizio di Polizia Postale, ha portato la prospettiva di chi indaga i reati digitali, spesso ai danni di minorenni.

«La collaborazione con Google è preziosa, necessaria, direi davvero importantissima», ha esordito. «Cose che da soli non avremmo mai potuto costruire». E poi, senza giri di parole: «Dagli anni della pandemia, bambini anche di soli 9 anni sono stati oggetto di reati gravi. Mancando la profondità dell’aula, sono stati lasciati consegnati a uno schermo senza adeguata vigilanza».

Il problema, ha sottolineato, non è solo dei ragazzi. Sono gli adulti a dover fare il primo passo. «Bisogna parlarne fin dalle più giovani età, trovando il linguaggio giusto. Perché i bambini spesso non hanno neanche le parole per descrivere quello che stanno vedendo».

La Polizia Postale ha risposto anche con strumenti inaspettati: un libro di Geronimo Stilton pensato per essere letto insieme, da adulti e bambini, per creare un momento di confronto in «un tempo assurdamente veloce». Perché il punto non è solo informare, ma fermarsi. Trovare un motivo per stare insieme e parlare di questi temi. «È una chiamata collettiva alla responsabilità», ha detto Strappato, «alla quale non possiamo e non dobbiamo sottrarci». E d’estate il progetto Cyber Summer porta nei centri estivi quiz e giochi sui rischi online. «I risultati dei ragazzi», ha detto sorridendo, «sono di gran lunga migliori di quelli degli adulti».

E poi ha concluso l’intervento ricordando che «quando un bambino si apre e racconta qualcosa che non aveva mai detto prima, anche davanti a qualcuno in divisa, vuol dire che abbiamo toccato la corda giusta».

Cosa ci portiamo a casa

Il messaggio che ha attraversato tutto l’evento è uno solo: l’AI non è il nemico, ma richiede adulti preparati. Genitori, insegnanti, zie, nessuno escluso. Come ha concluso la moderatrice Emanuela Locci, communication manager di Google Italia: «Cerchiamo di fare tutti un piccolo sforzo per imparare noi, così che poi i più piccoli possano navigare la tecnologia con curiosità, responsabilità e spirito critico».